l’incubo dell’8 settembre (le mie estati a Belforte Monferrato)

L’8 settembre della mia infanzia e adolescenza non era una data importante per l’Italia, ma per me, in quella infinitesimale fetta del mondo che occupavo.
L’8 Settembre a Belforte Monferrato c’era la festadellamadonna.
Non sono mai stata una bambina cattolica, ma don Wandro sapeva come prendermi: l’oratorio con il calciobalilla, e l’organo: sì, mi lasciava suonare l’organo.
Alla sera alle 21 il rosario e io una volta gli dissi che non ci andavo perché lo facevano in latino, e non so come ma cominciarono a farlo in italiano.
E poi cantavo. A rosario e pure a messa.
E andavo a suonare l’organo.
E don Wandro mi faceva anche suonare i bottini.
Adesso, qualche malizioso penserà male, e che stia dando un doppio senso a quel che dico, invece è tutto vero.
Insomma io volevo parlare dell’8 settembre, che era sì una festa religiosa, ma per 3 giorni 3, alla società arrivava l’orchestra e si ballava.
E don Wandro si incazzava, che invece di stare in oratorio a vendere i biglietti della lotteria, si scappava a ballare.
E poi, dopo l’8 settembre, una tristezza… che il lunedì dopo, cadesse il mondo noi si tornava a casa.
Qualcuno che aveva i nonni restava, ma io no, città, e fine serate alla fontana, in società, feste da ballo nei garage.
Fine di tutto.
Altro che armistizio, una vera merda, l’inizio della guerra all’inverno.

fine introduzione

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per fortuna che gli occhi sono lo specchio dell’anima

Piccolo uomo dalla pelle scura e dal grande e buffo naso di gomma, ero con te – in questo giorno – nell’ormai lontano 1983 e mi stavi domandando:” ma non si incazza Bagnasco che non sei a lavorare?”.
“No” – ti ho detto – “lo sa che non stai bene e capisce”.
Non ti potevo dire (ma tu lo sapevi benissimo) che da lì a poche ore te ne saresti andato.
Credo sia stata l’ultima cosa che mi hai detto.
Ci stavamo conoscendo – da adulti intendo.
Cominciava un rapporto nuovo, quasi alla pari.
Io l’ho coltivato lo stesso, ho salvato la semenza prima che strappassero per sempre le radici.
Sta lì, è cresciuto con gli anni anche se i miei ricordi sono di anno in anno sempre più seppiati.
Sta lì nello specchio dove vedo ogni mattina questo naso ingombrante.
Sta lì nelle labbra sottili che non mi sono mai piaciute.
Ma sta lì anche nella luce degli occhi che sembra che parli.
Va tutto bene, ma
cazzo papà, non potevi evitarmi almeno il gusto della polemica?

io papà

P.S.: vedi papà, che cazzo di bocca di merda ci viene in foto?

cica io

Mi piace

 

Mi piace

 

Love

 

Ahah

 

Wow

 

Sigh

 

Grrr

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Ma se siamo tre, tre somari e tre briganti solo tre…

Sono in tre, seduti.
La metro è discretamente piena per essere agosto.
Uno potrebbe essere uno studente di ingegneria o di architettura.
Il secondo potrebbe occuparsi di pc ma non girerebbe coi mezzi pubblici.
Il terzo ha un borsello firmato e la faccia da idiota.
Sono tutti e tre italianissimi.
Cerco di incontrare i loro sguardi per trovarvi all’interno un barlume di intelligenza, un lucore che li dia per vivi.
Le donne in piedi sono tante ma loro si guardano le mani, i piedi, lo zaino.

 

tre somari e tre briganti

 

Vieni, vieni qui…

Mi rendo conto che ci vuole proprio poco: un video, una foto un libro, un film.
Focalizzare l’attenzione su di un piccolo particolare, farlo diventare una bandiera, un gesto retorico che tocchi il cuore, ed ecco è passato un messaggio che tu nemmeno hai colto.
Sei dentro e non lo sai.
Senti sapore di ferro in bocca, ma lo scambi per emozione, sostieni, gioisci e sorridi, e intanto in mano e nella testa ti hanno messo proiettili.
Tu non lo sai ma sei diventato una Santa Barbara.
Al momento giusto, ti chiederanno il conto.

Pensieri pubblici

Che poi se devo dire la verità, a me mica dispiace muovermi coi mezzi pubblici.
Anche quando vado al mare.
Sì lo so, mica sono stupida, che ad arrivare ci metto tanto quanto metterebbe uno – che ne so – che venisse da Voghera, per dire.
Sei sul bus, e hai trovato un posto (che io ci provo sempre) e alzi gli occhi dal libro o dal telefono, e vedi un sacco di cose che non avevi mai notato.
Son anni che faccio lo stesso tragitto tutte le estati dal 1993 e negli ultimi anni per tutto il mese di Luglio, cascasse il mondo, io vado, eppure “credetemi è accaduto” ci sta sempre un particolare che non avevo visto.
Sulla strada dell’andata – per esempio – se butti l’occhio a destra, nella strettoia che sbuca in cima alla strada che porta a Boccadasse  (così anche chi non è di Genova, vede scritto Boccadasse e gli viene alla mente che è scritto pure nei libri di Montalbano, che ci abitava la fidanzata, Livia, che non so se lo sia ancora che io Camilleri ho smesso di leggerlo tuttattaccato), beh, c’è una strada con case bellissime e io mi ripropongo sempre di andarle a vedere, ma poi mi cambia la luce, e in autunno mi scappa la voglia.
E quando sulla strada del ritorno, il bus imbocca la discesa di via Albaro, laggiù, tra le fronde degli alberi, se hai fortuna, con l’ora giusta, la giornata giusta vedi il profilo della città in controluce e ti si ferma il cuore da tanto è bella quella immagine.

E poi so anche che la gente puzza, urla, ti schiaccia, ti si appoggia, ma viaggiando ti accorgi di tutto un mondo che non sapresti neppure riconoscere.
Nella tua scatoletta pensi solo a non farti: tagliare la strada, tamponare, suonare, lavare i vetri.
O di non investire un giocoliere.

Ho incontrato un bambino sere fa: abbiamo disquisito a lungo sul suo futuro lavorativo.
Aveva 6 anni, era alto alto e aveva gli occhi grandi come more mature.

Tempo perso/perso tempo

Ho trovato del tempo perso in un angolo.
Era lì, abbandonato con un biglietto accanto “tempo perso, ovvero tempo libero buttato via per mancanza d’occupazione”.
Mi son guardata attorno: nessuno mi vedeva e l’ho raccolto.
E non è mica la prima volta eh, che lo faccio, no no.
E non mi sono sentita affatto una ladra.
Assolutamente no.
Piuttosto una “riciclatrice” del tempo perso.
Lo raccolgo, e lo uso.
Una volta gli ho chiesto “ti sei perso, tempo?”
e lui “sì, ma ti ringrazio per avermi raccolto, mi sentivo così inutile”
“Ma grazie a te – faccio io – figurati! Ne trovassi tanto.
Sai,  quando sto lì sdraiata, con gli occhiali e il cappello e tutti pensano che io dorma – quando mi tiro su,  me lo chiedono “dormivi?”, e quando rispondo “no, per la verità avevo del tempo perso che mi avanzava e lo stavo usando”, non mi credono mai -, dicevo, quando sto lì, in realtà non mi basti mai.
Tu  sei quello che mi permette di pensare, oppure no, a volta persino di partorire stronzate come queste.
Grazie, comunque grazie, per avermi insegnato a divertire in compagnia di me stessa.
Un libro, la radio, un uncinetto, le perline, un taccuino e te: sta tutto in una piccola borsa che porto sempre con me”.
“Non pensavo di contare così tanto – fa lui, con la lacrima all’angolo dell’occhio, ma allo stesso tempo rinvigorito, tanto da parer un altro.
“Sai tempo, se non fosse per te io non sarei come sono. E se ti perdi un’altra volta cercami.”
Ci siamo salutati con una promessa: appena possiamo ci rivediamo.
Abbiamo da fare un mare di cose il tempo perso ed io.

Non aver paura

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Ti guardo e ti vedo.
Ti annuso.
Seguo ogni tuo passo.
É come se vedessi me.
In questo momento non sei la bambina che vorrei abbracciare.
Sei un’attrice e stai lavorando: ti hanno insegnata una parte e tu da brava, la esegui.
Ma io lo so che non c’è solo questo.
Ti osservo, quando non mi vedi e mi pare di vedere me.
Non riesco a staccarmi da te con la scusa che tutto sia fatto come si deve.
Ho il pianto in gola e tu non puoi immaginare.
Continuo a ripetere quanto tutto vada bene e quanto io sia felice del risultato.
Sei tu la luce.
Sei tu il motivo di tutto.
Non é voglia di tenerezza o maternità negata.
É vedere nei tuoi occhi quello che deve ancora accadere, la speranza, la curiosità, la ribellione.
Sei quella che sono stata e non sono più.
Non crescere mai Mary, porta con te tutto quello che hai.

Nella foto:  Mary Badham  (Jean Louise “Scout”) e Nelle Harper Lee durante le riprese del film  Il buio oltre la siepe, (1962) regia di Robert Mulligan.

amami

amami come Etienne Navarro ama Isabeau D’Anjou:
né un battito di cuore in più, né un pensiero in meno
e se per sempre è impossibile a dirsi,
ricorda di amarmi ogni giorno
ora dopo ora
giorno dopo giorno
di sette giorni in sette giorni,
sino a farlo diventare un sempre mai detto

Bruges la morta

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bruges la morta – georges rodenbach  – fazi

Dopo la presentazione di Marco Lodoli e prima dell’inizio del breve romanzo, si trova un’avvertenza dell’autore in cui ci invita a considerare Bruges un elemento del romanzo e non uno sfondo o una cornice.

Chiede al lettore di ricreare le atmosfere descritte per poterne subire l’influsso.
Un po’ come si fa con i romanzi di Simenon, che arrivano neppure 50 anni dopo questo.
Bruges l’ho scoperta da pochi anni: me ne parlò un’amica che stava andando a visitarla e mi parlò di “In Bruges”, il film che si era avidamente “bevuta”, proprio per prepararsi a questa città straordinariamente affascinante e triste, a quanto si dice, come nessuna al mondo.
Il film narra di un killer nascosto a Bruges, che altro non ripete per tutto il film, che cosa mai si possa fare in questa città e non si da pace, non tanto della sua situazione disastrosa, ma del fatto di trovarsi a Bruges (ancora una volta Bruges è parte integrante della storia).
Neppure Venezia in versione invernale, riesce, con le sue nebbie, miasmi e tristezza, ad equiparare la malinconica Bruges (questo a detta di molti che hanno avuto il piacere di visitare le due città).
Strade deserte, vecchie case di mattoni affacciate ai canali, tetti a punta, comignoli, tutto ancora oggi riporta alla città dolente.
Una città privata di qualcosa: l’accesso al mare che l’avrebbe fatta grande.
E torno al romanzo.
Lodoli nella presentazione:” … si può sempre cucire un rapporto tra Rodenbach e i nostri crepuscolari, indovinare la stessa stoffa grigia e lisa, le stesse toppe cattolicheggianti, i risvoltini d’elegante desolazione simbolista. Ma questo non basterebbe a far sentire la necessità del romanzo, la sua appartenenza all’indistruttibile tribù dei piccoli classici, quei libri che senza incutere eccessivo timore aiutano a comprenderci meglio”.
Io ho ubbidito all’autore, e mi sono immersa appieno- come sempre faccio quando leggo un romanzo di Simenon – nei luoghi descritti, e io credo, che Simenon, Rodenbach l’abbia letto.
Ne ho quasi la certezza.
Chi legge Simenon, e conosce i suoi romanzi, non tarderà a capire che svolta prenderà questa storia.
E chi legge Simenon, sa che – pur con le mille ripetizioni, romanzo dopo romanzo, con l’uomo al centro della vicenda, l’uomo che non è mai un eroe positivo, ma un uomo abbruttito dall’amore o dall’avidità – troverà in questo, un libro che sarà felice di aver potuto leggere.
Non si esce dalla lettura di un romanzo come questo, senza sentire di aver aggiunto un pezzetto di conoscenza al proprio, pur minuscolo sapere.