Stamattina sulla metro e sul bus con il mio bel tomo di 634 pagine, pensavo a come sarebbe leggerlo con un dispositivo elettronico.
Non ho niente contro (basta che lo leggano gli altri e non mi si rompa il cazzo perché anche io me ne munisca, raccontandomi quanto è pratico): io esco sempre con un libro in borsa, dovunque io vada e se il libro sto per finirlo ne aggiungo un altro, anche se poi il secondo non sarà quello che avrei scelto in seguito.
Il secondo deve essere un libro di piccole dimensioni o dal poco peso che come si sa dipende dalla carta usata e non dalle dimensioni del libro.
E torno a me e al mio tomo, che non potrei leggere una storia ambientata nella prima metà dell’ottocento tutta fruscii e atmosfere ovattate, tazze di the e marmellate, guardando fissa un dispositivo che mi mostrasse carattere immobili, ben stampati e ben illuminati.
No.
Il mio libro è vivo: si chiude inaspettatamente quando mi addormento, mi cade dalle mani, a volte mi risveglia, a volte scivola sulla coperta in silenzio.
Sui mezzi viene occhieggiato, qualcuno penserà “neppure morto, mi porterei un tal mattone”, qualcuno penserà “accidenti, deve essere veramente bello, per leggerlo in piedi e schiacciata dalla folla”, qualcuno neppure lo noterà.
Arrivata al lavoro, spunterà dalla “borsa del libro, della frutta e dei crocchi per cani”, qualcuno lo vedrà e chiederà, qualcuno lo penserà solo un peso inutile.
Al mare, prenderà un po’ di sole con me, verrà ricoverato in caso di pioggia improvvisa, prenderà qualche piega e qualche spuntone di scoglio lo segnerà per sempre.
Ecco, tutto questo ho pensato in compagnia di Villette.


Villette
è un libro di Charlotte Brontë pubblicato da Fazi.

(*) Per Elisa, Alice, 1981

 

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