Ma se siamo tre, tre somari e tre briganti solo tre…

Sono in tre, seduti.
La metro è discretamente piena per essere agosto.
Uno potrebbe essere uno studente di ingegneria o di architettura.
Il secondo potrebbe occuparsi di pc ma non girerebbe coi mezzi pubblici.
Il terzo ha un borsello firmato e la faccia da idiota.
Sono tutti e tre italianissimi.
Cerco di incontrare i loro sguardi per trovarvi all’interno un barlume di intelligenza, un lucore che li dia per vivi.
Le donne in piedi sono tante ma loro si guardano le mani, i piedi, lo zaino.

 

tre somari e tre briganti

 

Vieni, vieni qui…

Mi rendo conto che ci vuole proprio poco: un video, una foto un libro, un film.
Focalizzare l’attenzione su di un piccolo particolare, farlo diventare una bandiera, un gesto retorico che tocchi il cuore, ed ecco è passato un messaggio che tu nemmeno hai colto.
Sei dentro e non lo sai.
Senti sapore di ferro in bocca, ma lo scambi per emozione, sostieni, gioisci e sorridi, e intanto in mano e nella testa ti hanno messo proiettili.
Tu non lo sai ma sei diventato una Santa Barbara.
Al momento giusto, ti chiederanno il conto.

Pensieri pubblici

Che poi se devo dire la verità, a me mica dispiace muovermi coi mezzi pubblici.
Anche quando vado al mare.
Sì lo so, mica sono stupida, che ad arrivare ci metto tanto quanto metterebbe uno – che ne so – che venisse da Voghera, per dire.
Sei sul bus, e hai trovato un posto (che io ci provo sempre) e alzi gli occhi dal libro o dal telefono, e vedi un sacco di cose che non avevi mai notato.
Son anni che faccio lo stesso tragitto tutte le estati dal 1993 e negli ultimi anni per tutto il mese di Luglio, cascasse il mondo, io vado, eppure “credetemi è accaduto” ci sta sempre un particolare che non avevo visto.
Sulla strada dell’andata – per esempio – se butti l’occhio a destra, nella strettoia che sbuca in cima alla strada che porta a Boccadasse  (così anche chi non è di Genova, vede scritto Boccadasse e gli viene alla mente che è scritto pure nei libri di Montalbano, che ci abitava la fidanzata, Livia, che non so se lo sia ancora che io Camilleri ho smesso di leggerlo tuttattaccato), beh, c’è una strada con case bellissime e io mi ripropongo sempre di andarle a vedere, ma poi mi cambia la luce, e in autunno mi scappa la voglia.
E quando sulla strada del ritorno, il bus imbocca la discesa di via Albaro, laggiù, tra le fronde degli alberi, se hai fortuna, con l’ora giusta, la giornata giusta vedi il profilo della città in controluce e ti si ferma il cuore da tanto è bella quella immagine.

E poi so anche che la gente puzza, urla, ti schiaccia, ti si appoggia, ma viaggiando ti accorgi di tutto un mondo che non sapresti neppure riconoscere.
Nella tua scatoletta pensi solo a non farti: tagliare la strada, tamponare, suonare, lavare i vetri.
O di non investire un giocoliere.

Ho incontrato un bambino sere fa: abbiamo disquisito a lungo sul suo futuro lavorativo.
Aveva 6 anni, era alto alto e aveva gli occhi grandi come more mature.

Tempo perso/perso tempo

Ho trovato del tempo perso in un angolo.
Era lì, abbandonato con un biglietto accanto “tempo perso, ovvero tempo libero buttato via per mancanza d’occupazione”.
Mi son guardata attorno: nessuno mi vedeva e l’ho raccolto.
E non è mica la prima volta eh, che lo faccio, no no.
E non mi sono sentita affatto una ladra.
Assolutamente no.
Piuttosto una “riciclatrice” del tempo perso.
Lo raccolgo, e lo uso.
Una volta gli ho chiesto “ti sei perso, tempo?”
e lui “sì, ma ti ringrazio per avermi raccolto, mi sentivo così inutile”
“Ma grazie a te – faccio io – figurati! Ne trovassi tanto.
Sai,  quando sto lì sdraiata, con gli occhiali e il cappello e tutti pensano che io dorma – quando mi tiro su,  me lo chiedono “dormivi?”, e quando rispondo “no, per la verità avevo del tempo perso che mi avanzava e lo stavo usando”, non mi credono mai -, dicevo, quando sto lì, in realtà non mi basti mai.
Tu  sei quello che mi permette di pensare, oppure no, a volta persino di partorire stronzate come queste.
Grazie, comunque grazie, per avermi insegnato a divertire in compagnia di me stessa.
Un libro, la radio, un uncinetto, le perline, un taccuino e te: sta tutto in una piccola borsa che porto sempre con me”.
“Non pensavo di contare così tanto – fa lui, con la lacrima all’angolo dell’occhio, ma allo stesso tempo rinvigorito, tanto da parer un altro.
“Sai tempo, se non fosse per te io non sarei come sono. E se ti perdi un’altra volta cercami.”
Ci siamo salutati con una promessa: appena possiamo ci rivediamo.
Abbiamo da fare un mare di cose il tempo perso ed io.

Non aver paura

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Ti guardo e ti vedo.
Ti annuso.
Seguo ogni tuo passo.
É come se vedessi me.
In questo momento non sei la bambina che vorrei abbracciare.
Sei un’attrice e stai lavorando: ti hanno insegnata una parte e tu da brava, la esegui.
Ma io lo so che non c’è solo questo.
Ti osservo, quando non mi vedi e mi pare di vedere me.
Non riesco a staccarmi da te con la scusa che tutto sia fatto come si deve.
Ho il pianto in gola e tu non puoi immaginare.
Continuo a ripetere quanto tutto vada bene e quanto io sia felice del risultato.
Sei tu la luce.
Sei tu il motivo di tutto.
Non é voglia di tenerezza o maternità negata.
É vedere nei tuoi occhi quello che deve ancora accadere, la speranza, la curiosità, la ribellione.
Sei quella che sono stata e non sono più.
Non crescere mai Mary, porta con te tutto quello che hai.

Nella foto:  Mary Badham  (Jean Louise “Scout”) e Nelle Harper Lee durante le riprese del film  Il buio oltre la siepe, (1962) regia di Robert Mulligan.

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amami come Etienne Navarro ama Isabeau D’Anjou:
né un battito di cuore in più, né un pensiero in meno
e se per sempre è impossibile a dirsi,
ricorda di amarmi ogni giorno
ora dopo ora
giorno dopo giorno
di sette giorni in sette giorni,
sino a farlo diventare un sempre mai detto

Bruges la morta

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bruges la morta – georges rodenbach  – fazi

Dopo la presentazione di Marco Lodoli e prima dell’inizio del breve romanzo, si trova un’avvertenza dell’autore in cui ci invita a considerare Bruges un elemento del romanzo e non uno sfondo o una cornice.

Chiede al lettore di ricreare le atmosfere descritte per poterne subire l’influsso.
Un po’ come si fa con i romanzi di Simenon, che arrivano neppure 50 anni dopo questo.
Bruges l’ho scoperta da pochi anni: me ne parlò un’amica che stava andando a visitarla e mi parlò di “In Bruges”, il film che si era avidamente “bevuta”, proprio per prepararsi a questa città straordinariamente affascinante e triste, a quanto si dice, come nessuna al mondo.
Il film narra di un killer nascosto a Bruges, che altro non ripete per tutto il film, che cosa mai si possa fare in questa città e non si da pace, non tanto della sua situazione disastrosa, ma del fatto di trovarsi a Bruges (ancora una volta Bruges è parte integrante della storia).
Neppure Venezia in versione invernale, riesce, con le sue nebbie, miasmi e tristezza, ad equiparare la malinconica Bruges (questo a detta di molti che hanno avuto il piacere di visitare le due città).
Strade deserte, vecchie case di mattoni affacciate ai canali, tetti a punta, comignoli, tutto ancora oggi riporta alla città dolente.
Una città privata di qualcosa: l’accesso al mare che l’avrebbe fatta grande.
E torno al romanzo.
Lodoli nella presentazione:” … si può sempre cucire un rapporto tra Rodenbach e i nostri crepuscolari, indovinare la stessa stoffa grigia e lisa, le stesse toppe cattolicheggianti, i risvoltini d’elegante desolazione simbolista. Ma questo non basterebbe a far sentire la necessità del romanzo, la sua appartenenza all’indistruttibile tribù dei piccoli classici, quei libri che senza incutere eccessivo timore aiutano a comprenderci meglio”.
Io ho ubbidito all’autore, e mi sono immersa appieno- come sempre faccio quando leggo un romanzo di Simenon – nei luoghi descritti, e io credo, che Simenon, Rodenbach l’abbia letto.
Ne ho quasi la certezza.
Chi legge Simenon, e conosce i suoi romanzi, non tarderà a capire che svolta prenderà questa storia.
E chi legge Simenon, sa che – pur con le mille ripetizioni, romanzo dopo romanzo, con l’uomo al centro della vicenda, l’uomo che non è mai un eroe positivo, ma un uomo abbruttito dall’amore o dall’avidità – troverà in questo, un libro che sarà felice di aver potuto leggere.
Non si esce dalla lettura di un romanzo come questo, senza sentire di aver aggiunto un pezzetto di conoscenza al proprio, pur minuscolo sapere.

C’è chi puote e chi non puote

Perché secondo me il vero problema è tra farlo comunque e poterlo fare.
Di cosa parlo?
Della Sarandon, naturalmente.
Che ne ho letto: pro, contro, su e giù, di qua e di là.
Che se ha quasi 70 anni e quella verve, e quel corpo che un po’ le ha retto (fosse anche con un po’ di aiuti in fondo se fa l’attrice cazzo deve fare? L’importante è non cambiarsi i connotati), e ha quella faccia lì, che sì ha gli occhi grandi e incavati e fica alla Mansfield non lo è mai stata, ma ha anche rappresentato le donne al cinema in un periodo in cui le donne cominciavano ad essere altro (non tanto, ma un po’ d’altro sì).
E allora ti ritrovi, tu, ad avvicinarti a quell’età e dirti, ma bella lei che può, e dici anche “che poi fica non lo è mai stata” (che da dove ti esce neppure tu lo sai), e ti pensi che se ce l’ha fatta lei, perché non tu.
Che è una bella dose di ipocrisia che ti si cuce addosso e ti fa parlare e ragionare così.
Che lei, la Sarandon, non ha fatto la vita che hai fatto tu (non dico che non abbia faticato e che l’attore non sia un lavoro stressante), ma come ben si sa, “i soldi non sono tutto, ma aiutano, cazzo se aiutano” e quindi un po’ di fatica te la levano.
Chi  ti fa parlare è la speranza, la cecità, la voglia che ti mettono i giornali, le pubblicità, gli amici quelli “hai quelli che ti senti”, o quelli de “l ’importante è lo spirito”.
Che se ti trascini sui gomiti, ma hai lo spirito, sei a posto.
E dai su, è la nostra riscossa questa donna che anche se osa non è ridicola.
E’ come quell’altra che se ne frega, e si permette di fare un cameo truccata da vecchia strega, la Mc Dormand, lei è talmente brava che le parti continua ad averle: per ruoli da vecchia e da brutta la strada è piastrellata d’oro.
Io l’ho viste quelle foto della Sarandon, e ho detto beata lei, come sta bene, e anche l’altra che pare se ne fotta, e fa bene, che brava com’è può cagare in testa a qualsiasi starlette de voiatri e de noiatri.
Il fatto è care amici, parenti, semplici conoscenti che pensate che … allora anche voi…
Anche voi un cazzo.
Voi non avete NIENTE in comune con queste donne, sappiatelo.
E quando vi fate un selfie, contate sino a dieci prima di pubblicarlo.
E i vostri figli vi vedono, e lo so, vi amano e non dicono niente, ma vi vedono.
E non fate quel che non potete fare, e sappiate che a non farlo, state facendo un favore a voi, non agli altri.

 

habemus decreto cirinnà

La parte più importante, quella sui figli, l’hanno stralciata.
Amiche che sono in coppia e hanno figli che vivono con loro, penso vivano veramente con tristezza questa non possibilità di “regolarizzare” la posizione di figli minori.
Che poi, per quanto mi riguarda, non è una questione di normalità, come dicono certi politici pro, è solo e meramente una volgare questione economica.
Sì, perché se non sei ricco e hai problemi ad andare avanti, tutto può servire, dall’asilo alla pensione di reversibilità.
E poi quel senso di estraneità (l’ho vissuto io da etero quando accompagnavo il mio compagno con la madre all’ospedale, quando cercavo di fare o farmi dire qualcosa) che ti accompagna sempre se non sei la compagna voluta da dio o dallo stato.
Io millanni fa mi sono sposata in chiesa, e quell’unione era benedetta da dio e approvata dallo stato, eppure è stata l’unione più stupida e insulsa che io abbia mai avuta.
E allora, e divento retorica, che chi si ama non possa amarsi e vedere i propri diritti tutelati…
Lo stralcio sulla non necessaria fedeltà la dice veramente lunga su come i politici abbiano considerato questa legge.
Se fossi gay mi incazzerei più su questo che su altre cose.
Perché sono i valori, i sentimenti che non sono tenuti in considerazione nella stesura di questa legge.
“volete sposarvi? volete fare il verso al matrimonio? e va bene vi diamo questa parvenza di normalità che vi farà sentire come noi, ma ricordatevi bene che non lo siete”.
Ho sentito parlare anche di notaio, ma devo capire in che caso, perché anche questa è roba che fa schifo.
Ieri sera qualcuno ha commentato “E’ una buona legge perché non compara la famiglia tradizionale alla coppia gay”.
Che va da sé, che una famiglia è  chiaramente un’altra cosa dalla coppia, ma anche etero.
Pasticci, parole, compiacimenti tutti a dimostrare l’incapacità di non essere  un paese evoluto, ma neppure semplicemente civile.

Senza di te mi manca l’aria (*)

Stamattina sulla metro e sul bus con il mio bel tomo di 634 pagine, pensavo a come sarebbe leggerlo con un dispositivo elettronico.
Non ho niente contro (basta che lo leggano gli altri e non mi si rompa il cazzo perché anche io me ne munisca, raccontandomi quanto è pratico): io esco sempre con un libro in borsa, dovunque io vada e se il libro sto per finirlo ne aggiungo un altro, anche se poi il secondo non sarà quello che avrei scelto in seguito.
Il secondo deve essere un libro di piccole dimensioni o dal poco peso che come si sa dipende dalla carta usata e non dalle dimensioni del libro.
E torno a me e al mio tomo, che non potrei leggere una storia ambientata nella prima metà dell’ottocento tutta fruscii e atmosfere ovattate, tazze di the e marmellate, guardando fissa un dispositivo che mi mostrasse carattere immobili, ben stampati e ben illuminati.
No.
Il mio libro è vivo: si chiude inaspettatamente quando mi addormento, mi cade dalle mani, a volte mi risveglia, a volte scivola sulla coperta in silenzio.
Sui mezzi viene occhieggiato, qualcuno penserà “neppure morto, mi porterei un tal mattone”, qualcuno penserà “accidenti, deve essere veramente bello, per leggerlo in piedi e schiacciata dalla folla”, qualcuno neppure lo noterà.
Arrivata al lavoro, spunterà dalla “borsa del libro, della frutta e dei crocchi per cani”, qualcuno lo vedrà e chiederà, qualcuno lo penserà solo un peso inutile.
Al mare, prenderà un po’ di sole con me, verrà ricoverato in caso di pioggia improvvisa, prenderà qualche piega e qualche spuntone di scoglio lo segnerà per sempre.
Ecco, tutto questo ho pensato in compagnia di Villette.


Villette
è un libro di Charlotte Brontë pubblicato da Fazi.

(*) Per Elisa, Alice, 1981

 

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