17 batte 47

Oggi è una di quelle giornate quasi invernali “genovesi”.
Sole tiepido, cielo blu.
Il vento è calato, ma l’aria è frizzantina.
Ecco, frizzantina, bisognerebbe spiegare che qui a 7 per noi è gelo.
Stamattina eravamo sui 12, magari adesso è salita.
Beh, in queste mattinate, io mi sento come a 18 anni, quando arrivate a Brignole, la mia compagna (ed amica) Enrica ed io, ci guardavamo in faccia e senza dire una parola, scendevamo dal 47 (che da via Fereggiano ci portava in via XX Settembre, sotto la scuola) ed invertivamo la rotta, salendo su un 17 verso Nervi.
Il problema era quando tornavi a casa con un leggero rossore sul viso, e raccontavi che il sole attraverso i vetri ustionava, anche d’inverno.
Ecco, vorrei essere qui.

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foto trovata in rete

C’era una volta Dylan Dog

Che io me li compravo i fumetti una volta.

Diabolik mi piaceva, e anche un po’ Satanik.

Poi tutti quegli altri no.

Poi è arrivato Alan Ford e mi piaceva da morire: chi vola vale, chi vale vola, chi non vola è un vile.
Poi mi piacevano Dylan Dog e Martin Mistère.
E delle volte un po’ me li confondevo, che queste storie dell’occulto mi facevano andare fuori assai.
Poi Martin Mistére ho smesso di leggerlo che finiva la puntata a metà giornalino e ne iniziava un’altra e non riuscivi mai a finire la storia.
Dylan Dog poi ho smesso di leggerlo non so perché.
E poi adesso non riesco più a leggerli i fumetti, che mi confondo il cervello, nemmeno Topolino compro più.
Che f. compra Breccia e Battaglia, e anche le Storie in edicola e io soffro ma non riesco.
Ma Dylan Dog mi è rimasto nel cuore che Michele Soavi aveva realizzato quel film che a me era piaciuto tantissimo che si intitolava Dellamorte Dellamore e vivevano a Buffalora,  c’era la Falchi e l’aiutante che si chiamava Gnaghi, e un sacco di idioti che morivano male come si meritavano.
E poi finiva nella boule a neige ed era triste ma tanto bello.
Ho pianto un sacco.
E poi ho letto un’intervista dove Sclavi sembrava molto triste, e mi è dispiaciuto di leggere quell’intervista, che mi è venuta voglia di dirgli “Guarda che non ti devi sentire così sai? Succede, ma poi succede qualcosa che cambia le cose. A volte. A volte no”
Ma poi ho letto che ha pubblicato una storia.
E un po’ mi sono tirata su.
Spero anche lui.

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P.S.: me lo sono comprato

29 giugno 1957

Io sono la più piccola della foto.
Avevo 3 mesi meno un giorno in questo ritratto di famiglia allargato.
La signora al centro della foto era la nonna Angiolina (non era mia nonna, ma era come se lo fosse).
Il ragazzo a destra, era il nipote della signora.
Ho passato qui le prime estati della mia vita: ho ricordi vivissimi.
La casa, se non sbaglio, era l’ultima dei Bassi.
Qualcuno ricorda?
(nella foto ci sono i miei genitori, il mio padrino con la moglie e la figlia, non riesco a focalizzare la prima ragazza a sinistra della foto e non so chi sia il ragazzo seduto dietro.
La signora vicino alla nonna Angiolina penso fosse una vicina.
Venivano in molte ad assemblare i giocattoli.
Ricordo attorno al grande tavolo, tutte sedute, e grandi sacchi per terra divisi per oggetti: le tarantole, gli scovolini, le girandole, che venivano incollate con l’acetone che scioglieva quella sorta di plastica (che non credo fosse proprio plastica) e si attaccava la coda alla tarantola.
E un grande puzzo di acetone per la casa.

Gattorna 1957

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l’incubo dell’8 settembre (le mie estati a Belforte Monferrato)

L’8 settembre della mia infanzia e adolescenza non era una data importante per l’Italia, ma per me, in quella infinitesimale fetta del mondo che occupavo, sì, lo era.

L’8 Settembre a Belforte Monferrato c’era la festadellamadonna.
Non sono mai stata una bambina cattolica, ma don Wandro sapeva come prendermi: l’oratorio con il calciobalilla, e l’organo: sì, mi lasciava suonare l’organo.
Alla sera alle 21 il rosario e io una volta gli dissi che non ci andavo perché lo facevano in latino, e non so come ma cominciarono a farlo in italiano.
E poi cantavo. A rosario e pure a messa.
E andavo a suonare l’organo.
E don Wandro mi faceva anche suonare i bottini.
Adesso, qualche malizioso penserà male, e che stia dando un doppio senso a quel che dico, invece è tutto vero.
Insomma io volevo parlare dell’8 settembre, che era sì una festa religiosa, ma per 3 giorni 3, alla società arrivava l’orchestra e si ballava.
E don Wandro si incazzava, che invece di stare in oratorio a vendere i biglietti della lotteria, si scappava a ballare.
E poi, dopo l’8 settembre, una tristezza… che il lunedì dopo, cadesse il mondo noi si tornava a casa.
Qualcuno che aveva i nonni restava, ma io no, città, e fine serate alla fontana, in società, feste da ballo nei garage.
Fine di tutto.
Altro che armistizio, una vera merda, l’inizio della guerra all’inverno.

fine introduzione

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per fortuna che gli occhi sono lo specchio dell’anima

Piccolo uomo dalla pelle scura e dal grande e buffo naso di gomma, ero con te – in questo giorno – nell’ormai lontano 1983 e mi stavi domandando:” ma non si incazza Bagnasco che non sei a lavorare?”.
“No” – ti ho detto – “lo sa che non stai bene e capisce”.
Non ti potevo dire (ma tu lo sapevi benissimo) che da lì a poche ore te ne saresti andato.
Credo sia stata l’ultima cosa che mi hai detto.
Ci stavamo conoscendo – da adulti intendo.
Cominciava un rapporto nuovo, quasi alla pari.
Io l’ho coltivato lo stesso, ho salvato la semenza prima che strappassero per sempre le radici.
Sta lì, è cresciuto con gli anni anche se i miei ricordi sono di anno in anno sempre più seppiati.
Sta lì nello specchio dove vedo ogni mattina questo naso ingombrante.
Sta lì nelle labbra sottili che non mi sono mai piaciute.
Ma sta lì anche nella luce degli occhi che sembra che parli.
Va tutto bene, ma
cazzo papà, non potevi evitarmi almeno il gusto della polemica?

io papà

P.S.: vedi papà, che cazzo di bocca di merda ci viene in foto?

cica io

Mi piace

 

Mi piace

 

Love

 

Ahah

 

Wow

 

Sigh

 

Grrr

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Ma se siamo tre, tre somari e tre briganti solo tre…

Sono in tre, seduti.
La metro è discretamente piena per essere agosto.
Uno potrebbe essere uno studente di ingegneria o di architettura.
Il secondo potrebbe occuparsi di pc ma non girerebbe coi mezzi pubblici.
Il terzo ha un borsello firmato e la faccia da idiota.
Sono tutti e tre italianissimi.
Cerco di incontrare i loro sguardi per trovarvi all’interno un barlume di intelligenza, un lucore che li dia per vivi.
Le donne in piedi sono tante ma loro si guardano le mani, i piedi, lo zaino.

 

tre somari e tre briganti

 

Vieni, vieni qui…

Mi rendo conto che ci vuole proprio poco: un video, una foto un libro, un film.
Focalizzare l’attenzione su di un piccolo particolare, farlo diventare una bandiera, un gesto retorico che tocchi il cuore, ed ecco è passato un messaggio che tu nemmeno hai colto.
Sei dentro e non lo sai.
Senti sapore di ferro in bocca, ma lo scambi per emozione, sostieni, gioisci e sorridi, e intanto in mano e nella testa ti hanno messo proiettili.
Tu non lo sai ma sei diventato una Santa Barbara.
Al momento giusto, ti chiederanno il conto.

Pensieri pubblici

Che poi se devo dire la verità, a me mica dispiace muovermi coi mezzi pubblici.
Anche quando vado al mare.
Sì lo so, mica sono stupida, che ad arrivare ci metto tanto quanto metterebbe uno – che ne so – che venisse da Voghera, per dire.
Sei sul bus, e hai trovato un posto (che io ci provo sempre) e alzi gli occhi dal libro o dal telefono, e vedi un sacco di cose che non avevi mai notato.
Son anni che faccio lo stesso tragitto tutte le estati dal 1993 e negli ultimi anni per tutto il mese di Luglio, cascasse il mondo, io vado, eppure “credetemi è accaduto” ci sta sempre un particolare che non avevo visto.
Sulla strada dell’andata – per esempio – se butti l’occhio a destra, nella strettoia che sbuca in cima alla strada che porta a Boccadasse  (così anche chi non è di Genova, vede scritto Boccadasse e gli viene alla mente che è scritto pure nei libri di Montalbano, che ci abitava la fidanzata, Livia, che non so se lo sia ancora che io Camilleri ho smesso di leggerlo tuttattaccato), beh, c’è una strada con case bellissime e io mi ripropongo sempre di andarle a vedere, ma poi mi cambia la luce, e in autunno mi scappa la voglia.
E quando sulla strada del ritorno, il bus imbocca la discesa di via Albaro, laggiù, tra le fronde degli alberi, se hai fortuna, con l’ora giusta, la giornata giusta vedi il profilo della città in controluce e ti si ferma il cuore da tanto è bella quella immagine.

E poi so anche che la gente puzza, urla, ti schiaccia, ti si appoggia, ma viaggiando ti accorgi di tutto un mondo che non sapresti neppure riconoscere.
Nella tua scatoletta pensi solo a non farti: tagliare la strada, tamponare, suonare, lavare i vetri.
O di non investire un giocoliere.

Ho incontrato un bambino sere fa: abbiamo disquisito a lungo sul suo futuro lavorativo.
Aveva 6 anni, era alto alto e aveva gli occhi grandi come more mature.

Tempo perso/perso tempo

Ho trovato del tempo perso in un angolo.
Era lì, abbandonato con un biglietto accanto “tempo perso, ovvero tempo libero buttato via per mancanza d’occupazione”.
Mi son guardata attorno: nessuno mi vedeva e l’ho raccolto.
E non è mica la prima volta eh, che lo faccio, no no.
E non mi sono sentita affatto una ladra.
Assolutamente no.
Piuttosto una “riciclatrice” del tempo perso.
Lo raccolgo, e lo uso.
Una volta gli ho chiesto “ti sei perso, tempo?”
e lui “sì, ma ti ringrazio per avermi raccolto, mi sentivo così inutile”
“Ma grazie a te – faccio io – figurati! Ne trovassi tanto.
Sai,  quando sto lì sdraiata, con gli occhiali e il cappello e tutti pensano che io dorma – quando mi tiro su,  me lo chiedono “dormivi?”, e quando rispondo “no, per la verità avevo del tempo perso che mi avanzava e lo stavo usando”, non mi credono mai -, dicevo, quando sto lì, in realtà non mi basti mai.
Tu  sei quello che mi permette di pensare, oppure no, a volta persino di partorire stronzate come queste.
Grazie, comunque grazie, per avermi insegnato a divertire in compagnia di me stessa.
Un libro, la radio, un uncinetto, le perline, un taccuino e te: sta tutto in una piccola borsa che porto sempre con me”.
“Non pensavo di contare così tanto – fa lui, con la lacrima all’angolo dell’occhio, ma allo stesso tempo rinvigorito, tanto da parer un altro.
“Sai tempo, se non fosse per te io non sarei come sono. E se ti perdi un’altra volta cercami.”
Ci siamo salutati con una promessa: appena possiamo ci rivediamo.
Abbiamo da fare un mare di cose il tempo perso ed io.