Tata tata…

A me del ⚽ non è mai importato nulla, ma che vi devo dire, sarà la vecchiaia, il divenire ogni giorno che passa, più sensibile e meno severa con le cose del passato, che io quando sento le note di questa sigla, mi intenerisco.
Chiudo gli occhi e vedo mio padre con il suo impermeabile colore indefinito, quello buono, con la sigaretta in una mano… la sta portando alla bocca, e nell’altra tiene la radiolina all’orecchio. Ha pure il bavero in po’ alzato che, qui d’inverno, il vento c’è sempre, e le sta volando via una ciocca di capelli, più che volar via, sono spettinati, ma non ha più mani per sistemarli…
E in quella passeggiata in città o fuori porta, tanti ne incontravi come lui.
E quelli che si fermavano se erano in auto, od obbligavano la moglie ad armeggiare con l’antenna.
Quelli che restavano indietro mentre la moglie spingeva la carrozzina, o quelli che davano informazioni a quelli senza 📻.
“Un mondo diverso, chi vivrà vedrà…” cantava Rino Gaetano.

Tutto il calcio

Come prima, più di prima

FB_IMG_1577864060018Non sono di base una persona pessimista e negativa ma probabilmente la sono diventata.
Per la passione che ho sempre messo nelle aspettative mancate.
C’era una collega che anche se non avevamo molti punti in comune, mi conosceva bene, e quando mi vedeva silenziosa e remissiva, diceva che non le piacevo, che era preoccupata, che non ero io.
Ecco, sono diventata così.
Mi incazzo sempre per le cose, ma sono sempre più sola.
Non mi piacciono le festività, non mi piacciono da molti anni.
Sempre meno persone vive, sempre meno senso a festeggiare qualcosa in cui non si crede.
L’anno nuovo è la madre di tutte le aspettative, l’aspettativa regina, prima di quella di settembre, viene capodanno, il nuovo anno, l’anno che verrà…
E ogni anno, non cambia nulla se nulla hai fatto o per cambiare durante l’anno.
Oppure, ancora una volta c’era un’aspettativa nell’aspettativa e via una e via l’altra, e questo appena passato è stato un bell’anno di merda diciamolo.
E dal momento che ancora non riesco a definirmi una brutta persona, anche se per qualcuno lo sarò, comincio a pensare che stia sbagliando tutto.
Forse avete ragione voi a crederci ogni anno, non nell’anno della vita, ma in un po’ di quiete, di salute, di pace, di serenità.
Non chiedo tanto, ma è già
cominciato e non mi piace.
Non ho mai chiesto nulla, ma forse devo alzare la posta, fingere che tutto vada bene, mandare auguri sfavillanti e far finta che abbia funzionato.
Mi spiace, non ci riesco.
Vi invidio, giuro vi invidio.

Vivere…

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Penso che il problema più grosso dei nostri tempi sia la comunicazione, che è direttamente legato all’ignoranza, che ha a che vedere con la mancanza di fiducia, con la mancanza di voglia di raccontarsi e di farsi raccontare, con la voglia di apparire sempre più quello che non si è, e tenere per se stessi – nascosto anche a noi stessi – quello che siamo, quello che vogliamo. L’importante è vendere una vita che non sia la nostra, una vita come la si vorrebbe o meglio come vorremmo che la vedessero gli altri. Non so se siamo diventati incapaci, o lo siamo sempre stati, di comunicare persino un comune sentimento, incapaci di comunicare una disgrazia, un evento luttuoso o una cosa gioiosa, siamo incapaci di chiedere aiuto, ma bravissimi ad esporci con recite continue.
Questa mattina un amico mi ha scritto “L’errore è stato della mia generazione… Che non ha saputo prevedere, analizzare e incasellare correttamente i nuovi strumenti”.
Io non lo so se sia solo questo mezzo, questo modo di comunicare veloce,  comunicare con WhatsApp così ti leggo quando voglio, mandare un vocale così ti sento quando voglio, neanche più la capacità di dire ci facciamo una telefonata a una certa ora perché è un impegno che non vogliamo prendere, è tutto un vediamo, vedremo, rimandiamo tutte le cose che comprendano il piacere degli altri. Siamo pieni di impegni personali, il parrucchiere, la ricostruzione delle unghie, le sopracciglia, la palestra, il ballo, la lampada, tutto quello che comprende il nostro corpo, che ci fa apparire più giovani, non certo che serve ad essere più sani, che di quello non ce ne fotte un cazzo, ma se un’amica ci chiede di vederci, il momento lo rimandiamo. Non è un problema la salute, ci interessa solo quello che possiamo far vedere, quello che al nostro corpo diamo per poterlo presentare agli altri, cerchiamo la competizione continua, spacciandola per esigenza personale, niente di quello che facciamo è spontanea, ogni nostro pensiero passa da un filtro che abbiamo all’interno, difficilmente riusciamo ad esporre quello che realmente pensiamo.
È un momento veramente molto difficile per l’umanità.
Per la nostra umanità, quella che dovremmo avere dentro.

2 novembre

“Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora.”

“Il grande sonno” di Raymond Chandler

Chissà perché quando penso alla morte, ai morti, mi vengono alla mente solo questo pezzo, e la citazione, che di preciso non si sa da dove sia presa, del titolo di un film che amo molto: “la prima notte di quiete”, che sarebbe la prima dopo morto, perché è la prima notte che dormi senza sognare.

Non ho il culto dei morti, non l’ho mai avuto: odio la beatificazione del morto, il morto merda resta una merda e non lo rimpiangi, e quello che avrebbe avuto ancora da dire da vivo, resta vivo per sempre. E bon. Che tanto il ricordo è dentro, vivo, un po’ meno se passa il tempo, mentre il corpo alimenta i vermi che concimano la terra. Ma a solo quello serve. E non è poco a pensarci bene. E poi sta schiera dall’altra parte sta aumentando in modo vertiginoso, e ricordarli tutti nello stesso giorno, non fa proprio per me. A me piace ricordarli quando vogliono loro essere ricordati, non a comando.

Parole in caduta libera

Questa mattina nella sala d’aspetto del multistudio medico “Buongiorno” mi rispondono una signora di 85 anni un signore di 84 e una forse quasi coetanea.
La seconda battuta viene proferita dalla signora di 85 anni  “Vedo che siamo tutti molto giovani qui dentro oppure siamo vittime di una caduta”. Hahaha risatina di convenienza e poi io dico “Nel mio caso è stata la gioventù a colpirmi”
Il signore è sordo “ehhhh?” mi dice “come ha detto?” io ripeto.
La signora “Quanti anni ha lei?”, io “62” e lei “Io ne ho 85”
“Spero di arrivarci pure io, signora”, il signore interviene  “è del 34 lei quindi? rivolto all’anziana signora seduta e lei risponde “perché le torna in mente qualcosa sentendo 34?” (A questo punto colgo lo sguardo di Fede che mi ha accompagnato e capisco che tra un attimo traboccherà). 

Il signore “Eh sì perché?  certo… se le dico così per forza che mi viene in mente qualcosa… ” poi ci pensa un attimo e riprende “Eh perché io sono nato un anno dopo di lei”.
La signora non sta più nella pelle a questa notizia e con una consecutio mentale specialissima “Ma lei è membro del club degli Alpinismo? e lui ” No, no, io ne ho ottantaquattro, sono nato nel 35″.
A questo punto Fede mi dice, vado a prendermi un caffè, chiama quando hai finito.
La signora più giovane, e più vicina, si rivolge al signore e cerca di far da tramite, dice “guardi, ha chiesto se lei è membro del club degli alpinisti, del Cai” e qui la conversazione prende una piega dalla quale si capisce non se ne uscirà più.
lei “Io ho abitato a Genova ma sono di Milano”
Lui “Io abito a Novi, Novi fa schifo peggio di qui”
Chiamano la donna per un prelievo e i due restano soli e a quel punto prosegue una conversazione tra sordi: lei chiede una cosa lui risponde a cazzo, lei alla risposta a cazzo, interviene a cazzo sino che, passando per tutte le vie di Genova, l’Ansaldo e la Fincantieri, il laminatoio a caldo, no a freddo, il rotolo no, si il rotolo si… arriviamo al vero problema che attanaglia l’uomo della strada, ma anche i figli di puttana e i ricchi: l’extracomunitario.
“A Novi ci sono un sacco di extracomunitari”
“Eh sì anche qui. Ma per fortuna adesso sono arrivati Toti e Bocci e guardi Bocci….
a quel punto, senza salutare, mi sono alzata e sono andata a fare la cacca

Niente paura due

Io in po’ di paura ce l’ho.

Fingo che no, ma ce l’ho.

E un po’ ce l’hai anche tu.

Non voglio affrontare un intervento che in genere si fa più avanti negli anni.

Voglio inventarne ancora una, come ho fatto sino ad oggi.

Ci provo, ma la vedo dura questa volta.

Ma ci provo, giuro, che ci provo.

E tu, sei fantastico, niente parole, come sei tu, come sei sempre stato tu.

Solo fatti.

Grazie mia metà, mio braccio, mie gambe, mio vate, mio pigmalione, mio tutto.

Mio cuore.

 

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Ho passato la mia vita da sola.
Dopo un po’ di delusioni sulle amicizie giovanili ho pensato che la cosa migliore fosse trovare una propria indipendenza emotiva, scevra da fonti di delusione, per non perdere tempo con persone che alle prime incomprensioni, incapaci di sostenere un dialogo, preferiscono fuggire.
Poi ci ho provato nuovamente. In modo diverso, senza mettere su troppo il cuore, che ad una certa età poi, fa più male ripararlo il cuore.
Ma se vedermi, incontrarmi, mantenere un rapporto, se pur con qualche malinteso, vi costa troppo, fate bene a scappare, così mettiamo un bel punto fermo e via.
Sono stata tanto tempo da sola, ad affrontare malattie, guai ed avversità vicino a me non ho mai visto folle.
“come va?” la domanda, e se la risposta è “non bene”, già cala il silenzio e se comincia un racconto, ecco cercare altri orizzonti: l’importante è non trovare i miei occhi.
Ecco perché non vi telefono quando muore mia madre, che avevo bisogno prima, quando l’ansia, lo stress e la fatica arrivavano allo zenit.
Adesso non mi serve più nulla: lei riposa, io pure.
Non ho bisogno di chi non ha bisogno di me.
Per me amicizia è principalmente mutuo soccorso, io ci sono, tu ci sei.
Non è solo condividere un aperitivo o un tramonto, quelli sono capaci tutti, pure uno sconosciuto. Anzi.
Quindi, mandate pure affanculo, abbandonate dialoghi e chat, che oramai la modalità è questa.
Non vi dico che non fa male, ma vi dico che fa male poco e per poco.
Si rimpiange quel che non c’è più, ma quasi mai quel che non c’è stato, e se un malinteso o un vostro impegno prolungato sono più importanti di una persona, beh, affanculo, questa volta ci potete andare voi.

September morn

Con f ci siamo messi insieme in primavera e quando sul finire dell’estate io cominciai il mio pianto greco lui mi disse “Guarda che l’autunno è una stagione meravigliosa piena di colori, basta saperla vivere”. Non mi convinse sino in fondo, anche perché ho sempre odiato l’autunno: la fine dell’estate è sempre stata per me una tragedia. Poi, complice questa nuova storia iniziata, sulle parole di f cominciai a pensare all’autunno come a qualcosa di positivo, un inizio.

La memoria andò ai banchi di scuola, alla raccolta delle foglie, a quei colori così vividi e caldi che regala, in effetti, solo l’autunno. I rossi, i gialli, i ruggine, il marrone delle castagne, il verdegiallo dei ricci, l’odore del bosco. È poi alle fresche mattine di sole, al primo maglioncino con i colori delle foglie. Ecco, tutta una serie di cose che, in effetti l’autunno lo rendevano più accettabile.

Quest’anno l’autunno lo aspetto con trepidazione, come liberazione da un’estate, che per motivi climatici, mi ha fatto sentire a disagio per tre mesi pieni.

Questo l’autunno che inizio da persona libera.

Poi, dal 1°novembre, concludo questa prima fase della mia seconda vita, una sorta di prova generale.

La seconda, mi auguro di passarla un po’ meglio di questa che sta per concludersi.

Non male la libertà, un pizzico di salute in più, schifo non mi avrebbe fatto.

Questa estate si è portata via anche un pezzo importante della mia vita.

Adesso, si ricomincia sul serio.

E come diceva un mio vecchio e saggio amico, buona vita a tutti.

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Orfani

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L’anno scorso ti ho raccontato delle cose. Ti ho annotato due date, una, il 29 agosto era quella che segnava, secondo me, la fine di una vita, anche se non quella ufficiale.

Beh, Ecuba se n’è andata il giorno 22, la troverai da te, immagino, nel tuo mondo fatto di nebbie e sospiri.

Non ho molto da dire, se non che non si sente la mancanza di qualcosa che non c’era.

Tu sai tutto.