Vite di merda

Da piccola avevo tre desideri:
1) possedere delle parrucche
2) possedere una macchina da scrivere
3) passare una notte intera in un grande magazzino a provarmi tutto, ma proprio tuttotutto.

Oggi, a 60 anni, possiedo una macchina da scrivere

fatti un sindaco tutto tuo

Sono sconvolta ed incredula davanti al proliferare di liste che si stanno affacciando al panorama genovese per la candidatura del futuro sindaco di questa nostra povera città.
La frammentazione ha vinto, e adesso, piccoli piccoli, uno contro l’altro, con nomi improbabili, certi dei loro programmi che nessuno ha ancora letto.
Corrono tutti come formichine impazzite convinti di avere la verità in tasca.
Tante piccolissime liste civiche: e il povero Dumas – che ne aveva fatto un punto di forza dei fantastici 4 – si rivolterà nella tomba.

 

 

#solisimuore

le strade aperte

La cosa triste di quando mi metto a scrivere un pezzo che ho pensato poche ore prima, è che non ricordo l’argomento, allora comincio a scrivere sperando riaffiori, perché in realtà un timido bagliore, là in fondo, lo vedo.
Ho vissuto per trent’anni della mia vita (escludendo il primo e uno di mezzo in cui ero sposata) nello stesso luogo.
Una periferia orribile, in cima ad una salita, in una strada privata e chiusa.
Sotto la Madonna del Monte, (che era l’unico aspetto positivo, visto che lo si poteva raggiungere a piedi) lato Marassi – Quezzi e non San Fruttuoso che secondo me è molto più bello.
Insomma per anni io ho avuto la fobia della strada chiusa: non si arriva da nessuna parte, si può posteggiare, girare l’auto, per dire – ma si deve tornare indietro.
La finestra della mia camera per fortuna si affacciava sulla strada sotto, che è una via orribile pur essa, ma almeno non è chiusa.
La mia prima casa da sola, è stata una casa tutta a sud, dalla quale si vedeva, la ferrovia, la sopraelevata, la ferrovia portuale, il porto con le navi, una fetta di cielo infinita dove passavano tutti gli aerei diretti all’aeroporto.
Di fronte, laggiù, oltre tutto questo, la collina di Carignano, con la sua chiesa, a sinistra il campanile di Prè  e le cupole di vetro che si vedono solo quando batte il sole.
Va beh, tanto io lì non abito più ed è inutile che mi dilunghi in meraviglie che non ho più sotto gli occhi.
Tutto questo, per dire che questa mattina sono uscita di casa (abito vicino a quella meraviglia ma non è più quella) e ho cominciato a camminare, pensavo a quel che vedevo: il porto, la chiesa di San Benedetto – quella del Gallo -, i Giardini del Palazzo del Principe, la stazione Marittima, e poi entrando in porto, un treno è passato sulla linea sotterranea, ed è stato in quel preciso momento che mi è venuto in mente di scrivere un pezzo sulla meraviglia di vivere in una strada aperta.
Ho continuato a camminare pensando a quel che avrei scritto e a guardarmi intorno, il museo del Mare, la Darsena, Il bacino di Carenaggio, la Marina Porto Antico, il Galeone Neptune, l’acquario, il bigo, Palazzo San Giorgio , nelle cui prigioni è stato recluso Marco Polo, e Via San Lorenzo e la sua Cattedrale.
E mi dicevo quanto ero fortunata, a vivere in una zona – che non è sicuramente la più bella del mondo, –  ma che  permette in mezz’ora di vedere cose che voi umani…

le foto sono mie

Ciao Carlo

E’ uno dei primi ricordi che ho del lavoro.
Era il mio secondo giorno di impiego: 6 ottobre 1979.
Ero nella stanza, che occupo ancora oggi (dopo una pausa di circa 5 anni) e tu arrivasti.
Non mi avevi ancora vista.
“Quanti anni hai? – mi chiedesti un po’ brutalmente
“22” risposi io
“Ecco, adesso ce l’hai nel culo per altri 38″
E te ne andasti.
Non l’ho mai dimenticato.
Ricordo le nostre cene con tutta la programmazione: festeggiavamo quasi ogni volta che si terminava un programma.
Villalvernia, il paese che amavi e al quale avevi dedicato ricostruzioni storiche.
La caccia e i tuoi amici cacciatori, sempre pronti a riunirsi intono ad un tavolo che fosse buona o cattiva stagione, il fagiano, le storie delle tue figlie, Maria sempre accanto, il biliardo che avevi cominciato a seguire, la tua risata contagiosa, il tuo ottimismo.
Non sono d’accordo con chi dice di chi parte ” gli volevano bene tutti”, ma per te, trovare una persona alla quale tu non piacessi, è veramente difficile.
Che ti dico?
Che resterà di te un pezzo nei miei ricordi.
Siamo stati colleghi, e oserei dire anche amici, anche se ci sentivamo solo due volte l’anno: tu mi chiamavi la vigilia di natale, io per il tuo compleanno, il 4 marzo, e spesso lo anticipavo.
Quest’anno per Natale mi hai mandato un sms, io per il compleanno ho avuto paura e non ti ho mandato nulla.
Un altro rimpianto.

massa

(foto ricordo di Guido Benvenuto, che ringrazio)

Pensieri urbani

Ieri sera all’ uscita dal lavoro sono andata a percorrere uno di quelli che io ho battezzato “passaggi urbani”.
Non sono veri e propri percorsi, ma strade alternative, per avvicinarmi a casa a piedi.
Può accadere che –  percorrendo strade a me sconosciute –  io mi ritrovi un po’ in trance.
Camminare a piedi, da sola, senza telefono o musica nelle orecchie, è una sensazione che mi avviluppa: mi guardo intorno, con gli occhi lontani o in alto, e scopro continuamente qualcosa che non avrei mai immaginato.
Lo so che a dire così  pare che non mi sia mai mossa, ma non è così, è proprio il gusto di scoprire strade nuove, alcune delle quali, non conosceresti mai se non fosse che in quella via abita qualcuno che conosci,  oppure vai a fare una visita specialistica in qualche clinica, che è facile trovare in questi paraggi.
Ieri ad un certo punto del mio passaggio, non sapevo più dove mi trovavo (non mi ero persa, che qui basta che cerchi di scendere al mare ed è fatta), avevo un senso di straniamento, quasi mi pareva di essere in uno dei miei incubi ricorrenti: sono per strada, in genere è notte, cammino. Poi per qualche motivo prendo una strada che non conosco e non riesco più a tornare indietro, e più ci provo e più mi allontano. Provo a svegliarmi ma non ci riesco.
Non c’era però in questo caso senso di angoscia o di timore di non ritrovar la strada (mi muovo solo con la luce) ma un senso di appagamento totale, come quando arrivi per la prima volta in una città nuova e tutto ti appare meraviglioso, anche se, poi rivisto una seconda volta, quando l’effetto sorpresa è stato addomesticato e già sai come muoverti, non è neppure così meraviglioso.
Sono le sensazioni che ti assalgono, gli odori, gli incontri (pochi esseri viventi a parte qualche uccello, scoiattolo, gatto) e questo senso di libertà e di leggerezza: procedo quasi in automatico, e non mi pesa quasi mai la strada che faccio.
Ieri ho percorso circa 4 chilometri (dice così la guida Michelin che consulto una volta concluso il passaggio): ancora tra San Martino, Albaro, Corso Italia, che per chi non conosce Genova vuol dire, grosso modo tre strati di città, collocati a levante.
La prima zona popolare e popolosa è San Martino che si contamina con Albaro, nata in collina, e che se poi si scende verso il mare (come faccio io, trasversalmente) si attraversa un strada, che porta al centro, e allo strato inferiore ancora una strada molto larga quasi livello mare, e poi Corso Italia, la strada del mare, che se fosse fuori città sarebbe Aurelia.
Va beh vi metto una cartina con la legenda così si capisce.

penna blu = zona popolosa
penna rossa = zona ricca da sempre, era la campagna dei genovesi
penna nera = zona ricca un po’ da cagoni
evidenziatore = zona ricca mare ma una volta anche vecchi pescatori

Cattura

I pensieri di ieri sono stati:

– quanti palazzi e zone benestanti ci sono in questa città dai mille umori (giardini, parchi, alberi e quiete);

– i negozi tipo “la delizia della Livia”, o “bimbibrilli”, negozi totalmente inutili, in vie quasi esclusivamente percorse in auto, e che se non fossero della sorella della cugina del cognato della Marina, nessuno saprebbe che esistono, e comunque come sopravvivono te lo chiedi con grande curiosità;

– che alla fine della storia il benzene se lo cuccano anche i ricchi e in grande quantità (che poi è stata la considerazione che mi ha dato più soddisfazione di tutte).

le foto sono mie.

Buon compleanno, nonostante tutto

Eccoci qua.
Un altro anno è passato e di bello, direi poco e niente.
Lo so, vorresti sentirmi dire altro, ma qui non va proprio tutto come dovrebbe.
Siam troppo vecchi tutti e due per raccontarci bugie.
Con tua moglie – mia mamma – non va molto bene, sono anni che non ci intendiamo, e anche se lo so che dovrei portare pazienza e capire, io… non ci riesco.
Lo sai certo pure tu che non è che il pensiero vada a te solo in questo giorno, è il tuo tributo pubblico che avviene in questa data.
Domenica una donna che conosco (stavo per scrivere ragazza, ma è bene che io cominci ad usare il termine donna) mi ha raccontato di aver perso il papà una ventina di giorni fa.
Aveva gli occhi lucidi quando mi diceva, mi manca, c’era sempre, ogni cosa lui arrivava.
Ed io le ho raccontato che capitava anche a me così, che una volta ho scritto che avrei voluto averti per mollarti tutte le mie rogne, e qualcuno mi ha commentato dicendo che era terribile quel che dicevo che era un uso utilitaristico che facevo di te.
E non ho avuto bisogno di interpretare quel che mi diceva: lo so, – le ho risposto – puoi avere l’uomo migliore accanto, ma è a tuo padre che pensi quando un lavandino gocciola, si rompe la maniglia dell’anta di cucina, devi salire su una scala per cambiare una lampadina o devi riporre il piumone sopra l’armadio.
Va beh, che ti devo dire.
Siam qua, e galleggiamo.
Neppure più l’arrivo della primavera riesce a tirarmi su.
Ma tu, non ti preoccupare, che tiro avanti.
Io ti immagino lì, su una nuvola, – che mi fa cacare dire su una nuvola – ma è l’unico posto dove ti posso immaginare in quanto energia nell’aria.
Però ti immagino come nella foto di Venezia, con le maniche della camicia tirate su, e tu a guardare giù.
E poi, in questa lagnosa lettera, ti dico, che potevi stare ancora un po’ qua, ma non tantissimo, che invecchiare non è bello per un cazzo, credimi (e te lo posso dire che son più vecchia di te).
E ti dico che ti voglio tanto bene, e anche se sei sempre più fantasmoso in forma fisica, sei sempre più presente in forma gassosa.
Dai papà, fai un buon compleanno, che la primavera è arrivata: per noi due è sempre  oggi, anche se dicono fosse ieri.

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mondi paralleli

Ieri sono uscita dopo tre giorni di febbre ed ho trovato una città che mi ricordava L’invasione degli ultracorpi.
Ho pensato che ne avessero già scambiati molti nel fine settimana.

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Ma in realtà, solo per arrivare alla saga di  Mad Max, quale capitolo non ha molta importanza.

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Pensavo fosse perché nei giorni passati ho visto molti film (nessuno dei due per la verità), invece era proprio rientrare nella realtà dopo tre giorni immersi nel cinema.
Il più brutto, esteticamente, è meglio che guardarsi intorno in un giorno di festa.
Caro vecchio Roy Batty, la sapevi lunga tu con  il tuo – mai battuto – “ho visto cose…”

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Tanti auguri, a chi tanti amanti ha

ma gli auguri che ti fanno gli uomini in questo giorno che cosa stanno a significare?

1) speriamo che tu ti mantenga in salute cosi continuerai ad essermi utile;

2) tanti auguri, così a cazzo in modo che tu ti accorga che me lo sono ricordato che oggi è la “festa della donna”;

3) auguri perché tu non ti renda mai conto in che condizione versi, che tu non ti possa svegliare mai, sommersa dagli auguri e da un mare di mimosa ammorbante;

4) auguri, perché mamma così mi ha insegnato, che le donne vanno ricordate oggi e nel giorno della festa della mamma, per il resto “passami il fazzoletto”.

Ma soprattutto donna, tu che sei come me, e che come me conosci il significato della parola donna e della ricorrenza fissata per questo giorno, perché continui a farmi gli auguri?

maggie

Sappiatelo: è il giorno in cui riesco a formulare e pronunciare il più alto numero di bestemmie