la porta del mare(*)

Cammini cammini e pensi: ma qui, possibile che non si riesca ad arrivare al mare?
E cammini e cammini e pensi: chissà cosa proveranno i poveri turisti con la voglia di toccar acqua e ciottoli?
E all’improvviso, lì, dove due giorni prima c’era il cancello chiuso, ti si spalanca la porta per ovunque.

accesso-al-mare

* Genova, Lungomare Lombardo, sotto l’Abbazia di San Giuliano.

La luce dell’8 dicembre

1979.
Fine settimana dell’immacolata.
Deiva marina.
Eravamo arrivati il sabato nel pomeriggio, con amici e Silvano, in campeggio.
Lo facevamo spesso di muoverci nel fine settimana: in campagna dalla nonna di Angela, in montagna quando arrivava la neve (in campeggio da Marcello o in albergo, per noi non cambiava nulla), al mare, in campeggio da Silvano, nelle belle giornate di sole.
La sera del sabato era talmente bello e caldo il tempo che eravamo rimasti in spiaggia sino a tardi – tipo l’una di notte – a mettere le patate nella stagnola sotto la cenere.
Tanto la spiaggia era all’interno del campeggio, a due passi dalla roulotte.
E la domenica era questa giornata di sole.
Non ricordo se prima o dopo questa foto, avevo i piedi nell’acqua (la prima volta che mi capitava di toccare l’acqua di mare in inverno).
E poi, giorni dopo al lavoro, ancora giorni di sole.
E dalla stanza – dove sarei rimasta a lavorare per decenni, anche in questo 2017 – arrivava una lama di luce dalla finestra delle scale, che attraversando tutto il corridoio lambiva la soglia della stanza stessa.
E da quell’anno, io aspetto con ansia quei giorni, e se il tempo è brutto e non arriva il sole, è come se avessi perso un appuntamento.
Anno dopo anno, dal primo anno di lavoro, una liturgia, un omaggio all’ultimo sole prima del dannato inverno.
E mi sono resa conto di averle dato anche un nome.
“la luce dell’8 dicembre” l’ho chiamata.

Nelle discoteche si ballava questo : e lo so…. che ci posso fare?
io-1979

Cara vecchia signora Splinder

Appello alle persone che in un’altra vita – quella sul pianeta Splinder – ricordassero di avermi incontrata o letta.
Sempre ziacassie sempre ilcavallloditroia.
Mi piacerebbe reincontrare persone perse per strada.
Ho ritrovato su facebook alcune di queste persone, con alcune mai ci siamo perse, alcune incontrate dopo la chiusura del pianeta.
Se vi va, palesatevi.
Grazie.

These Boots Are Made For Walking (*)

umore.jpg

Ho preso a camminare.
Non che non lo facessi, che non avendo più da anni l’auto, è inevitabile muoversi a piedi.
Il sabato e la domenica percorro chilometri, ma è un brutto camminare, ci si ferma, un po’ ci si trascina e la sera arrivo a casa a pezzi senza aver dato un contributo fattivo alla mie gambe e al mio fisico in genere.
Sono partita due sabati fa e ho percorso circa 12 km.
E poi ancora, ma di quelli “male”.
Sono arrivata a casa che non andava molto bene: i miei piedi erano bloccati. Collo del piede e caviglia non permettevano di muovermi, non dico agilmente, ma proprio un cazzo.
Bloccati.
Mi è successo molte volte, quando cammino tanto, e soprattutto quando cammino male, tipo le manifestazioni, le fiere, quel camminare due-passi-lento-fermo-riparto che mi ammazza.
Pazienza, mi sono detta, domani è domenica, vediamo come si mette.
Mi sono alzata ancora bloccata, ma ho visto che in realtà se camminavo mi rimettevo in moto, mi sono vestita e sono uscita.
E così ho capito che i piedi non si sarebbero ribellati a camminare.
E ho deciso che quel percorso – magari non così lungo – doveva diventare qualcosa di familiare e di quotidiano.
I giorni che non vado in palestra, cammino.
4 o 5 chilometri, 6 domenica, nulla che ricordi imprese, semplicemente un po’ di costanza che è quella che a me è sempre mancata.
E accadono cose strane.
L’altro ieri sera arrivata in centro, non riuscivo a fermarmi, dovevo camminare.
Mi sono messa a ridere come una stupida e a pensare “ecco che divento come Forrest gump che non mi fermo più”.
Anche io da piccola avevo un apparecchio ad una gamba simile al suo, non per tenermi dritta, ma per far tornare dritto il mio piede sinistro.
E ieri sera che sono arrivata in Corso Italia e il cielo era pieno di nuvole nere, la luce era plumbea e se ne stava andando, mi sono ritrovata a percorrere a piedi questa strada: non lo avevo mai fatto, a quell’ora, in questa stagione, da sola e di giorno feriale.
E’ stato strano, guardare a ponente e vedere queste nuvole: le immaginavo pesanti, come se non ce la facessero a star su.
Le luci si accendevano, e il cielo era sempre più scuro.
E mi pareva di essere in una città che non conoscevo, non solo, in un mondo sconosciuto.
Camminare senza cuffie, senza telefono è bellissimo: ti concentri sul mondo esterno, e i sensi ti si acuiscono.
Senti tutti gli odori, ogni cambio d’aria lo percepisci, senti uccelli, rumori, qualsiasi cambiamento non ti sfugge.
Purtroppo per non farmi male devo camminare prevalentemente in piano e non è facile trovare strade lunghe da percorrere e non trafficate.
Ieri ho percorso due strade che non avevo mai viste, pur essendo a pochi metri da dove lavoro.
Il ginocchio continua a far male (che anche venerdì scorso mi si è girato – mi esce la rotula e rientra da quando sto in piedi, e più o meno da quando avevo 3 anni) ma riesco a dominarlo.
Penso che tra appena un mese, le strade si riempiranno di corridori, ma troverò “passaggi urbani” alternativi.
Per adesso, cercherò di vedere il mare quasi ogni sera.

musica di Lee Hazlewood

Giudizi universali (*)

Io lo so, non sono genitore e quindi non mi è permesso dire la mia.
Non me lo dicono le mamme, ma ce l’hanno stampato sulla fronte.
E allora non lo dico che tanto – ieri – quando ci ho provato a parlare dei fatti di Lavagna, il discorso è stato fatto scemare e la motivazione era: ” ma che ne sai tu dei fatti?”
Esattamente come di tutti agli altri accadimenti: che ne so?
Ma in qualche modo un’opinione posso farmela e l’opinione all’interno della testa gira, non si ferma lì, e viene elaborata, se ne parla, se ne legge, si cerca di capire.
Ma pare che sia io a fare le sentenze, perché mi esprimo, o se si vuole anche, mi espongo, mentre se non si dice nulla – in fondo, che male si fa: non si giudica e non giudicando ci si crede al riparo del giudizio degli altri e si conseguenza ci si assolve, automaticamente.
Intanto i genitori di loro stessi dicono “si sbaglia comunque ma è tanto difficile” mentre degli altri dicono “sbaglia veramente tutto, io almeno…”.
Tutti noi giudichiamo, e chi lo nega sa di mentire.
Io lo so, non sono genitore e quindi non mi  è permesso dire la mia.
Io però una cosa la so, che c’è una bella differenza tra autorevolezza e autorità.
E che se i genitori continueranno a fare finta di essere amici dei figli, la prima non ci sarà mai e ricorrere all’uso della seconda sarà fallimentare.
Se non ti sei accorto del malessere di tuo figlio, hai fallito.
Puoi non riuscire a farti capire, puoi sbattere la testa al muro, ma pensare che il problema siano le canne (e chi lo dice non se ne è mai fatta una) vuol dire che se lasciavi stare il mestiere di genitore e ti davi al cucito, sarebbe stato meglio per tutti.
Soprattutto per quel ragazzo di 16 anni che piuttosto che spiegarsi ha preferito morire.

(*) di Samuele Bersani

esci l’ignorante

Giorni fa ascoltavo una trasmissione su radio tre alla quale è intervenuta una  – credo – professoressa tirata in causa per il caso dei laureati che non conoscono l’italiano che spiegava l’impoverimento della lingua, il cattivo uso dei vocaboli e soprattutto l’uso limitato che si fa degli stessi.
Portava ad esempio un caso che spesso mi fa incazzare: per il ricordo di un avvenimento luttuoso si dovrebbe usare il verbo commemorare e non celebrare.
Ecco, io sono una piccola autodidatta, ignorante, ma quando sento persone che dovrebbero parlare corretto, per esempio in tv o radio, sparare minchiate ed ovvietà a raffica, – il pelo mi si rizza sul braccio, ma – anche – mi trema proprio il polso, e anche un po’ la tempia quando l’ignorante usa il sarcasmo senza sapere di farlo.
Risulta saccente e fuori luogo.
Presente la persona che quando risponde si capisce che si è documentata un instante prima?
L’ignorante in ripresa si chiama.
E’ l’ignorante dentro – mica c’è solo il bastardo.
E’ quello che inesorabilmente esce alla luce.
Un po’ come per i cartoni , con “ammazza la vecchia col flint”.
Non ce la fa.
Deve uscire.
Non ti sforzare.

Esci l’ignorante che è in te, starai meglio.

autogrill

… metto la freccia a destra, rallento, la marcia gratta, (cazzo, è tanto che non guido, mi sa che devo fare un po’ di pratica),  fermo l’auto per fare rifornimento. l’omarino mi dice “la lasci pure qui, vede che fila che c’è? si vada a fare un caffè, ci penso io”. scendo, gli lascio le chiavi e mi avvio verso il bar. non è di quelli moderni. è uno di quelli in legno, da fuori pare un saloon. Sì, sarà pure fuori moda ma è così bello, caldo, accogliente. Spingo la porta e dentro è proprio come me lo sono immaginato: la macchina del caffè è vecchia ma lucente; i panini esposti non sono il solito camogli con il prosciutto morto ma delle belle rosette all’acqua con la mortadella, prosciutto, salame che esce dai lati; sui bicchieri riflette la luce che arriva da fuori, e stanno in bella mostra tutte le spume del mondo: bitter, ginger, chinotto, aranciata, sanguinella … io non sto nella pelle… le voglio ordinare tutte. e hanno pure la gazzosa con la biglia… non l’avevo mai vista, ne avevo solo sentito parlare. la ragazza dietro il banco con un sorriso, mi fa cenno di sedermi ad un tavolo. mentre mi allontano per andare a sedermi, do un’occhiata dietro di me: davanti alla ragazza, su uno sgabello sta seduto un ragazzo con una tuta da meccanico – l’unica persona in tutto il locale – ha l’aria stanca, ma la guarda rapito. gli occhi gli ridono. Si capisce lontano un miglio che è innamorato cotto. cotto come il prosciutto. penso tra me, adesso questa non arriva più e invece non faccio tempo a sedermi che già mi è accanto e dice “comandi?”. mi sento una merda. sono confusa. mi spiace li ho interrotti. Si vede che stanno sognando, e costruendo. Le sorrido, mi alzo: “Che sbadata… non ho guardato l’ora, sono in ritardo, mi dia una spuma, alla sanguinella… vengo al banco”. mi sorride pure lei. ha capito. bevo in fretta, pago, esco.

non si deve MAI portare via tempo ai sogni.

venerdì, 28 settembre 2007

musica

tazza ridens

Oggi ho riso così tanto che mi sono sentita male (anzi, ancora adesso mi fa male la cassa toracica).
Ho riso alle lacrime, il trucco si è sciolto, il naso colava, sussultavo e mugolavo e non riuscivo a smettere.
Era tanto che non mi accadeva e soprattutto in modo così intenso e per così tanto tempo.
Gli artefici una ragazza e la tazza nella foto.
Inutile spiegare, perché non riuscirei a farvi avvicinare allo stato in cui ci siamo trovate lei ed io.
So solo che mi ha fatto tanto bene.
Grazie Sara!
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Forse Biancaneve … as time goes by

Stavo mettendo a posto delle carte, forse umide.
Sara stata la carta, o forse la giornata che faceva sapere di bagnato tutto, anche se si era all’asciutto.
Mi è arrivato un odore pungente, di magazzino, di oggetti accatastati, di stoffe indossate, di quinte polverose.
Odore di Teatro Laboratorio.
Son tornata per un attimo, lì, nel nostro camerino, poche, pochissime volte in ordine…
Come vorrei avere la macchina del tempo, e tornare solo per un momento in quel luogo magico dove i sogni si realizzavano.

biancaneve

una pietra d’inciampo per non dimenticare

Mi piacevano i tempi in cui per la giornata di oggi avevo già lavorato da tempo, per postare una lista di libri, di film, la pubblicazione delle leggi razziali.
Avevo pensato insomma a dir qualcosa, perché gli appuntamenti che valeva la pena di ricordare si ricordavano con precisione.
Non si buttava là una frasse alla cazzo.
Lo scritto del post nasceva magari in diretta, a rischio di essere perso, ma lo si era pensato.
Oggi no.
Mi arriva addosso qualcosa di importante, ma ho già perso molto del mio tempo a partorir stronzate, che arrivo tardi.
Troppo tardi per tutto.
Ma per fortuna, un barlume persiste, e nei giorni scorsi sono “inciampata” in un pezzo scritto da un mio amico, e ho deciso che questo sarà il mio ricordo per l’anno duemiladiciassette.
Oggi è il 27 gennaio, sempre, giornata della memoria.

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