o dell’inadeguatezza

a volte basta un attimo per capire molte cose.
una parola, un sorriso, una smorfia, uno sguardo.
perché, giuro, a me va pure bene tutto,
ma a un certo punto c’è un “basta”.
e basta, a volte è per sempre.

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Gira il mondo gira…*

La sartine e le sciampiste a destra.
Le prime della classe e le maestrine dalla penna rossa per cortesia facciano un passo avanti.
Le ancelle per vocazione dietro alle prime della classe.
Le pine di molassana e le sempreverdi in fondo – in piedi – a far da contorno.
Le fichesecche assieme alle egoriferite subito dopo le ancelle.
Le altre – quelle che conoscono il senso della parola coerenza – qui alla mia sinistra.

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*
… nello spazio senza fine

Con gli amori appena nati
Con gli amori già finiti
Con la gioia e col dolore
Della gente come me

Oh mondo, soltanto adesso
Io ti guardo
Nel tuo silenzio io mi perdo
E sono niente accanto a te

Il mondo
Non si è fermato mai un momento
La notte insegue sempre il giorno
Ed il giorno verrà

Macaia

La macaia sono le nuvole basse che non portano acqua ma umidità.
E c’è un gran caldo che non si sposa con il bianco delle nuvole, che minaccia acqua ma non scende, e guardi il cielo e ti senti oppresso.
Ma mano a mano che avanza il tempo tu ti ci abitui, e la mattina che ti svegli e dici “c’è macaia” ti sale un senso di malinconia: è come se quel tempo portasse a galla tutti i ricordi.
E ti ci culli nella macaia, e vai a vedere il mare, e annusi l’odore di marcio che sale.
Scrolli le spalle (se fosse inverno, chiuderesti il cappotto) e sospiri.

modalità caro diario bla bla bla

Molti anni fa, ma veramente tanti, una persona che diceva di amarmi e che – per qualche ragione che ancora oggi non mi è chiara – avevo sposato, una notte mi disse;
“Ricorda, se tu mi dicessi di guardare un film o leggere un libro che tu trovi interessante, anche se io fossi sicuro che tu hai ragione – e tu hai quasi sempre ragione – non lo farei perché me lo stai dicendo tu”.
Mi era sembrata orribile, come frase, anche detta da un semplice conoscente.
Beh, oggi mi ricredo: sono in molti ad applicare nei miei confronti questa regola, ma non hanno neppure i coglioni per dirmelo.

Ah, dimenticavo: il marito è durato pochissimo.

16 agosto, estate mia non ti conosco

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Quando  – da ragazza – passavo le mie estati a Sestri Levante, il 16 agosto era giorno di tregenda: il campeggio si svuotava, così improvvisamente, non la domenica, tre giorni dopo no, il  maledetto 16 agosto.
E io restavo lì, a guardare andar via tende e roulotte,  a salutare chi se ne tornava a casa.
E prendevo la mia 500 e andavo a Lavagna, a Chiavari, a fare un giro, a far finta che tutto fosse esattamente come qualche giorno prima.
Una tristezza, l’elaborazione del lutto: la morte dell’estate, la fine delle notti in spiaggia, delle serate in discoteche, basta vestiti scollati, basta canottiere, basta sandaletti rasoterra.
Una lunga agonia in attesa dell’autunno.
Poi arrivarono i 16 agosto in cui cominciavi a contare i giorni che ti separavano dal Natale.
Le domeniche d’agosto a seguire sono le più odiate.
Poi passano gli anni, e sai che non ti puoi più permettere di celebrare l’estate e lasciarla andare via.
E allora, continui, non smetti mai: un raggio di sole e ti precipiti al mare.
Smetti di celebrare, e vivi tutti i giorni.

La foto è stata scattala alle ore 10,59 del 26 febbraio 2017.
no, così, per dire…

ogni tanto mangio un fiore, lo confondo

Ogni tanto mi capita di tornare qui
Poi clicco sulle statistiche che mi fanno vedere che traffico c’è stato: poco.
Ma quello che mi incuriosisce è andare a vedere cosa ha letto chi è arrivato qui.
Oggi trovo questo post:
e mi sembra strano averlo scritto.
Non è una meraviglia, ma c’è un pensiero, c’è una voglia di comunicare vera, c’è quasi un’analisi di quel che vedevo e leggevo.
E mi domando, dove è finita quella voglia?
Divorata da questo stramaledetto facebook che non ti lascia spazio ad altro?
Ci resti attaccata, come drogata: e in realtà non ti interessa sapere quel che ha fatto, cosa ha mangiato, con chi e dove è stato chiunque tu segua (ho smesso di seguire un sacco di “amici”), eppure vago di link in link, di commento in profilo.
Mi sento prigioniera.

Questo altro post, un’idiozia (chissà mai a cosa era riferito) riporta comunque una serie di commenti intelligenti:

https://ilcavalloditroia.wordpress.com/2007/02/09/451/

Dove siamo finiti? E quando è stato che ci siamo persi?
Più urliamo per farci sentire e più ci confondiamo tra i milioni di post e i milioni di post, e mi assale un malessere, che altro che male oscuro di bertiana memoria.

Bello il mio blog, dove ogni cosa accaduta diventava un’avventura da raccontare, con sforzo e perizia, con corredo di foto a testimonianza.
L’ironia, ma soprattutto la ricerca dello scrivere, se non bene, per lo meno in modo accattivante e corretto.
Voglio tornare ad essere quella di 10 anni fa.

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