Che poi se devo dire la verità, a me mica dispiace muovermi coi mezzi pubblici.
Anche quando vado al mare.
Sì lo so, mica sono stupida, che ad arrivare ci metto tanto quanto metterebbe uno – che ne so – che venisse da Voghera, per dire.
Sei sul bus, e hai trovato un posto (che io ci provo sempre) e alzi gli occhi dal libro o dal telefono, e vedi un sacco di cose che non avevi mai notato.
Son anni che faccio lo stesso tragitto tutte le estati dal 1993 e negli ultimi anni per tutto il mese di Luglio, cascasse il mondo, io vado, eppure “credetemi è accaduto” ci sta sempre un particolare che non avevo visto.
Sulla strada dell’andata – per esempio – se butti l’occhio a destra, nella strettoia che sbuca in cima alla strada che porta a Boccadasse  (così anche chi non è di Genova, vede scritto Boccadasse e gli viene alla mente che è scritto pure nei libri di Montalbano, che ci abitava la fidanzata, Livia, che non so se lo sia ancora che io Camilleri ho smesso di leggerlo tuttattaccato), beh, c’è una strada con case bellissime e io mi ripropongo sempre di andarle a vedere, ma poi mi cambia la luce, e in autunno mi scappa la voglia.
E quando sulla strada del ritorno, il bus imbocca la discesa di via Albaro, laggiù, tra le fronde degli alberi, se hai fortuna, con l’ora giusta, la giornata giusta vedi il profilo della città in controluce e ti si ferma il cuore da tanto è bella quella immagine.

E poi so anche che la gente puzza, urla, ti schiaccia, ti si appoggia, ma viaggiando ti accorgi di tutto un mondo che non sapresti neppure riconoscere.
Nella tua scatoletta pensi solo a non farti: tagliare la strada, tamponare, suonare, lavare i vetri.
O di non investire un giocoliere.

Ho incontrato un bambino sere fa: abbiamo disquisito a lungo sul suo futuro lavorativo.
Aveva 6 anni, era alto alto e aveva gli occhi grandi come more mature.

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