pensieri sparsi

Questa mattina stavo percorrendo a piedi via Gramsci e ho visto centinaia di arabi in darsena.
Ne ho incontrato uno, l’ho fermato “Celebrate la fine del Ramadan?” Si’, mi ha risposto con un sorriso, che ho ricambiato sfiorandolo.
Non amo nessuna religione, e neppure i legami che impone, le leggi, le regole, e pure
quello che con la religione alcuni riescono a fare ad altri.
Ma questa mattina, mi pareva solo una festa: famiglie intere correvano verso la Darsena.
Loro erano lì, rivolti ad est, ed io per un attimo son volata via con la fantasia, sopra minareti e sopra migliaia, milioni di persone nella stessa posizione nello stesso istante.
Ho volato su un tappeto come nelle favole e ho visto solo uomini, fatti di carne e sangue.
Ho ricordato che anticamente c’era un moschea al molo, non ricordo come lo so, forse da carte dell’archivio di stato, forse da racconti.
Qualcuno dice nel 600, qualcuno dice da molto tempo prima.
Genova è città di scambi, di mercanti, di viaggi, di mare.
Genova è città d’accoglienza, e lo sarà per sempre.

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il mio bar è differente.

Sono le persone che fanno la differenza.
E non è una frase fatta.
Il bar che frequento a De Ferrari (piazza centrale di Genova) ospita un clochard e una donna con problemi psichici.
Il clochard, nominato in casa mia “il puzzone”, viene invitato a sedersi fuori (il bar non ha tavolini interni) e gli viene offerta la colazione, o dal bar o da qualche frequentatore del bar.
Quando bivacca sotto l’arco dei portici dell’Accademia, un ragazzo del bar gli porta qualcosa da bere e da mangiare.
Questo accade sempre, non un volta ogni tanto.
Non ho mai sentito un avventore lamentarsi, anzi, per l’appunto lasciare se mai qualcosa di pagato.
La persona con problemi psichici è una donna che entra e parla da sola.
Non l’ho mai vista “disturbare” un cliente, parla da sola e con il gestore del bar.
Lui le da retta, quando forse esagera un po’ la invita fuori: non l’ho mai visto trattarla male, le parla come le parlerebbe un infermiere, un parente.
Vado da tempo in questo bar per molteplici motivi: sono gentili, efficienti, hanno il caffè e brioches fornite da tre laboratori di pasticceria, preparano loro panini, focacce ripiene, e ogni sorta di ben di dio salato si possa trovare.
Li ho visti servire un cognac ad un tizio che “ho i soldi in macchina adesso arrivo”.
Non li ho mai visti trattare male qualcuno.
Sono di diverse nazionalità, italia, sud america, est e lavorano come un unico corpo e testa.
E penso che se sei intelligente e con un po’ di umanità, sai come muoverti per allontanare – se proprio ti rovina il decoro del locale, (che dio ce ne scampi e liberi da un certo tipo di decoro) una persona in difficoltà, senza comportanti per forza da pezzo di merda.
Il malessere, la malattia mentale, il disagio sociale, la povertà stanno dovunque, non serve combatterle tutte queste diversità, bisogna essere in grado di risolverle.
Basterebbe ricordare che niente è per sempre e che ci vuole un attimo a scivolare e a ritrovarsi dall’altra parte.
Volevo dirvelo, il mio bar è differente.

Gli amici della Pizia

Tu passi la tua vita a cercar di capire le persone, il loro vero essere, se sono belle dentro come lo sono fuori, se sono doppie o triple, bugiarde o esseri divini…
Poi un ragazzo americano, annoiato al college,  inventa fb e loro stesse,  la loro vera natura te la presentano su un piatto d’argento, mandando affanculo in un attimo qualsiasi teoria sull’intuito e sulla conoscenza.

… casca la terra … tutti giù per terra!

ieri su fb ho scritto due post di due righe e poi li ho cancellati.
ho pensato molto a come esprimermi (e sì, lo so, a me viene da esprimermi su tutto quel che mi circonda, ma d’altronde vivo nel mondo e in questo accadono cose, anche se in molti non se ne accorgono – o se ne fottono).
ho pensato e ripensato, letto sentito in tv, esperti, giornalisti, politici e politologi, Di Maio e Salvini dalla D’Urso, Calenda che critica Di Maio e Salvini dalla D’Urso, Di Battista che risponde a Franco, Giorgetti che dibatte con Calenda, chi difende Mattarella, chi invoca l’empechement, chi iostoconmattarella, chi scende in piazza a difendere Mattarella ma quando c’era da difendere l’articolo 18 si è girato dall’altra parte, chi fa comunicati a difesa del Presidente e pochi a difesa dei lavoratori, chi vuole salvare i nostri risparmi, chi se ne fotte dello spread, chi “sono molto arrabbiato”, chi rispolvera la trasmissione, chi o si fa il governo mio o si torna a votare, chi invoca la sinistra, chi cerca in tutto questo marasma di guadagnare il terreno perso, chi si indigna e chi si lagna.

“Sapete che vi dico?, sapete che vi dico? Che ve l’andate a pigliare tutti quanti nel culo!” (cit.)

le discese ardite e le risalite… da evitare

Ieri sera all’uscita dal lavoro ho “fatto uno dei miei giri”.
Mi mancava questa sorta di vacanza quotidiana.
Ho studiato un percorso che prevedesse poche “discese ardite”, che le “risalite” non sono le peggiori.
Ho cominciato a camminare con grande paura, che il piede destro in giornata non era stato di umore felice mentre il ginocchio era restio ma ubbidiva, come i bambini trascinati al ristorante, al tavolo con i grandi: stava zitto ma si capiva che avrebbe potuto attaccar a piangere da un momento all’altro.
E invece, tutto molto bene, senza fatica un’ora e un quarto di passeggiata: ho rivisto parte di quei luoghi che ogni sera a letto, “facendo la macchina” vedevo e rivedevo nella mente con tanta malinconia.
La prima uscita dall’autunno scorso, quando mi ero ripromessa che la mia alba sarebbe stata un giorno di febbraio, e invece per varie vicissitudini, tempo e malanni, eccomi qui, ad aver rimandato al 23 maggio.
Giornata piena: giretto al mattino, e questo tuffo pomeridiano nel verde e nel mare
Ieri, l’aria profumava di gelsomino (o rincospermo, che mica li so distinguere).

 

#philiprothisdead

“Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora.”

Il grande sonno 
Raymond Chandler)

8chilometriequalcosa

Alla fine della giornata di stramerda di ieri terminata al grido di “domani è un altro giorno si vedrà”, ho preso una decisione: domattina a piedi sino a Boccadasse. E munita di mantellina da pioggia e piante grasse da mettere a dimora, stamattina sono partita.
Era tanto che non lo facevo, e non so quando riuscirò a ripeterlo: ogni giorno ci provo, ma c’è sempre qualcosa che me lo impedisce.
Ma non importa.
Un passo alla volta per tornare ad una specie di normalità.
A qualcosa che l’anno scorso mi ha fatto vivere da febbraio ad agosto come se fossi stata ogni giorno in vacanza.
Mi auguro di veder realizzati in Giugno, momenti passati, che da mesi continuo a rivivere nella mia mente.
Ce la farò.
(ginocchio e piede permettendo)

Vivere pur se al cuore… ritorna un attimo di nostalgia

Passa uno spot in tv – di non so che prodotto, forse un integratore – nel quale viene pronunciato uno slogan che suona così “non contare gli anni, ma falli contare”, che forse vorrebbe rifarsi ad una frase accreditata a Lincoln che recita “Non sono gli anni della tua vita che contano, ma la vita nei tuoi anni”, che ogni volta che la sento, mi pare efficace, anche se poi non ricordo mai quale prodotto pubblicizzi.
Adesso, dimenticate tutto quel che ho scritto sino a questo momento, ma andate avanti col leggere quel che ho da raccontare.
La scuola che frequentavo alle elementari aveva una piccola biblioteca di libri per ragazzi, ed io la frequentavo per prendere a prestito quel che non mi compravano i miei genitori.
Tra i libri letti, ne ricordai per anni due in particolare “Gli eredi del circo Alicante” di Giana Anguissola e “Otto sabati” della Enright.
Il primo mi rimase in testa per un particolare: i due ragazzini in giro per il mondo usavano sterco di animale per mangiare, ed io nella mia testa per anni pensai che loro lo mangiassero proprio.
Solo dopo molti anni capii che lo bruciavano per scaldare il cibo.
E va beh, io sto dubbio me lo tenni per anni, e a pochi lo raccontai, che mi vergognavo un sacco.
Il secondo credo di ricordarlo per le atmosfere.
Quasi nulla in realtà, se non  il racconto di come un gruppo di ragazzini trascorresse otto sabati della loro infanzia. Fine.
Non so quando cominciai a ripensare a quel libro, se il mio pensiero sia cominciato subito dopo, o una volta diventata grande.
Quello che so è che con certezza lo cerco da 40 anni .
Una delle prime cose che cercai in rete fu proprio lui, e lo trovai da un antiquario di Firenze, al quale telefonai e mi disse che lo aveva già venduto anche se era ancora visibile in rete.
Non ho mai smesso di cercarlo, ogni banco di libri, ogni fiera, ogni ridicolo piccolo spazio occupato da datati  libri per ragazzi, fossero in un cartone, in una cesta, marci e ammuffiti, io li ho setacciati.
Arrivai a fotocopiare la copertina trovata in rete e farne tanti santini che negli anni distribuii agli amici librai come promemoria.
Ho sempre  pensato che prima o poi sarei riuscita a trovarlo.

Ieri sera, al termine di due giornate un po’ pesanti, arrivo alla Fiera del libro, a De Ferrari, dove tanti amici librai sono riuniti per questo evento.
E mi si avvicina f. e dice ad uno di questi librai “dalle quel libro!”.
Io allungo le mani a vassoio.
Non sapevo che libro fosse, non ci pensavo proprio in quel momento, e … l’ho visto.

Mi sono sentita come se fosse stato il Natale dei miei 10 anni, come se avessi scartato il più bel regalo mai desiderato.
Subito non ho visto quel che stava accadendo.
Mi sono sentita gli occhi bagnati e la voce rotta.
poi ho realizzato che tutti intorno mi guardavano, e anche amici dagli altri banchi sono arrivati per capire cosa stesse accadendo.
Ero commossa, e pure loro – li sentivo –  stavano partecipando alla mia gioia.
Può sembrare esagerato ad alcuni, ma io mi sono sentita veramente felice.
Come quando dopo più di 30 anni ho trovato un anello che cercavo.
La mia reazione è stata la stessa di quando – nel 2004 per l’anno della Cultura – assieme a due colleghi, stavamo scegliendo delle immagini per un pezzo, e davanti agli occhi è arrivato mio padre che faceva una comparsa in un vecchio filmato.
Ho urlato “mio papà!” e ho battuto le mani, come quando da bambina arrivava prima del previsto in campagna a raggiungere mia madre e me.
La collega ha chiuso la porta della saletta, e tutti e tre abbiamo versato qualche lacrima (tutti senza il papà da tempo).
E’ stato un momento di commozione vero, collettivo.
E quel che ho provato ieri sera, quel che ho visto negli occhi degli altri, mi fa star bene.
Oggi continuo a pensare a quel piccolo libro, a casa, in attesa di un piccolo restauro.
Ecco la frase iniziale che torna: i piccoli momenti felici ti fanno ricordare quanto possa essere bello vivere.
E basta.

otto sabati