Io lo so, non sono genitore e quindi non mi è permesso dire la mia.
Non me lo dicono le mamme, ma ce l’hanno stampato sulla fronte.
E allora non lo dico che tanto – ieri – quando ci ho provato a parlare dei fatti di Lavagna, il discorso è stato fatto scemare e la motivazione era: ” ma che ne sai tu dei fatti?”
Esattamente come di tutti agli altri accadimenti: che ne so?
Ma in qualche modo un’opinione posso farmela e l’opinione all’interno della testa gira, non si ferma lì, e viene elaborata, se ne parla, se ne legge, si cerca di capire.
Ma pare che sia io a fare le sentenze, perché mi esprimo, o se si vuole anche, mi espongo, mentre se non si dice nulla – in fondo, che male si fa: non si giudica e non giudicando ci si crede al riparo del giudizio degli altri e si conseguenza ci si assolve, automaticamente.
Intanto i genitori di loro stessi dicono “si sbaglia comunque ma è tanto difficile” mentre degli altri dicono “sbaglia veramente tutto, io almeno…”.
Tutti noi giudichiamo, e chi lo nega sa di mentire.
Io lo so, non sono genitore e quindi non mi  è permesso dire la mia.
Io però una cosa la so, che c’è una bella differenza tra autorevolezza e autorità.
E che se i genitori continueranno a fare finta di essere amici dei figli, la prima non ci sarà mai e ricorrere all’uso della seconda sarà fallimentare.
Se non ti sei accorto del malessere di tuo figlio, hai fallito.
Puoi non riuscire a farti capire, puoi sbattere la testa al muro, ma pensare che il problema siano le canne (e chi lo dice non se ne è mai fatta una) vuol dire che se lasciavi stare il mestiere di genitore e ti davi al cucito, sarebbe stato meglio per tutti.
Soprattutto per quel ragazzo di 16 anni che piuttosto che spiegarsi ha preferito morire.

(*) di Samuele Bersani

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