robedavecchi

Stamattina dalle cuffie del ragazzino assieme a me sull’ascensore della metro mi arrivavano note conosciute “mi dici il titolo del brano che  non lo ricordo” gli chiedo, “the final countdown” risponde togliendosi un auricolare, “sai anche il gruppo?”, “no, mi spiace…” rimettendosi l’auricolare.

musica

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ladonnadelpianodisopra

 

Ho corso, corso tanto, perché lei mentre scrive corre, davanti a te, e girandosi ti porge la mano e dice “dai su corri non fermarti che perdi il ritmo”.
E io ho corso, a perdifiato, che non volevo perdermi nulla.

Ho detto mi piace molto, ma non so se è un bel libro.
Ecco esattamente così, anche adesso che l’ho finito.
Anzi, sarei per dire… ma anche no.

Lo so ieri ero entusiasta.
E lo sarei ancora se non fossi arrivata a ¾ del libro con il fiatone per poi sedermi ed annoiarmi, aspettando lei, che avrebbe dovuto – in qualche modo ripagarmi della corsa – regalandomi la migliore delle aspettative io avessi riposta in lei.
E invece lei che fa?
Mi guarda, mi dice “sei stanca?” non aspetta la mia risposta e continua “ Allora mi fermo eh?”, e smette di raccontare e farfuglia frasi senza senso.
E quando le chiedo, cosa stia dicendo che non capisco, si riprende solo un attimo, e subito dopo mi butta lì un finale del cazzo.
Sì proprio un finale del cazzo, niente di meno, niente di più. Del cazzo.

Allora la guardo e le chiedo “perché? Perché sei andata in confusione e ti sei fermata, correvi così bene, sempre in sospeso, sembravi un’artista della corsa, delle aspettative create, sembravi brava a far correre persino me.
Sei stata brava a raccontarmi di lei, di tutto quel che le stava intorno, di tutto quel che l’ha fatta diventare quel che è, cosciente ed incosciente, senza darsi troppa pena di scavare nell’io profondo e nella pippa oltranzista.
Brava a farmi vedere una donna che si fa domande senza dannarsi, che si sa guardare, analizzare, curare, anestetizzare se è necessario, ma fermarsi e buttare le scarpe in una buca e riempirla, no questo no, non lo accetto: tu non lo puoi fare.

E invece sì, se lo hai fatto.
Ma io sono molto più crudele della tua Selene, e dal profondo del cuore ti dico: fottiti.
Un’occasione mancata.

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Diglielo veramente… non può restare indifferente (*)

Pure io vorrei fare gli auguri.
A tutti, ma proprio a tutti.
Agli avidi, auguro loro che possano essere ricoperti di denaro in modo da non rompere i coglioni agli altri.
A tutti quelli che pensano solo a farsi una posizione e una ricchezza da tramandare, la fortuna che qualcuno abbia pensato al benessere dei loro figli e nipoti, perché avere ricchezza e posizione in un mondo senza aria e senza mare non è augurabile.
A quelli che vivono la vita in io, sentendosi il centro dell’universo, auguro di imparare a guardarsi intorno, non a quelli che stanno male, no, ma semplicemente ad accorgersi degli altri, così che possano vivere anche un solo giorno pensando al plurale (tolta la famiglia si intende).
A quelli che sono sempre in competizione, auguro di rilassarsi un attimo.
A quelli che dicono di essere felici sempre, auguro di esserlo per davvero.
A quelli che “basta ridere”, di ridere per davvero.
A chi va sempre di corsa, di fermarsi un attimo.
A chi vive costantemente col minimo alzato, che lo abbassi, che non serve a nulla.
A chi è o sta per trovarsi senza lavoro un po’ di equità.
A me auguro un po’ di salute e un poco di preoccupazioni in meno per me e f.,  amici che abbiano voglia di incontrarsi, un’estate come quella passata, cieli e mari blu, un po’ di voglia di mettere a posto casa, un po’ di verde da annusare, e la pensione anticipata.
Ah, ancora una cosa, a tutti quelli e quelle che mi hanno offesa e umiliata sul lavoro, che i loro figli mai possano incontrare persone come loro lungo la strada.

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* Canzone, Lucio Dalla, 1996

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ci ripensavo stamattina a sta cosa del natale perché – glielo leggo negli occhi – ci sono molti miei conoscenti che pensano che io lo dica per andare controcorrente, per fare la diversa, invece io comincio a sentirmi accerchiata al primo spot in tv, ai primi di novembre e smetto il 7 gennaio se non si prorogano i presepi.
da anni mi esercito ad ignorarlo, non faccio più regali da un tot di anni: preferisco i regali, così, perché ti sono simpatica, perché ti ho pensata, perché ho visto una cosa ed era su misura per te.
vado a pranzare da mia madre con f.: è un delirio, un nulla, un guardare in faccia i segni della decadenza di noi, dei muri della casa, del quartiere fuori, di lei che è invecchiata male con rabbia, odiando tutti.
e già lo sento il tuo pensiero “eh sì, perché tu come sarai? uguale cara mia, con la tua polemica sempre pronta, con il tuo non andarti mai bene nulla. ma rilassati no… fai come me che se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po’ più in là, ridi, lasciati andare il mondo è vario c’è posto per tutti…”
magari mi stai pure dicendo “cogli l’attimo” ma non ne conosci il significato, lo immagini come “ogni lasciata è persa”.
cerco di vivere ogni giorno, non confidando nel futuro, perché ogni volta che ho fatto progetti, ho preso scoppole da non rialzarmi più.
le aspettative che ho messo in passato, quando ero giovane e stolta, nel natale, nel nuovo anno, nell’estate, nell’autunno, quelle sono tutte in una scatola con nastri neri.
vivo la mia vita, come tutti affrontando i problemi (a volte conigliandone alcuni, d’altronde ognuno li affronta come riesce),
non vi invidio felici sotto l’albero, riuniti ad una tavola con tante facce sorridenti, perché so che come me avete un sacco di cazzi da cagare e che non bastano sorrisi forzati per risolvere i problemi.
il 26 ve li ritroverete tutti lì davanti, esattamente come i miei, solo voi sarete un po’ più sfiniti e stressati di me
e anche se qui, come in privato fate a gara per essere carini, a posto, amichevoli, vi conosco uno ad uno amici e conoscenti miei, quindi decidete di festeggiare quel che cazzo volete, ma rispettate pure la mia volontà di non farlo.

Il natale più bello, sicuramente è tra quelli del passato.

Stava proprio di fronte alla discesa del Capitol, appena attraversata la strada.
Che poi non si chiama “del Capitol” noi della zona la chiamavamo così, o forse io pensavo si chiamasse per davvero così. In realtà si chiama Passo della Zebra, e non si deve confondere né con via della Zebra né con salita dell’Orso.
Beh, dicevo stava lì, dall’altra parte di via Fereggiano, la Cartoleria Castagnola, un buco con la luce calda, dove si andavano a ritirare i libri scolastici con i tagliandi che ti davano a scuola.
Ma soprattutto era la cartoleria dove viveva il Natale.
Sì, aveva tutto ciò che di scintillante mi potesse accecare.
C’era la porporina da incollare sulla stella cometa: io non lo so se la cometa abbia un verso, ma dicevano che la mia era al contrario, la mia aveva la scia a sinistra, e non ho mai capito quale fosse il problema.
Oltre tutto il presepe era il mio, come pure mia era la capanna, che fastidio poteva dare una cometa con la scia al contrario?
Malgrado tutto quella stella visse anni e anni nonostante le critiche di chiunque entrasse in casa.
Poi, la Castagnola aveva le letterine di natale, quelle con la porporina incollata su alcune parti del disegno, e a me la porporina faceva impazzire, era come fossi una gazza: non resistevo, tutto quell’argento mi galvanizzava.
Aveva tutto la Castagnola: la carta per il cielo, quella per il terreno che imitava il muschio, le case piccole quelle da mettere sulle montagne, lontane lontane.
La Castagnola aveva una sorella o una cugina non lo so, che aveva la cartoleria in Corso Sardegna, ma quella era una cartoleria seria, con le penne belle e le luci forti.
E subito dopo l’angolo, in via Tortosa c’era un’altra fonte di magia del natale, una terza cartoleria, piccola pure lei e piena di cartoncini colorati, lanterne fatte a babbo natale, con le pile nel piedistallo, e palline, strisce colorate, e libri da colorare.
E poi se ti spingevi in via Monticelli, vicino alla farmacia, ce ne stava un’altra: lì trovavi i bigliettini, quelli per i regali e i cordoncini.
E se non ti bastava, finita Via Monticelli attraversavi il ponte sul Bisagno, e prima di arrivare in Via Canevari, in Via Vinelli, (per me era una piccola stradina quasi nascosta, ma non è vero) ce n’era un’altra, con la porta bassa e le due vetrine fuori, e l’albero Merlo nero, qui nacque.
Perché dovete sapere che il mio albero era magico, lui stava tutto “arrensenito” nello stanzino per tutto l’anno, ma poi lo tiravi fuori, gli aprivi i suoi rametti, lo spruzzavi, lo lasciavi asciugare e dopo qualche ore lui era tutto gonfio e come nuovo.
Tutti gli anni compravo qualcosa, ma poca roba eh, che mica è come oggi che hai i magazzini di natale, i cinesi, le Ikea, i Tiger e la maison du monde, e anche gli shabby chic che in questo periodo si vestono a festa.
E adesso, magari hai pure tutta sta roba, e forse i soldi per comprarne un po’ ma la verità è che non te frega più niente.
Era tutto magico, adesso è tutto finto.
E sarà stato finto anche allora, ma tu non lo sapevi.
E quante volte – passati i 12 anni – hai messo mille aspettative in questa cazzo di festa, e mai una volta ne hai vista realizzarsi una, dico una.
Io lo capisco Ebenezer, o cazzo se lo capisco.
E come faccio a non capirlo?

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Son tutti lì in fila i fantasmi del passato…

La notte.. mi fa impazzir (*)

Ieri sera – o meglio notte – mi pareva di essere ricaduta nelle pagine di questo blog, quelle a “modalità caro diario”.
Sono ripiombata nello sconforto più nero, il rododentro è tornato a mordere le viscere.
Una sensazione che da tempo non ricordavo, credevo di averla persa per sempre.
Pensavo che una donna di sessantanni non si dovesse sentire come un’adolescente in crescita.
Tutti a fanculo i propositi dell’estate: la palestra, le alzate presto, le camminate, il mangiare un po’ meno.
Tutto perché ogni anno che passa divento sempre più meteoropatica: sono bastati 15 giorni di assenza di luce all’uscita del lavoro, di camminate nel buio, di due domeniche con la pioggia, di un maglione sotto la giacca (e siamo a 10°, non a meno 10) per precipitarmi nell’angoscia più nera.
In una sera nella quale il sonno tarda ad arrivare, un’ora di veglia per ripropormi tutti gli errori del passato, il non fatto, il promesso e non mantenuto, l’analisi della situazione odierna, i luoghi non visitati, i morti.
Complice la visione di Revolutionary Road  (brutto film ma spessissimo romanzo che mi ricorda ogni volta che lo leggo, quanto basti poco a non capirsi e a precipitare nel buco di Alice, senza possibilità – al contrario di lei – di risvegliarsi sotto un albero in fiore) e due parole, grandi speranze,  come commento a una foto di quarant’anni fa, e si è risvegliata la consapevolezza.
Invecchiare vuol anche dire rendersi conto che il tempo corre, ma tu passi più tempo a guardarti indietro pensando a com’era, che a guardare avanti, dove, di tempo, ne vedi meno.
Passerà, mi dico, come passa tutto.
D’altronde, ricordo il primo con f., quello di trent’anni fa, quello in cui dicevo “non mi piace l’autunno, non mi è mai piaciuto”.
Si invecchia e la notte e il buio ricordano la morte.
A un anno, a chi mi diceva buona notte stringevo i pugni e urlavo “no… nottennno”: la notte mi portava dolori alle gambe e insonnia.
Poi la notte ha portato le uniche uscite possibili, dopo il lavoro.
La notte ha portato le stelle sdraiata sulla spiaggia, gli amori, gli amici.
Adesso la luce e il giorno mi portano desiderio.
La notte? no… la nottennno.

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(*) La notte – Adamo

“Vicoli tenebrosi, tra bidoni e fango, viali peccaminosi, con un passo di tango”(*)

Ieri sera alle 17,50 era buio pesto, nero come la notte descritta da Snoopy in tutti i suoi famosi romanzi.
non pioveva quando sono uscita dall’ufficio, ma è bastato fare circa 600 metri perché iniziasse.
non una pioggia torrenziale, piuttosto una pioggia cagamento di cazzo: una goccia qua e una là, che non sai se prenderla o infilarti la mantella.
Quando ha iniziato ad esagerare, ho indossato la mantella scozzese che me la invidiano tutti, che ti ripara pure lo zaino senza apparire il gobbo di Notre Dame.
Vabbè, per dire che comunquemente, e tralaltremente la pioggia, il vento e questo inizio di inverno in sala d’attesa, mi sono percorsa 8 chilometri alla faccia di issa, issa che rapisce la luce… la notte precoce.

(*) Cammina, cammina – I Nomadi – 1981

Incontri

Si siedono al tavolo accanto a noi, ma neppure me ne accorgo, intenta a gustare una delle cose che adoro di più al mondo: la cima.
“Scusate, siete genovesi? “ si rivolge a noi il padre con una gentilezza estrema.
Ed eccoci qui a consigliare quel che devono assolutamente assaggiare: naturalmente quello  che stiamo mangiando e magnificando: 2 abbondanti porzioni di farinata, mandilli de saea per M. e cima per me.

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Sono due genitori siciliani venuti a trovare il loro figlio di 23 anni qui da un mese per la specializzazione ad Architettura.
Il padre è un omone, che parla volentieri di cucina, lei ha due profondi occhi azzurri dai quali non riesci ad uscire mentre ti parla, è una mamma preoccupata per il figlio lontano, ma non per quel che gli può capitare, ma per come deve vivere qui, in un luogo che lei non ha mai visto, che non conosce. E’ indignata, gli hanno consegnato un appartamento lercio pieno di stoviglie sbeccate.
Poi mi parla della Sicilia e mi dice “dovrebbe sprofondare, purificarsi e riemergere. Solo così si potrebbe salvare”.
E’ durissima mentre lo dice, ma nello stesso momento ha l’occhio lucido.
Abbiamo finito la nostra cena e dobbiamo andare.
Segnaliamo al ragazzo, che abita in Via San Lorenzo, la pasticceria Giuse, e mentre gli faccio gli auguri, gli ricordo che ci sono sì, padroni di casa di merda, ma anche tanto bella gente che lo accoglierà nel migliore dei modi.

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Sì, dice lui, è già così.
Usciamo dal locale e fuori ci confessiamo che avremmo voluto lasciare i nostri numeri di telefono, per qualsiasi cosa.
Chissà cosa ci ha impedito di farlo. Pudore? La paura di sembrare aggressive? Timore?
Spero di incontrarlo quel ragazzo, magari in pasticceria…

P.S.: non è pubblicità occulta.
Sono due luoghi dove manderei chiunque venisse a Genova, certa che troverebbero cibo di ottima qualità e persone in grado di stare dall’altra parte del bancone.

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« Il Miramare di Genova inghirlandava la curva oscura della spiaggia con festoni di luce e la sagoma delle montagne faceva spicco sullo sfondo nero grazie al riverbero delle finestre degli alberghi più in alto … »
da “L’età del jazz”
di Francis Scott Fitzgerald

Dai fasti del grande albergo alla ristrutturazione in appartamenti con Bingo, Banca e Supermercato.

20526235_1947031892252750_143420518281842052_nfoto mia del luglio 2017

Notizie dettagliate e foto d’epoca le trovate qui in un articolo ricco e curato dal blog Dear Miss Fletcher.

P.S. in questa foto l’entrata del supermercato… tanto per dare un’idea… e sotto l’entrata ai tempi del fasto.

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