Vuoti a rendere

Avete presente quando i pensieri vanno sul filo di un gesto e arrivano da qualche parte, e poi per capire cosa abbia scatenata quella fitta lancinante, dovete percorrere faticosamente il percorso inverso?Ecco, mi è accaduto ieri mattina.Stavo lavando la cucina a gas, e pulendo, ho scontrato una manopola, e l’ho subito riportata in posizione, ma mi sono ricordata che se non si preme, il gas non esce. È bastato questo per sentire una fitta fortissima, un’angoscia indicibile.Era uno dei pensieri ricorrenti che avevo prima che mia madre si ammalasse.Una vecchia cucina, senza sicura che lei usava in modo irresponsabile.Dal 2009 avrei potuto sostituirla con quella quasi nuova, della mamma di F., che era rimasta in quella grande cucina in compagnia di un frigo altrettanto nuovo e di una lavatrice. Ma no. Mia madre non voleva. Ho provato non so quante volte a ventilare l’idea, ma niente, non ci sentiva. È questo valeva per tutte le volte che provavo a migliorarle la qualità della sua vita, e in qualche modo, anche la mia. È non era un no, ma insulti ed imprecazioni, per le mie idee di merda. Per ogni gesto, per ogni cosa proposta. Tutto merda, e tutto per mio tornaconto. Buttammo via quegli elettrodomestici quasi nuovi, ma non è questo il punto. Ieri, mi è salito il magone e si è formato un vuoto, a pensare quanto mi sono sentita inutile, ogni volta. Quanto dolore di fronte alla mia impotenza, alla mia impossibilità di riuscire a comunicare. Malesseri che si sommano ad altri. Archiviati . Pure questi.

Empatia portami via

Ho passato buona parte della mia vita ad ascoltare le persone.
I loro malesseri, le loro storie d’amore malate, sbagliate.
Molte volte erano solo paturnie, ma io lo so, un po’ come accade ai bambini quando hanno paure immotivate, che se quella paturnia tu la pensi vera, ti fa star male come fosse un male vero  e quindi deve essere fatta sparire come se esistesse e non ignorandola.
La paturnia come un malanno fisico fa male assai e bisogna distruggerla.
Ho ascoltato per notti intere. Settimane. Mesi.
Ho ascoltato. Dicendo quasi sempre che la risposta è dentro di noi, e bisogna saperla trovare e, cosa più difficile, metterla in atto.
Ho sempre detto, cerca in te, cerca di volerti bene, di difenderti da chi non ti ama.
Ho raccontato le mie esperienze, per far letteratura, non certo perché gli altri potessero trarne insegnamento, che ognuno di noi le proprie esperienze le deve vivere.
Non può certo vivere quelle degli altri.
A me, è servito molte volte ascoltare persone che erano già passate in esperienze simili alla mia per capire laddove, io in quel momento coinvolta, non potevo capire.
Ma agli altri ho sempre detto, fai quello che puoi, in un primo tempo e poi quello che vuoi, quando sarai pronta.
(parlo al femminile, ma non mi sono rivolta solo a donne, anzi).
Eppure molto spesso ad ascoltare non c’è nessuno, che le ansie, i problemi, le storie d’amore dolorose, il male fisici – soprattutto d’estate, e in particolar modo, in un’estate come questa, dopo le ansie personali –  beh, rompono proprio i coglioni.
E mi rendo benissimo conto, con le persone che si sono fatte sentire, di aver rotto il cazzo con il mio piede, ma non mi era mai capitato di stare così male e così a lungo. La mancanza di autonomia mi ha messo un’ansia indicibile addosso, e solo parlandone in qualche modo esorcizzavo.
Mi sono trascinata e autoparcheggiata per tutta l’estate in due luoghi. Un giorno ne ho provato un terzo.
Mi è mancata l’unica cosa che dia veramente l’idea dell’indipendenza: la libertà di movimento.
Riconosco i silenzi telefonici, le assenze, e capisco. Mi annoio io stessa, e vedo la reazione di Federico. La sua però è preoccupazione, quella di altri, noia.
Adesso sto un po’ meglio, il piede fa un po’ meno male, l’ansia si è attenuata.
Adesso va un po’ meglio.
Rassicuro chi si è tenuto ben lontano.
A questi, voglio anche dire che ci sono state anche delle belle notizie, e che a chi si è fatto vivo, sono state raccontate.
Non ho vomitato solo ansia e malessere.
A quelli che mi hanno ascoltato dico grazie e mi scuso.

4 anni

Quando racconto un ricordo, non so mai quanto sia mio e quanto evocato da una foto o dalle parole pronunciate, davanti a quella foto.
Probabilmente un insieme di tutte queste cose più un pizzico di immaginazione e uno di nostalgia.
Io, che ho sempre pensato di avere una memoria prodigiosa, a volte di fronte ad un documento, una data, un appunto, ho dovuto ricredermi sul  ricordo:  pareva a me così, ma lo avevo modificato, abbellito, infiochettato, a volte spostato nel tempo.
Non potrei mai scrivere una storia, perché non riesco ad inventare, non riesco a non fare cronaca degli avvenimenti narrati, ed è per questo che mai e poi mai, potrei narrare una storia degna di interesse altrui.
Ma adoro perdermi in piccoli episodi, per me importantissimi, che voglio scrivere per fermare, anche se forse, proprio non sono fedele ricordo, ma, in parte, ricostruzione (non paracula, e in questo credetemi) .
1961.
Anni 4.
San Giacomo di Vizze.
Arrivammo lì per conoscenza dei nostri vicini di casa.
La signora Maria era originaria di un paese vicino, Piazza, e lì e nei dintorni vivevamo o lavoravano ancora sue sorelle.
Nel giugno del 1961, in 20 ore, furono effettuati 47 attentati a Bolzano e dintorni.
Ricordo, appena scesa alla stazione di Vipiteno, una strana sensazione, che, mi spiegherà la mamma, negli anni a venire, dovuta alla presenza di molti militari e filo spinato. Racconterà lei, in seguito, pareva di essere in tempo di guerra.
Non ricordo altro del viaggio, se non che prendemmo un pullman.
Il ricordo è della mamma non mio, un episodio che lei raccontava come un evento eccezionale, pur essendo di fatto, normale.
Ricordo bene la stanza d’angolo, al primo piano della casa.
Da una finestra si vedeva il grande prato davanti.
Lei ed io avevamo un maglioncino rosso a v, identico, confezionato dalla maglierista del 4° piano, a Genova.
Era il giorno dopo al nostro arrivo, e mi disse di scendere, che sarebbe arrivata.
E io scesi ed uscii di casa, e andai in quel grande prato, da sola.
Avevo subito l’ultimo intervento alle gambe nell’ottobre dell’anno precedente, e adesso in agosto, lei mi vedeva correre da quella finestra per la prima volta
Un puntino rosso in mezzo al verde, diceva.
La immagino, alla finestra, con le lacrime agli occhi.

Vacanze 2. In montagna

Una parte dell’estate del 1963 la passai a Sant’Anna Collarea. L’ultima estate da bambina libera: ad ottobre avrei frequentato la prima elementare.
Ricordo poco di quella vacanza ma un paio di cose le ho impresse nella mente. Eravamo in affitto nella casa che si vede nelle foto alle nostre spalle.
Ricordo che si accedeva alla casa da una scala, dell’interno non ricordo nulla.
Penso spesso a quanto ci aiutino le foto a mettere assieme brandelli di ricordi.
Ricordo il cappello della mamma che era rosso di rafia: lo ricordo in casa ancora per tanti anni.
Mica la buttavi la roba a fine stagione: la tenevi da conto, la mettevi via per l’anno seguente.
Queste foto penso le avesse scattate il papà, ci sono solo queste di quella vacanza, e un filmino, sempre girato da lui, che dovrebbe essere a casa, ma non ne sono certa.
Sicuramente ci aveva raggiunte a fine vacanza.
Ricordo un cane, che forse si intravvede nella foto.
Ricordo che la sera, dopo cena, si andava, in un albergo. Dove ci si incontrava con altre persone, conosciute lì? Che ci avevano portato lì? Non lo ricordo.
Ho cominciato a scrivere ieri sera, e sono andata a dormire con questo pensiero nella testa.
E con gli occhi chiusi mi sono arrivate delle immagini: in un grande prato con delle mucche e qualcuno che diceva di allontanarsi che c’era un toro.
E il ricordo che avevo già, di un ritorno a casa dopo la serata in albergo, situato in alto rispetto a dove eravamo alloggiate, con una terrazza a lato, sulla parte posteriore dell’edificio.
Dicevo il ritorno, nella notte (che poi sarà stata sera) rischiarata da stelle e lucciole. Mi pareva di percorrere un cammino tra l’erba alta, anche se così non sarà stato.
E una sera, alle signore ho detto che la mamma aveva 41 anni.
E lei non l’ha mandata giù, mi ha detto che cosa mi era girato di raccontare a tutti la sua età.  Ricordo, le chiesi cosa ci fosse di male, e lei furiosa, mi rispose che nessuna di quelle donne aveva dichiarato l’età e non si capiva, perché avevo dovuto farlo io che poi  ero la bambina con la mamma più vecchia.
Non ho mai capito quel suo fare, era bella, dimostrava almeno 10 anni meno di quelli che aveva, eppure questa cosa non l’aveva mai dimenticata. Spesso la tirava fuori, per sottolineare il mio errore.
Ho pensato molte volte a quel paese, del quale non ricordo altro che queste poche cose. Ancora oggi mi domando come ci fossimo capitati.
In questa estate strana e sospesa, i ricordi delle vacanze da piccola tornano a farmi compagnia.
Come toppe su maglie coi gomiti lisi.
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Vacanze 1. Al mare

La prima auto mio papà la comprò alla fine del mio primo anno scolastico.
Nel 1966 cominciammo ad andare a Belforte.
L’autostrada non c’era, o prendevi quella di Novi, allungando di parecchio la strada, o percorrevi la strada del Turchino.
Quando si tornava per me la cosa più bella era percorrere il lungomare e vedere tutte quelle persone che trascinavano borse, ombrelloni e ciabatte infradito, con i capelli bagnati, e il segno dell’ultimo bagno su tette e culo del prendisole.
Venivano fuori da sotto terra, che le spiagge stavano al di là della ferrovia.
Guardavo avidamente i bagnanti.
Io andavo pochissimo al mare, solo qualche volta con la mamma alla foce o in corso Italia, e poi, qualche volta con Francesco e i suoi e i miei, in riviera ma a Levante. E anche in questo caso, io invidiavo questa gente che usciva da sottoterra, che avrebbe fatto ritorno a casa a pochi metri, per poi magari riuscire dopo cena, per il gelato in passeggiata.
I villeggianti di mare, per me erano una categoria straordinaria, sconosciuta, meravigliosa.
Quelli che uscivano di casa con le ciabatte perché tanto avrebbero percorso pochi metri.
E quei negozi con le grandi tende blu, dalle quali usciva di tutto: secchielli, palette, palloni tele, borse, astucci, salvagente, cartoline, giornali, abbronzanti, cappelli di paglia.
Tutto, vedevo tutto dalla strada, facevo la radiografia in pochi minuti, e poi spesso c’era la coda, e io godevo di quel tempo che mi veniva regalato per guardare.
Era un mondo sconosciuto e affascinante per me che andavo sempre in vacanza in campagna e in montagna.
In seguito ho avuto modo di trascorrere le mie vacanze in tenda e in roulotte al mare per molti anni, e di vivere per un anno anche in una località balneare, ma ancora ricordo quei luoghi e il popolo che animava quei lungomare così vicini casa.
Ancora oggi, il mio desiderio è trascorrere una vacanza al mare, abitando in una casa con la vista sul mare: pochi metri da attraversare in ciabatte.

P. S.: lo so, adesso tanti vanno al mare in ciabatte, ma una volta lo avrebbe fatto solo chi fosse arrivato in auto al bordo della spiaggia, e appunto, chi fosse sceso da casa.

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Tata tata…

A me del ⚽ non è mai importato nulla, ma che vi devo dire, sarà la vecchiaia, il divenire ogni giorno che passa, più sensibile e meno severa con le cose del passato, che io quando sento le note di questa sigla, mi intenerisco.
Chiudo gli occhi e vedo mio padre con il suo impermeabile colore indefinito, quello buono, con la sigaretta in una mano… la sta portando alla bocca, e nell’altra tiene la radiolina all’orecchio. Ha pure il bavero in po’ alzato che, qui d’inverno, il vento c’è sempre, e le sta volando via una ciocca di capelli, più che volar via, sono spettinati, ma non ha più mani per sistemarli…
E in quella passeggiata in città o fuori porta, tanti ne incontravi come lui.
E quelli che si fermavano se erano in auto, od obbligavano la moglie ad armeggiare con l’antenna.
Quelli che restavano indietro mentre la moglie spingeva la carrozzina, o quelli che davano informazioni a quelli senza 📻.
“Un mondo diverso, chi vivrà vedrà…” cantava Rino Gaetano.

Tutto il calcio

Come prima, più di prima

FB_IMG_1577864060018Non sono di base una persona pessimista e negativa ma probabilmente la sono diventata.
Per la passione che ho sempre messo nelle aspettative mancate.
C’era una collega che anche se non avevamo molti punti in comune, mi conosceva bene, e quando mi vedeva silenziosa e remissiva, diceva che non le piacevo, che era preoccupata, che non ero io.
Ecco, sono diventata così.
Mi incazzo sempre per le cose, ma sono sempre più sola.
Non mi piacciono le festività, non mi piacciono da molti anni.
Sempre meno persone vive, sempre meno senso a festeggiare qualcosa in cui non si crede.
L’anno nuovo è la madre di tutte le aspettative, l’aspettativa regina, prima di quella di settembre, viene capodanno, il nuovo anno, l’anno che verrà…
E ogni anno, non cambia nulla se nulla hai fatto o per cambiare durante l’anno.
Oppure, ancora una volta c’era un’aspettativa nell’aspettativa e via una e via l’altra, e questo appena passato è stato un bell’anno di merda diciamolo.
E dal momento che ancora non riesco a definirmi una brutta persona, anche se per qualcuno lo sarò, comincio a pensare che stia sbagliando tutto.
Forse avete ragione voi a crederci ogni anno, non nell’anno della vita, ma in un po’ di quiete, di salute, di pace, di serenità.
Non chiedo tanto, ma è già
cominciato e non mi piace.
Non ho mai chiesto nulla, ma forse devo alzare la posta, fingere che tutto vada bene, mandare auguri sfavillanti e far finta che abbia funzionato.
Mi spiace, non ci riesco.
Vi invidio, giuro vi invidio.

Vivere…

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Penso che il problema più grosso dei nostri tempi sia la comunicazione, che è direttamente legato all’ignoranza, che ha a che vedere con la mancanza di fiducia, con la mancanza di voglia di raccontarsi e di farsi raccontare, con la voglia di apparire sempre più quello che non si è, e tenere per se stessi – nascosto anche a noi stessi – quello che siamo, quello che vogliamo. L’importante è vendere una vita che non sia la nostra, una vita come la si vorrebbe o meglio come vorremmo che la vedessero gli altri. Non so se siamo diventati incapaci, o lo siamo sempre stati, di comunicare persino un comune sentimento, incapaci di comunicare una disgrazia, un evento luttuoso o una cosa gioiosa, siamo incapaci di chiedere aiuto, ma bravissimi ad esporci con recite continue.
Questa mattina un amico mi ha scritto “L’errore è stato della mia generazione… Che non ha saputo prevedere, analizzare e incasellare correttamente i nuovi strumenti”.
Io non lo so se sia solo questo mezzo, questo modo di comunicare veloce,  comunicare con WhatsApp così ti leggo quando voglio, mandare un vocale così ti sento quando voglio, neanche più la capacità di dire ci facciamo una telefonata a una certa ora perché è un impegno che non vogliamo prendere, è tutto un vediamo, vedremo, rimandiamo tutte le cose che comprendano il piacere degli altri. Siamo pieni di impegni personali, il parrucchiere, la ricostruzione delle unghie, le sopracciglia, la palestra, il ballo, la lampada, tutto quello che comprende il nostro corpo, che ci fa apparire più giovani, non certo che serve ad essere più sani, che di quello non ce ne fotte un cazzo, ma se un’amica ci chiede di vederci, il momento lo rimandiamo. Non è un problema la salute, ci interessa solo quello che possiamo far vedere, quello che al nostro corpo diamo per poterlo presentare agli altri, cerchiamo la competizione continua, spacciandola per esigenza personale, niente di quello che facciamo è spontanea, ogni nostro pensiero passa da un filtro che abbiamo all’interno, difficilmente riusciamo ad esporre quello che realmente pensiamo.
È un momento veramente molto difficile per l’umanità.
Per la nostra umanità, quella che dovremmo avere dentro.

2 novembre

“Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora.”

“Il grande sonno” di Raymond Chandler

Chissà perché quando penso alla morte, ai morti, mi vengono alla mente solo questo pezzo, e la citazione, che di preciso non si sa da dove sia presa, del titolo di un film che amo molto: “la prima notte di quiete”, che sarebbe la prima dopo morto, perché è la prima notte che dormi senza sognare.

Non ho il culto dei morti, non l’ho mai avuto: odio la beatificazione del morto, il morto merda resta una merda e non lo rimpiangi, e quello che avrebbe avuto ancora da dire da vivo, resta vivo per sempre. E bon. Che tanto il ricordo è dentro, vivo, un po’ meno se passa il tempo, mentre il corpo alimenta i vermi che concimano la terra. Ma a solo quello serve. E non è poco a pensarci bene. E poi sta schiera dall’altra parte sta aumentando in modo vertiginoso, e ricordarli tutti nello stesso giorno, non fa proprio per me. A me piace ricordarli quando vogliono loro essere ricordati, non a comando.

Parole in caduta libera

Questa mattina nella sala d’aspetto del multistudio medico “Buongiorno” mi rispondono una signora di 85 anni un signore di 84 e una forse quasi coetanea.
La seconda battuta viene proferita dalla signora di 85 anni  “Vedo che siamo tutti molto giovani qui dentro oppure siamo vittime di una caduta”. Hahaha risatina di convenienza e poi io dico “Nel mio caso è stata la gioventù a colpirmi”
Il signore è sordo “ehhhh?” mi dice “come ha detto?” io ripeto.
La signora “Quanti anni ha lei?”, io “62” e lei “Io ne ho 85”
“Spero di arrivarci pure io, signora”, il signore interviene  “è del 34 lei quindi? rivolto all’anziana signora seduta e lei risponde “perché le torna in mente qualcosa sentendo 34?” (A questo punto colgo lo sguardo di Fede che mi ha accompagnato e capisco che tra un attimo traboccherà). 

Il signore “Eh sì perché?  certo… se le dico così per forza che mi viene in mente qualcosa… ” poi ci pensa un attimo e riprende “Eh perché io sono nato un anno dopo di lei”.
La signora non sta più nella pelle a questa notizia e con una consecutio mentale specialissima “Ma lei è membro del club degli Alpinismo? e lui ” No, no, io ne ho ottantaquattro, sono nato nel 35″.
A questo punto Fede mi dice, vado a prendermi un caffè, chiama quando hai finito.
La signora più giovane, e più vicina, si rivolge al signore e cerca di far da tramite, dice “guardi, ha chiesto se lei è membro del club degli alpinisti, del Cai” e qui la conversazione prende una piega dalla quale si capisce non se ne uscirà più.
lei “Io ho abitato a Genova ma sono di Milano”
Lui “Io abito a Novi, Novi fa schifo peggio di qui”
Chiamano la donna per un prelievo e i due restano soli e a quel punto prosegue una conversazione tra sordi: lei chiede una cosa lui risponde a cazzo, lei alla risposta a cazzo, interviene a cazzo sino che, passando per tutte le vie di Genova, l’Ansaldo e la Fincantieri, il laminatoio a caldo, no a freddo, il rotolo no, si il rotolo si… arriviamo al vero problema che attanaglia l’uomo della strada, ma anche i figli di puttana e i ricchi: l’extracomunitario.
“A Novi ci sono un sacco di extracomunitari”
“Eh sì anche qui. Ma per fortuna adesso sono arrivati Toti e Bocci e guardi Bocci….
a quel punto, senza salutare, mi sono alzata e sono andata a fare la cacca