Ciao Carlo

E’ uno dei primi ricordi che ho del lavoro.
Era il mio secondo giorno in Rai : 6 ottobre 1979.
Ero nella stanza, che occupo ancora oggi (dopo una pausa di circa 5 anni) e tu arrivasti.
Non mi avevi ancora visto.
“Quanti anni hai? – mi chiedesti un po’ brutalmente
“22” risposi io
“Ecco, adesso ce l’hai nel culo per altri 38″
E te ne andasti.
Non l’ho mai dimenticato.
Ricordo le nostre cene con tutta la programmazione: festeggiavamo quasi ogni volta che si terminava un programma.
Il paese che amavi e al quale avevi dedicato ricostruzioni storiche.
La caccia e i tuoi amici cacciatori, sempre pronti a riunirsi intono ad un tavolo che fosse buona o cattiva stagione, il fagiano, le storie delle tue figlie, Maria sempre accanto, il biliardo che avevi cominciato a seguire, la tua risata contagiosa, il tuo ottimismo.
Non sono d’accordo con chi dice di chi parte ” gli volevano bene tutti”, ma per te, trovare una persona alla quale tu non piacessi, è veramente difficile.
Che ti dico?
Che resterà di te un pezzo nei miei ricordi.
Siamo stati colleghi, e oserei dire anche amici, anche se ci sentivamo solo due volte l’anno: tu mi chiamavi la vigilia di natale, io per il tuo compleanno, il 4 marzo, e spesso lo anticipavo.
Quest’anno per Natale mi hai mandato un sms, io per il compleanno ho avuto paura e non ti ho mandato nulla.
Un altro rimpianto.

Pensieri urbani

Ieri sera all’uscita dal lavoro sono andata a percorrere uno di quelli che io ho battezzato “passaggi urbani”.
Non sono veri e propri percorsi, ma strade alternative, per avvicinarmi a casa a piedi.
Mi sono accorta – non è la prima volta – che percorrendo, strade a me sconosciute, io mi ritrovi un po’ in trance.
Camminare a piedi, da sola, senza telefono o musica nelle orecchie, è una sensazione che mi avviluppa: mi guardo intorno, con gli occhi lontani o in alto, e scopro continuamente qualcosa che non avrei mai immaginato.
Lo so che a dire così  pare che non mi sia mai mossa, ma non è così, è proprio il gusto di scoprire strade nuove, alcune delle quali, non conosceresti mai se non fosse che in quella via abita qualcuno che conosci,  oppure vai a fare una visita specialistica in qualche clinica, che è facile trovare in questi paraggi.
Ieri ad un certo punto del mio passaggio, non sapevo più dove mi trovavo (non mi ero persa, che qui basta che cerchi di scendere al mare ed è fatta), avevo un senso di straniamento, quasi mi pareva di essere in uno dei miei incubi ricorrenti: sono per strada, in genere è notte, cammino. Poi per qualche motivo prendo una strada che non conosco e non riesco più a tornare indietro, e più ci provo e più mi allontano. Provo a svegliarmi ma non ci riesco.
Non c’era però in questo caso senso di angoscia o di timore di non ritrovar la strada (mi muovo solo con la luce) ma un senso di appagamento totale, come quando arrivi per la prima volta in una città nuova e tutto ti appare meraviglioso, anche se, poi rivisto una seconda volta, quando l’effetto sorpresa è stato addomesticato, già sai come muoverti e non è neppure così meraviglioso.
Sono le sensazioni che ti assalgono, gli odori, gli incontri (pochi esseri viventi a parte qualche uccello, scoiattolo, gatto) e questo senso di libertà e di leggerezza: procedo quasi in automatico, e non mi pesa quasi mai la strada che faccio.
Ieri ho percorso circa 4 chilometri (dice così la guida Michelin che consulto una volta concluso il passaggio): ancora tra San Martino, Albaro, Corso Italia, che per chi non conosce Genova vuol dire, grosso modo tre strati di città, collocati a levante.
La prima zona popolare e popolosa è San Martino che si contamina con Albaro, nata in collina, e che se poi si scende verso il mare (come faccio io, trasversalmente) si attraversa un strada, che porta al centro, e allo strato inferiore ancora una strada molto larga quasi livello mare, e poi Corso Italia, la strada del mare, che se fosse fuori città sarebbe Aurelia.
Va beh vi metto una cartina con la legenda così si capisce.

penna blu = zona popolosa
penna rossa = zona ricca da sempre, era la campagna dei genovesi
penna nera = zona ricca un po’ da cagoni
evidenziatore = zona ricca mare ma una volta anche vecchi pescatori

Cattura

I pensieri di ieri sono stati:

– quanti palazzi e zone benestanti ci sono in questa città dai mille umori (giardini, parchi, alberi e quiete);

– i negozi tipo “la delizia della Livia”, o “bimbibrilli”, negozi totalmente inutili, in vie quasi esclusivamente percorse in auto, e che se non fossero della sorella della cugina del cognato della Marina, nessuno saprebbe che esistono, e comunque come sopravvivono te lo chiedi con grande curiosità;

– che alla fine della storia il benzene se lo cuccano anche i ricchi e in grande quantità (che poi è stata la considerazione che mi ha dato più soddisfazione di tutte).

 

Buon compleanno, nonostante tutto

Eccoci qua.
Un altro anno è passato e di bello, direi poco e niente.
Lo so, vorresti sentirmi dire altro, ma qui non va proprio tutto come dovrebbe.
Siam troppo vecchi tutti e due per raccontarci bugie.
Con tua moglie – mia mamma – non va molto bene, sono anni che non ci intendiamo, e anche se lo so che dovrei portare pazienza e capire, io… non ci riesco.
Lo sai certo pure tu che non è che il pensiero vada a te solo in questo giorno, è il tuo tributo pubblico che avviene in questa data.
Domenica una donna che conosco (stavo per scrivere ragazza, ma è bene che io cominci ad usare il termine donna) mi ha raccontato di aver perso il papà una ventina di giorni fa.
Aveva gli occhi lucidi quando mi diceva, mi manca, c’era sempre, ogni cosa lui arrivava.
Ed io le ho raccontato che capitava anche a me così, che una volta ho scritto che avrei voluto averti per mollarti tutte le mie rogne, e qualcuno mi ha commentato dicendo che era terribile quel che dicevo che era un uso utilitaristico che facevo di te.
E non ho avuto bisogno di interpretare quel che mi diceva: lo so, – le ho risposto – puoi avere l’uomo migliore accanto, ma è a tuo padre che pensi quando un lavandino gocciola, si rompe la maniglia dell’anta di cucina, devi salire su una scala per cambiare una lampadina o devi riporre il piumone sopra l’armadio.
Va beh, che ti devo dire.
Siam qua, e galleggiamo.
Neppure più l’arrivo della primavera riesce a tirarmi su.
Ma tu, non ti preoccupare, che tiro avanti.
Io ti immagino lì, su una nuvola, – che mi fa cacare dire su una nuvola – ma è l’unico posto dove ti posso immaginare in quanto energia nell’aria.
Però ti immagino come nella foto di Venezia, con le maniche della camicia tirate su, e tu a guardare giù.
E poi, in questa lagnosa lettera, ti dico, che potevi stare ancora un po’ qua, ma non tantissimo, che invecchiare non è bello per un cazzo, credimi (e te lo posso dire che son più vecchia di te).
E ti dico che ti voglio tanto bene, e anche se sei sempre più fantasmoso in forma fisica, sei sempre più presente in forma gassosa.
Dai papà, fai un buon compleanno, che la primavera è arrivata: per noi due è sempre  oggi, anche se dicono fosse ieri.

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mondi paralleli

Ieri sono uscita dopo tre giorni di febbre ed ho trovato una città che mi ricordava L’invasione degli ultracorpi.
Ho pensato che ne avessero già scambiati molti nel fine settimana.

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Ma in realtà, solo per arrivare alla saga di  Mad Max, quale capitolo non ha molta importanza.

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Pensavo fosse perché nei giorni passati ho visto molti film (nessuno dei due per la verità), invece era proprio rientrare nella realtà dopo tre giorni immersi nel cinema.
Il più brutto, esteticamente, è meglio che guardarsi intorno in un giorno di festa.
Caro vecchio Roy Batty, la sapevi lunga tu con  il tuo – mai battuto – “ho visto cose…”

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Tanti auguri, a chi tanti amanti ha

ma gli auguri che ti fanno gli uomini in questo giorno che cosa stanno a significare?

1) speriamo che tu ti mantenga in salute cosi continuerai ad essermi utile;

2) tanti auguri, così a cazzo in modo che tu ti accorga che me lo sono ricordato che oggi è la “festa della donna”;

3) auguri perché tu non ti renda mai conto in che condizione versi, che tu non ti possa svegliare mai, sommersa dagli auguri e da un mare di mimosa ammorbante;

4) auguri, perché mamma così mi ha insegnato, che le donne vanno ricordate oggi e nel giorno della festa della mamma, per il resto “passami il fazzoletto”.

Ma soprattutto donna, tu che sei come me, e che come me conosci il significato della parola donna e della ricorrenza fissata per questo giorno, perché continui a farmi gli auguri?

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Sappiatelo: è il giorno in cui riesco a formulare e pronunciare il più alto numero di bestemmie

la porta del mare(*)

Cammini cammini e pensi: ma qui, possibile che non si riesca ad arrivare al mare?
E cammini e cammini e pensi: chissà cosa proveranno i poveri turisti con la voglia di toccar acqua e ciottoli?
E all’improvviso, lì, dove due giorni prima c’era il cancello chiuso, ti si spalanca la porta per ovunque.

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* Genova, Lungomare Lombardo, sotto l’Abbazia di San Giuliano.

La luce dell’8 dicembre

1979.
Fine settimana dell’immacolata.
Deiva marina.
Eravamo arrivati il sabato nel pomeriggio, con amici e Silvano, in campeggio.
Lo facevamo spesso di muoverci nel fine settimana: in campagna dalla nonna di Angela, in montagna quando arrivava la neve (in campeggio da Marcello o in albergo, per noi non cambiava nulla), al mare, in campeggio da Silvano, nelle belle giornate di sole.
La sera del sabato era talmente bello e caldo il tempo che eravamo rimasti in spiaggia sino a tardi – tipo l’una di notte – a mettere le patate nella stagnola sotto la cenere.
Tanto la spiaggia era all’interno del campeggio, a due passi dalla roulotte.
E la domenica era questa giornata di sole.
Non ricordo se prima o dopo questa foto, avevo i piedi nell’acqua (la prima volta che mi capitava di toccare l’acqua di mare in inverno).
E poi, giorni dopo al lavoro, ancora giorni di sole.
E dalla stanza – dove sarei rimasta a lavorare per decenni, anche in questo 2017 – arrivava una lama di luce dalla finestra delle scale, che attraversando tutto il corridoio lambiva la soglia della stanza stessa.
E da quell’anno, io aspetto con ansia quei giorni, e se il tempo è brutto e non arriva il sole, è come se avessi perso un appuntamento.
Anno dopo anno, dal primo anno di lavoro, una liturgia, un omaggio all’ultimo sole prima del dannato inverno.
E mi sono resa conto di averle dato anche un nome.
“la luce dell’8 dicembre” l’ho chiamata.

Nelle discoteche si ballava questo : e lo so…. che ci posso fare?
io-1979

Cara vecchia signora Splinder

Appello alle persone che in un’altra vita – quella sul pianeta Splinder – ricordassero di avermi incontrata o letta.
Sempre ziacassie sempre ilcavallloditroia.
Mi piacerebbe reincontrare persone perse per strada.
Ho ritrovato su facebook alcune di queste persone, con alcune mai ci siamo perse, alcune incontrate dopo la chiusura del pianeta.
Se vi va, palesatevi.
Grazie.

These Boots Are Made For Walking (*)

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Ho preso a camminare.
Non che non lo facessi, che non avendo più da anni l’auto, è inevitabile muoversi a piedi.
Il sabato e la domenica percorro chilometri, ma è un brutto camminare, ci si ferma, un po’ ci si trascina e la sera arrivo a casa a pezzi senza aver dato un contributo fattivo alla mie gambe e al mio fisico in genere.
Sono partita due sabati fa e ho percorso circa 12 km.
E poi ancora, ma di quelli “male”.
Sono arrivata a casa che non andava molto bene: i miei piedi erano bloccati. Collo del piede e caviglia non permettevano di muovermi, non dico agilmente, ma proprio un cazzo.
Bloccati.
Mi è successo molte volte, quando cammino tanto, e soprattutto quando cammino male, tipo le manifestazioni, le fiere, quel camminare due-passi-lento-fermo-riparto che mi ammazza.
Pazienza, mi sono detta, domani è domenica, vediamo come si mette.
Mi sono alzata ancora bloccata, ma ho visto che in realtà se camminavo mi rimettevo in moto, mi sono vestita e sono uscita.
E così ho capito che i piedi non si sarebbero ribellati a camminare.
E ho deciso che quel percorso – magari non così lungo – doveva diventare qualcosa di familiare e di quotidiano.
I giorni che non vado in palestra, cammino.
4 o 5 chilometri, 6 domenica, nulla che ricordi imprese, semplicemente un po’ di costanza che è quella che a me è sempre mancata.
E accadono cose strane.
L’altro ieri sera arrivata in centro, non riuscivo a fermarmi, dovevo camminare.
Mi sono messa a ridere come una stupida e a pensare “ecco che divento come Forrest gump che non mi fermo più”.
Anche io da piccola avevo un apparecchio ad una gamba simile al suo, non per tenermi dritta, ma per far tornare dritto il mio piede sinistro.
E ieri sera che sono arrivata in Corso Italia e il cielo era pieno di nuvole nere, la luce era plumbea e se ne stava andando, mi sono ritrovata a percorrere a piedi questa strada: non lo avevo mai fatto, a quell’ora, in questa stagione, da sola e di giorno feriale.
E’ stato strano, guardare a ponente e vedere queste nuvole: le immaginavo pesanti, come se non ce la facessero a star su.
Le luci si accendevano, e il cielo era sempre più scuro.
E mi pareva di essere in una città che non conoscevo, non solo, in un mondo sconosciuto.
Camminare senza cuffie, senza telefono è bellissimo: ti concentri sul mondo esterno, e i sensi ti si acuiscono.
Senti tutti gli odori, ogni cambio d’aria lo percepisci, senti uccelli, rumori, qualsiasi cambiamento non ti sfugge.
Purtroppo per non farmi male devo camminare prevalentemente in piano e non è facile trovare strade lunghe da percorrere e non trafficate.
Ieri ho percorso due strade che non avevo mai viste, pur essendo a pochi metri da dove lavoro.
Il ginocchio continua a far male (che anche venerdì scorso mi si è girato – mi esce la rotula e rientra da quando sto in piedi, e più o meno da quando avevo 3 anni) ma riesco a dominarlo.
Penso che tra appena un mese, le strade si riempiranno di corridori, ma troverò “passaggi urbani” alternativi.
Per adesso, cercherò di vedere il mare quasi ogni sera.

musica di Lee Hazlewood

Giudizi universali (*)

Io lo so, non sono genitore e quindi non mi è permesso dire la mia.
Non me lo dicono le mamme, ma ce l’hanno stampato sulla fronte.
E allora non lo dico che tanto – ieri – quando ci ho provato a parlare dei fatti di Lavagna, il discorso è stato fatto scemare e la motivazione era: ” ma che ne sai tu dei fatti?”
Esattamente come di tutti agli altri accadimenti: che ne so?
Ma in qualche modo un’opinione posso farmela e l’opinione all’interno della testa gira, non si ferma lì, e viene elaborata, se ne parla, se ne legge, si cerca di capire.
Ma pare che sia io a fare le sentenze, perché mi esprimo, o se si vuole anche, mi espongo, mentre se non si dice nulla – in fondo, che male si fa: non si giudica e non giudicando ci si crede al riparo del giudizio degli altri e si conseguenza ci si assolve, automaticamente.
Intanto i genitori di loro stessi dicono “si sbaglia comunque ma è tanto difficile” mentre degli altri dicono “sbaglia veramente tutto, io almeno…”.
Tutti noi giudichiamo, e chi lo nega sa di mentire.
Io lo so, non sono genitore e quindi non mi  è permesso dire la mia.
Io però una cosa la so, che c’è una bella differenza tra autorevolezza e autorità.
E che se i genitori continueranno a fare finta di essere amici dei figli, la prima non ci sarà mai e ricorrere all’uso della seconda sarà fallimentare.
Se non ti sei accorto del malessere di tuo figlio, hai fallito.
Puoi non riuscire a farti capire, puoi sbattere la testa al muro, ma pensare che il problema siano le canne (e chi lo dice non se ne è mai fatta una) vuol dire che se lasciavi stare il mestiere di genitore e ti davi al cucito, sarebbe stato meglio per tutti.
Soprattutto per quel ragazzo di 16 anni che piuttosto che spiegarsi ha preferito morire.

(*) di Samuele Bersani