Avevo rimosso.
Avevo rimosso il fatto che Ofelia fosse stata uccisa un giorno di marzo del 1971, pochi giorni prima che arrivasse la primavera, e subito dopo un’ondata anomala di freddo.
Giorni,  che colloco sempre, nei ricordi d’infanzia tra lo zecchino d’oro, la Milano Sanremo, le frittelle di San Giuseppe e l’attesa del compleanno del mio papà.
Avevo rimosso la violenza e lo schifo che erano stati riversati su quella povera donna da poche righe di giornale, e l’effetto che avevano avuto sui familiari.
Avevo rimosso il fatto che lei, povera stronza di 38 anni,  facendosi uccidere avesse rovinato quel giovanotto di 19 che l’aveva uccisa sì, ma “per amore”.
Avevo rimosso che sui giornali dal giorno dopo la morte, già fosse partita la difesa dell’uccisore e la colpa di una donna così terribile, che a distanza di 44 anni, a leggerne, non mi salgono le lacrime ma una rabbia incontenibile.
Avevo rimosso le parole usate per descrivere questa piccola e fragile donna, che aveva due diritti: vivere la propria vita, come aveva deciso di viverla, ed essere rispettata per le sua scelte, fossero state anche le peggiori.
E oggi, che tutto risale dal profondo, mi rendo conto, per adesso, di almeno tre cose che non riuscivo a capire: questa rabbia piantata dentro per la violenza contro le donne, l’orrore per le donne che hanno partner più giovani, e lo schifo nei confronti dei giornalisti.
“Oggi ho 58 anni e penso che avrebbe potuto essere mia figlia”.
“Sono pensieri strani” mi ha detto f. stamane quando gliel’ho detto.
“Sono pensieri che vengono a noi donne, o forse a noi donne che non siamo state madri, che ci facciamo “madre” di tutte le creature, fossero persone o animali,  che hanno subito un’ingiustizia, un’ingiuria, un torto, una violenza”  ho risposto.
Povera Ofelia, ha scritto g.; povera Ofelia ieri, povere donne oggi.
Da allora è stato abolito il delitto d’onore, ma gli uomini continuano ad uccidere “per amore”, “per raptus”, “per gelosia”, scrivono i giornali.
Gli uomini continuano ad uccidere, pensiamo noi.

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