2 novembre

“Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora.”

“Il grande sonno” di Raymond Chandler

Chissà perché quando penso alla morte, ai morti, mi vengono alla mente solo questo pezzo, e la citazione, che di preciso non si sa da dove sia presa, del titolo di un film che amo molto: “la prima notte di quiete”, che sarebbe la prima dopo morto, perché è la prima notte che dormi senza sognare.

Non ho il culto dei morti, non l’ho mai avuto: odio la beatificazione del morto, il morto merda resta una merda e non lo rimpiangi, e quello che avrebbe avuto ancora da dire da vivo, resta vivo per sempre. E bon. Che tanto il ricordo è dentro, vivo, un po’ meno se passa il tempo, mentre il corpo alimenta i vermi che concimano la terra. Ma a solo quello serve. E non è poco a pensarci bene. E poi sta schiera dall’altra parte sta aumentando in modo vertiginoso, e ricordarli tutti nello stesso giorno, non fa proprio per me. A me piace ricordarli quando vogliono loro essere ricordati, non a comando.

Parole in caduta libera

Questa mattina nella sala d’aspetto del multistudio medico “Buongiorno” mi rispondono una signora di 85 anni un signore di 84 e una forse quasi coetanea.
La seconda battuta viene proferita dalla signora di 85 anni  “Vedo che siamo tutti molto giovani qui dentro oppure siamo vittime di una caduta”. Hahaha risatina di convenienza e poi io dico “Nel mio caso è stata la gioventù a colpirmi”
Il signore è sordo “ehhhh?” mi dice “come ha detto?” io ripeto.
La signora “Quanti anni ha lei?”, io “62” e lei “Io ne ho 85”
“Spero di arrivarci pure io, signora”, il signore interviene  “è del 34 lei quindi? rivolto all’anziana signora seduta e lei risponde “perché le torna in mente qualcosa sentendo 34?” (A questo punto colgo lo sguardo di Fede che mi ha accompagnato e capisco che tra un attimo traboccherà). 

Il signore “Eh sì perché?  certo… se le dico così per forza che mi viene in mente qualcosa… ” poi ci pensa un attimo e riprende “Eh perché io sono nato un anno dopo di lei”.
La signora non sta più nella pelle a questa notizia e con una consecutio mentale specialissima “Ma lei è membro del club degli Alpinismo? e lui ” No, no, io ne ho ottantaquattro, sono nato nel 35″.
A questo punto Fede mi dice, vado a prendermi un caffè, chiama quando hai finito.
La signora più giovane, e più vicina, si rivolge al signore e cerca di far da tramite, dice “guardi, ha chiesto se lei è membro del club degli alpinisti, del Cai” e qui la conversazione prende una piega dalla quale si capisce non se ne uscirà più.
lei “Io ho abitato a Genova ma sono di Milano”
Lui “Io abito a Novi, Novi fa schifo peggio di qui”
Chiamano la donna per un prelievo e i due restano soli e a quel punto prosegue una conversazione tra sordi: lei chiede una cosa lui risponde a cazzo, lei alla risposta a cazzo, interviene a cazzo sino che, passando per tutte le vie di Genova, l’Ansaldo e la Fincantieri, il laminatoio a caldo, no a freddo, il rotolo no, si il rotolo si… arriviamo al vero problema che attanaglia l’uomo della strada, ma anche i figli di puttana e i ricchi: l’extracomunitario.
“A Novi ci sono un sacco di extracomunitari”
“Eh sì anche qui. Ma per fortuna adesso sono arrivati Toti e Bocci e guardi Bocci….
a quel punto, senza salutare, mi sono alzata e sono andata a fare la cacca

Niente paura due

Io in po’ di paura ce l’ho.

Fingo che no, ma ce l’ho.

E un po’ ce l’hai anche tu.

Non voglio affrontare un intervento che in genere si fa più avanti negli anni.

Voglio inventarne ancora una, come ho fatto sino ad oggi.

Ci provo, ma la vedo dura questa volta.

Ma ci provo, giuro, che ci provo.

E tu, sei fantastico, niente parole, come sei tu, come sei sempre stato tu.

Solo fatti.

Grazie mia metà, mio braccio, mie gambe, mio vate, mio pigmalione, mio tutto.

Mio cuore.

 

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Ho passato la mia vita da sola.
Dopo un po’ di delusioni sulle amicizie giovanili ho pensato che la cosa migliore fosse trovare una propria indipendenza emotiva, scevra da fonti di delusione, per non perdere tempo con persone che alle prime incomprensioni, incapaci di sostenere un dialogo, preferiscono fuggire.
Poi ci ho provato nuovamente. In modo diverso, senza mettere su troppo il cuore, che ad una certa età poi, fa più male ripararlo il cuore.
Ma se vedermi, incontrarmi, mantenere un rapporto, se pur con qualche malinteso, vi costa troppo, fate bene a scappare, così mettiamo un bel punto fermo e via.
Sono stata tanto tempo da sola, ad affrontare malattie, guai ed avversità vicino a me non ho mai visto folle.
“come va?” la domanda, e se la risposta è “non bene”, già cala il silenzio e se comincia un racconto, ecco cercare altri orizzonti: l’importante è non trovare i miei occhi.
Ecco perché non vi telefono quando muore mia madre, che avevo bisogno prima, quando l’ansia, lo stress e la fatica arrivavano allo zenit.
Adesso non mi serve più nulla: lei riposa, io pure.
Non ho bisogno di chi non ha bisogno di me.
Per me amicizia è principalmente mutuo soccorso, io ci sono, tu ci sei.
Non è solo condividere un aperitivo o un tramonto, quelli sono capaci tutti, pure uno sconosciuto. Anzi.
Quindi, mandate pure affanculo, abbandonate dialoghi e chat, che oramai la modalità è questa.
Non vi dico che non fa male, ma vi dico che fa male poco e per poco.
Si rimpiange quel che non c’è più, ma quasi mai quel che non c’è stato, e se un malinteso o un vostro impegno prolungato sono più importanti di una persona, beh, affanculo, questa volta ci potete andare voi.

September morn

Con f ci siamo messi insieme in primavera e quando sul finire dell’estate io cominciai il mio pianto greco lui mi disse “Guarda che l’autunno è una stagione meravigliosa piena di colori, basta saperla vivere”. Non mi convinse sino in fondo, anche perché ho sempre odiato l’autunno: la fine dell’estate è sempre stata per me una tragedia. Poi, complice questa nuova storia iniziata, sulle parole di f cominciai a pensare all’autunno come a qualcosa di positivo, un inizio.

La memoria andò ai banchi di scuola, alla raccolta delle foglie, a quei colori così vividi e caldi che regala, in effetti, solo l’autunno. I rossi, i gialli, i ruggine, il marrone delle castagne, il verdegiallo dei ricci, l’odore del bosco. È poi alle fresche mattine di sole, al primo maglioncino con i colori delle foglie. Ecco, tutta una serie di cose che, in effetti l’autunno lo rendevano più accettabile.

Quest’anno l’autunno lo aspetto con trepidazione, come liberazione da un’estate, che per motivi climatici, mi ha fatto sentire a disagio per tre mesi pieni.

Questo l’autunno che inizio da persona libera.

Poi, dal 1°novembre, concludo questa prima fase della mia seconda vita, una sorta di prova generale.

La seconda, mi auguro di passarla un po’ meglio di questa che sta per concludersi.

Non male la libertà, un pizzico di salute in più, schifo non mi avrebbe fatto.

Questa estate si è portata via anche un pezzo importante della mia vita.

Adesso, si ricomincia sul serio.

E come diceva un mio vecchio e saggio amico, buona vita a tutti.

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Orfani

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L’anno scorso ti ho raccontato delle cose. Ti ho annotato due date, una, il 29 agosto era quella che segnava, secondo me, la fine di una vita, anche se non quella ufficiale.

Beh, Ecuba se n’è andata il giorno 22, la troverai da te, immagino, nel tuo mondo fatto di nebbie e sospiri.

Non ho molto da dire, se non che non si sente la mancanza di qualcosa che non c’era.

Tu sai tutto.

Il confine

Sto sotto l’ombrellone e guardo.
Non so se da voi funziona così, ma qui quando un* deve fare una telefonata un po’ riservata, si reca verso il confine con la spiaggia vicina. E urla. Perché il confine l* fa sentire protett*.
Poco fa arriva dallo stabilimento confinante uno con fisico prestante, tipo calciatore, e gesticola, e si muove come avesse davanti la persona con la quale sta parlando.
Vedo arrivare una bambola mora col capello lungo riccio portato sciolto sulle spalle e rigorosamente asciutto nonostante l’afa, che vi assicuro, non perdona, la tetta rifatta, un bel culo, il viso non lo vedo, ma immagino una leggera dose di plastica che non si nega a nessuno. La camminata è di quelle che mi son tolta i tacchi, ma porca troia, che si capisca che li uso anche se son sulla spiaggia di pietrine che mi stanno ammazzando la pianta del piede.
E mentre la vedo dico, ecco va a raggiungere l’adone, che dio li ha fatti l’una per l’altro.
E forse non bisognerebbe cadere in considerazioni sugli stereotipi, soprattutto se prima son formulate tra sé e poi trasformate in un post su facebook, ma che cazzo…
#cheafafà
#muri
Il nostro Mexico

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