Cielo terso, brezza da ponente, sole tiepido.

31503401_2084109068545031_1776669967098314752_oE come riesco a spiegarvi una mattina come questa?
Dovrei riuscire a farvi sentir gli odori, l’aria che sta arrivando da ponente e che schiaffeggia assieme al tiepido raggio di sole che ti accarezza.
Cammini col naso in su, in queste mattinate per non perdere niente.
Mi sono fermata a strappare una foglia d’alloro e una cima di rosmarino, per portarle a un collega che venerdì raccontava che confonde quasi tutte queste erbe, e mi usciva il profumo dal taschino del giubbotto di jeans.
Questa è la primavera a Genova, quella che non si vede quasi mai.
Quando sono uscita di casa, poco dopo le 7,30 il termometro segnava 16°, tanti in  meno di ieri quando il sole si alternava alle nubi ma il caldo era opprimente.
Vorrei durassero tre mesi queste mattine, che invece a volte, ritrovi con qualche grado in più, solo in giugno.
E’ già finito tutto, le nubi sono arrivate senza quasi che me ne accorgessi, e adesso se ne vanno lente lente verso i monti.
Pioverà, dicono.

(La foto non è una meraviglia, ma mi sono fermata in quel momento, sulla rampa, ed è arrivato tutto. Ho voluto fissare quell’attimo)

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26 aprile

Ieri sono uscita  alle 16.00
per una serie di motivi
uno di questi, per esempio, che il 24 il ginocchio mi ha ceduto più volte e ieri ero terrorizzata all’idea di uscire di casa
terrorizzata, non è esagerato, è proprio quel che provavo
un altro, che f. ha avuto male durante la notte e ieri mattina si è addormentato alle 07.00
sarei andata a vedere in giro cosa accadeva, ma non è stato possibile
ma il motivo per cui comunque non sarei andata in corteo, è quello che oramai da anni mi fa desistere:
veder aprire il corteo da vigili urbani che marciano
la commemorazione dei morti caduti per la libertà, il ricordo della libertà stessa e quei passi nello stesso tempo e luogo, mi fanno accapponare la pelle.

bellaciaobellaciaobellaciaociaociao

principiare – Cominciare, avviare: principiare un lavoro, un viaggio, un discorso

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Ero così contenta di questo, ero contenta di aver trovato una piccola cosa da fare per me, quella cosa che tanto mi fa paura non riuscire a fare: camminare.
Poi da ottobre, piede, ginocchio, piede, ginocchio, il tempo, la luce, ci ho mollato un po’.
Il ginocchio degli ultimi tempi e un fatto familiare mi hanno praticamente immobilizzata.
Sogno ogni giorno ad occhi aperti i miei giri, ho il pianto in gola.
Rivedo nella mia mente i posti, qui dietro a pochi metri, come fossero mete inarrivabili, cime da conquistare, terre lontane e inesplorate.
Mi manca alzare gli occhi e vedere il blu spuntare tra un albero e due case strette, il mare là in fondo, un merlo che saltella sul bordo di un muro.
Ho il cuore in una morsa che me lo sta schiacciando stretto.

momenti sì, momenti no

Nel mio lavoro ho conosciuto molte persone che non erano nessuno e sono diventate famose nel campo dello spettacolo, altre che non erano sempre nessuno e che sono andate a ricoprire cariche prestigiose.
Persone con le quali ho condiviso anni di lavoro, oppure collaborazioni sporadiche, con altri anni di mensa aziendale oltre il lavoro, un momento che molto spesso fa conoscere, aggrega.
Ed ecco che dopo anni li incontri, e se possono non ti salutano. Far finta di non vederti è sempre meglio che dover chiedere, come va?.
Un saluto sì, da lontano, per non passare da maleducati – che il ruolo non glielo permette – ma così, en passant, che hanno da fare, anche se stanno gironzolando e dal loro atteggiamento si capisce che non hanno nessun appuntamento con il destino.
L’avevo già provato, quando dopo anni a fianco ad un uomo che poteva, io ero rimasta e lui no.
Quei gran sorrisi, gentilezze, proposte di amicizie, tramutati in freddi saluti tra i denti, tutto sempre a meno che tu non potessi servire ancora per un’informazione sui contributi, su un numero telefonico utile, un nome.
Poi per fortuna incontri quelli che hai conosciuto per molti anni ma sporadicamente, e invece ti parlano come se li avessi sempre frequentati, come se incontrassero un vecchio amico.
Non è nuova questa presa di coscienza, risale alla fine degli anni 80, eppure quando vedo qualcuno svicolare, mi scappa proprio una gran voglia di ricordar loro i comportamenti tenuti negli anni in cui non erano talmente nessuno che persino io potevo esser loro utile.
E poi mi dico, che non c’è niente di nuovo sotto il sole, che era solo un ricordo quel che avrei volentieri condiviso con loro, non certo un favore da chiedere, ma che se a loro va bene così, figurati a me.

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La Monica è volata via

Il giorno di Pasqua, che come giorno era il 1° Aprile (ecco che torna Aprile), appena sotto casa incontro una persona che speravo di incontrare da tempo per chiedergli notizie di una amica-conoscente che non vedevo da prima che scoprisse di essere malata.
Aveva chiuso il negozio di parrucchiera, subito dopo si era ammalata di sclerosi, e aveva un lavoro meno gravoso, ed io non l’avevo mai chiamata, perché mi pareva morboso, odioso chiederle come stai, perché io non ero venuta a conoscenza da lei della sua malattia, e lo trovavo insopportabile chiamarla e dirle, so che sei malata, che giri in carrozzella, che la vedo nella tua auto posteggiata.
Mai, mai l’ho incontrata in tutti questi anni, mai neppure per sbaglio.
Eppure, dall’anno scorso, da quando avevo deciso di passare da Principe, ogni giorno mi chiedevo “come starà”?
Beh, lo sapete come cazzo è finita questa storia di merda?
Che in poco tempo se la è portata via un altro male del cazzo, quello solito, quello cattivo: il cancro.
E sono già due anni.
E un’altra volta io non lo sapevo, la immaginavo a combattere con il suo male, convivendo con esso e tenendolo a bada.

E per un’altra volta, mi sono sbagliata.

la monica

ancora una volta, Aprile…

e adesso chi manderò affanculo, a chi dirò “guarda che schifo di pancia”, quando arriverò in piazza Banchi?
Mancherà il tuo bofonchiare, il tuo “che carogne”, le nostre discussioni, la tua cartina, le tue edicole e le foto delle targhe delle strade.
Il nostro non essere mai d’accordo su di un film, e la tua risata.
Il vederti arrivare con gli occhiali sulla pancia, con lo zaino sempre più grosso, e il nostro “eccolo, eccolo…” a far partire lo scherno del giorno.
Riccardo, che dispiacere!

riccardo-navone

robedavecchi

Stamattina dalle cuffie del ragazzino assieme a me sull’ascensore della metro mi arrivavano note conosciute “mi dici il titolo del brano che  non lo ricordo” gli chiedo, “the final countdown” risponde togliendosi un auricolare, “sai anche il gruppo?”, “no, mi spiace…” rimettendosi l’auricolare.

musica

ladonnadelpianodisopra

 

Ho corso, corso tanto, perché lei mentre scrive corre, davanti a te, e girandosi ti porge la mano e dice “dai su corri non fermarti che perdi il ritmo”.
E io ho corso, a perdifiato, che non volevo perdermi nulla.

Ho detto mi piace molto, ma non so se è un bel libro.
Ecco esattamente così, anche adesso che l’ho finito.
Anzi, sarei per dire… ma anche no.

Lo so ieri ero entusiasta.
E lo sarei ancora se non fossi arrivata a ¾ del libro con il fiatone per poi sedermi ed annoiarmi, aspettando lei, che avrebbe dovuto – in qualche modo ripagarmi della corsa – regalandomi la migliore delle aspettative io avessi riposta in lei.
E invece lei che fa?
Mi guarda, mi dice “sei stanca?” non aspetta la mia risposta e continua “ Allora mi fermo eh?”, e smette di raccontare e farfuglia frasi senza senso.
E quando le chiedo, cosa stia dicendo che non capisco, si riprende solo un attimo, e subito dopo mi butta lì un finale del cazzo.
Sì proprio un finale del cazzo, niente di meno, niente di più. Del cazzo.

Allora la guardo e le chiedo “perché? Perché sei andata in confusione e ti sei fermata, correvi così bene, sempre in sospeso, sembravi un’artista della corsa, delle aspettative create, sembravi brava a far correre persino me.
Sei stata brava a raccontarmi di lei, di tutto quel che le stava intorno, di tutto quel che l’ha fatta diventare quel che è, cosciente ed incosciente, senza darsi troppa pena di scavare nell’io profondo e nella pippa oltranzista.
Brava a farmi vedere una donna che si fa domande senza dannarsi, che si sa guardare, analizzare, curare, anestetizzare se è necessario, ma fermarsi e buttare le scarpe in una buca e riempirla, no questo no, non lo accetto: tu non lo puoi fare.

E invece sì, se lo hai fatto.
Ma io sono molto più crudele della tua Selene, e dal profondo del cuore ti dico: fottiti.
Un’occasione mancata.

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