#philiprothisdead

“Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora.”

Il grande sonno 
Raymond Chandler)

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8chilometriequalcosa

Alla fine della giornata di stramerda di ieri terminata al grido di “domani è un altro giorno si vedrà”, ho preso una decisione: domattina a piedi sino a Boccadasse. E munita di mantellina da pioggia e piante grasse da mettere a dimora, stamattina sono partita.
Era tanto che non lo facevo, e non so quando riuscirò a ripeterlo: ogni giorno ci provo, ma c’è sempre qualcosa che me lo impedisce.
Ma non importa.
Un passo alla volta per tornare ad una specie di normalità.
A qualcosa che l’anno scorso mi ha fatto vivere da febbraio ad agosto come se fossi stata ogni giorno in vacanza.
Mi auguro di veder realizzati in Giugno, momenti passati, che da mesi continuo a rivivere nella mia mente.
Ce la farò.
(ginocchio e piede permettendo)

Vivere pur se al cuore… ritorna un attimo di nostalgia

Passa uno spot in tv – di non so che prodotto, forse un integratore – nel quale viene pronunciato uno slogan che suona così “non contare gli anni, ma falli contare”, che forse vorrebbe rifarsi ad una frase accreditata a Lincoln che recita “Non sono gli anni della tua vita che contano, ma la vita nei tuoi anni”, che ogni volta che la sento, mi pare efficace, anche se poi non ricordo mai quale prodotto pubblicizzi.
Adesso, dimenticate tutto quel che ho scritto sino a questo momento, ma andate avanti col leggere quel che ho da raccontare.
La scuola che frequentavo alle elementari aveva una piccola biblioteca di libri per ragazzi, ed io la frequentavo per prendere a prestito quel che non mi compravano i miei genitori.
Tra i libri letti, ne ricordai per anni due in particolare “Gli eredi del circo Alicante” di Giana Anguissola e “Otto sabati” della Enright.
Il primo mi rimase in testa per un particolare: i due ragazzini in giro per il mondo usavano sterco di animale per mangiare, ed io nella mia testa per anni pensai che loro lo mangiassero proprio.
Solo dopo molti anni capii che lo bruciavano per scaldare il cibo.
E va beh, io sto dubbio me lo tenni per anni, e a pochi lo raccontai, che mi vergognavo un sacco.
Il secondo credo di ricordarlo per le atmosfere.
Quasi nulla in realtà, se non  il racconto di come un gruppo di ragazzini trascorresse otto sabati della loro infanzia. Fine.
Non so quando cominciai a ripensare a quel libro, se il mio pensiero sia cominciato subito dopo, o una volta diventata grande.
Quello che so è che con certezza lo cerco da 40 anni .
Una delle prime cose che cercai in rete fu proprio lui, e lo trovai da un antiquario di Firenze, al quale telefonai e mi disse che lo aveva già venduto anche se era ancora visibile in rete.
Non ho mai smesso di cercarlo, ogni banco di libri, ogni fiera, ogni ridicolo piccolo spazio occupato da datati  libri per ragazzi, fossero in un cartone, in una cesta, marci e ammuffiti, io li ho setacciati.
Arrivai a fotocopiare la copertina trovata in rete e farne tanti santini che negli anni distribuii agli amici librai come promemoria.
Ho sempre  pensato che prima o poi sarei riuscita a trovarlo.

Ieri sera, al termine di due giornate un po’ pesanti, arrivo alla Fiera del libro, a De Ferrari, dove tanti amici librai sono riuniti per questo evento.
E mi si avvicina f. e dice ad uno di questi librai “dalle quel libro!”.
Io allungo le mani a vassoio.
Non sapevo che libro fosse, non ci pensavo proprio in quel momento, e … l’ho visto.

Mi sono sentita come se fosse stato il Natale dei miei 10 anni, come se avessi scartato il più bel regalo mai desiderato.
Subito non ho visto quel che stava accadendo.
Mi sono sentita gli occhi bagnati e la voce rotta.
poi ho realizzato che tutti intorno mi guardavano, e anche amici dagli altri banchi sono arrivati per capire cosa stesse accadendo.
Ero commossa, e pure loro – li sentivo –  stavano partecipando alla mia gioia.
Può sembrare esagerato ad alcuni, ma io mi sono sentita veramente felice.
Come quando dopo più di 30 anni ho trovato un anello che cercavo.
La mia reazione è stata la stessa di quando – nel 2004 per l’anno della Cultura – assieme a due colleghi, stavamo scegliendo delle immagini per un pezzo, e davanti agli occhi è arrivato mio padre che faceva una comparsa in un vecchio filmato.
Ho urlato “mio papà!” e ho battuto le mani, come quando da bambina arrivava prima del previsto in campagna a raggiungere mia madre e me.
La collega ha chiuso la porta della saletta, e tutti e tre abbiamo versato qualche lacrima (tutti senza il papà da tempo).
E’ stato un momento di commozione vero, collettivo.
E quel che ho provato ieri sera, quel che ho visto negli occhi degli altri, mi fa star bene.
Oggi continuo a pensare a quel piccolo libro, a casa, in attesa di un piccolo restauro.
Ecco la frase iniziale che torna: i piccoli momenti felici ti fanno ricordare quanto possa essere bello vivere.
E basta.

otto sabati

Cielo terso, brezza da ponente, sole tiepido.

31503401_2084109068545031_1776669967098314752_oE come riesco a spiegarvi una mattina come questa?
Dovrei riuscire a farvi sentir gli odori, l’aria che sta arrivando da ponente e che schiaffeggia assieme al tiepido raggio di sole che ti accarezza.
Cammini col naso in su, in queste mattinate per non perdere niente.
Mi sono fermata a strappare una foglia d’alloro e una cima di rosmarino, per portarle a un collega che venerdì raccontava che confonde quasi tutte queste erbe, e mi usciva il profumo dal taschino del giubbotto di jeans.
Questa è la primavera a Genova, quella che non si vede quasi mai.
Quando sono uscita di casa, poco dopo le 7,30 il termometro segnava 16°, tanti in  meno di ieri quando il sole si alternava alle nubi ma il caldo era opprimente.
Vorrei durassero tre mesi queste mattine, che invece a volte, ritrovi con qualche grado in più, solo in giugno.
E’ già finito tutto, le nubi sono arrivate senza quasi che me ne accorgessi, e adesso se ne vanno lente lente verso i monti.
Pioverà, dicono.

(La foto non è una meraviglia, ma mi sono fermata in quel momento, sulla rampa, ed è arrivato tutto. Ho voluto fissare quell’attimo)

26 aprile

Ieri sono uscita  alle 16.00
per una serie di motivi
uno di questi, per esempio, che il 24 il ginocchio mi ha ceduto più volte e ieri ero terrorizzata all’idea di uscire di casa
terrorizzata, non è esagerato, è proprio quel che provavo
un altro, che f. ha avuto male durante la notte e ieri mattina si è addormentato alle 07.00
sarei andata a vedere in giro cosa accadeva, ma non è stato possibile
ma il motivo per cui comunque non sarei andata in corteo, è quello che oramai da anni mi fa desistere:
veder aprire il corteo da vigili urbani che marciano
la commemorazione dei morti caduti per la libertà, il ricordo della libertà stessa e quei passi nello stesso tempo e luogo, mi fanno accapponare la pelle.

bellaciaobellaciaobellaciaociaociao

principiare – Cominciare, avviare: principiare un lavoro, un viaggio, un discorso

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Ero così contenta di questo, ero contenta di aver trovato una piccola cosa da fare per me, quella cosa che tanto mi fa paura non riuscire a fare: camminare.
Poi da ottobre, piede, ginocchio, piede, ginocchio, il tempo, la luce, ci ho mollato un po’.
Il ginocchio degli ultimi tempi e un fatto familiare mi hanno praticamente immobilizzata.
Sogno ogni giorno ad occhi aperti i miei giri, ho il pianto in gola.
Rivedo nella mia mente i posti, qui dietro a pochi metri, come fossero mete inarrivabili, cime da conquistare, terre lontane e inesplorate.
Mi manca alzare gli occhi e vedere il blu spuntare tra un albero e due case strette, il mare là in fondo, un merlo che saltella sul bordo di un muro.
Ho il cuore in una morsa che me lo sta schiacciando stretto.

momenti sì, momenti no

Nel mio lavoro ho conosciuto molte persone che non erano nessuno e sono diventate famose nel campo dello spettacolo, altre che non erano sempre nessuno e che sono andate a ricoprire cariche prestigiose.
Persone con le quali ho condiviso anni di lavoro, oppure collaborazioni sporadiche, con altri anni di mensa aziendale oltre il lavoro, un momento che molto spesso fa conoscere, aggrega.
Ed ecco che dopo anni li incontri, e se possono non ti salutano. Far finta di non vederti è sempre meglio che dover chiedere, come va?.
Un saluto sì, da lontano, per non passare da maleducati – che il ruolo non glielo permette – ma così, en passant, che hanno da fare, anche se stanno gironzolando e dal loro atteggiamento si capisce che non hanno nessun appuntamento con il destino.
L’avevo già provato, quando dopo anni a fianco ad un uomo che poteva, io ero rimasta e lui no.
Quei gran sorrisi, gentilezze, proposte di amicizie, tramutati in freddi saluti tra i denti, tutto sempre a meno che tu non potessi servire ancora per un’informazione sui contributi, su un numero telefonico utile, un nome.
Poi per fortuna incontri quelli che hai conosciuto per molti anni ma sporadicamente, e invece ti parlano come se li avessi sempre frequentati, come se incontrassero un vecchio amico.
Non è nuova questa presa di coscienza, risale alla fine degli anni 80, eppure quando vedo qualcuno svicolare, mi scappa proprio una gran voglia di ricordar loro i comportamenti tenuti negli anni in cui non erano talmente nessuno che persino io potevo esser loro utile.
E poi mi dico, che non c’è niente di nuovo sotto il sole, che era solo un ricordo quel che avrei volentieri condiviso con loro, non certo un favore da chiedere, ma che se a loro va bene così, figurati a me.

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La Monica è volata via

Il giorno di Pasqua, che come giorno era il 1° Aprile (ecco che torna Aprile), appena sotto casa incontro una persona che speravo di incontrare da tempo per chiedergli notizie di una amica-conoscente che non vedevo da prima che scoprisse di essere malata.
Aveva chiuso il negozio di parrucchiera, subito dopo si era ammalata di sclerosi, e aveva un lavoro meno gravoso, ed io non l’avevo mai chiamata, perché mi pareva morboso, odioso chiederle come stai, perché io non ero venuta a conoscenza da lei della sua malattia, e lo trovavo insopportabile chiamarla e dirle, so che sei malata, che giri in carrozzella, che la vedo nella tua auto posteggiata.
Mai, mai l’ho incontrata in tutti questi anni, mai neppure per sbaglio.
Eppure, dall’anno scorso, da quando avevo deciso di passare da Principe, ogni giorno mi chiedevo “come starà”?
Beh, lo sapete come cazzo è finita questa storia di merda?
Che in poco tempo se la è portata via un altro male del cazzo, quello solito, quello cattivo: il cancro.
E sono già due anni.
E un’altra volta io non lo sapevo, la immaginavo a combattere con il suo male, convivendo con esso e tenendolo a bada.

E per un’altra volta, mi sono sbagliata.

la monica