Sanno i miei amici quanto sia poco propensa ad andare a vedere un film italiano.
L’ho scritto e riscritto, alla nausea.
Poi, per fortuna ogni tanto ti si accende una speranza (si chiama trailer, e lo vedi al cinema).
Poi decidi, che sì, secondo te ne vale la pena, per lo meno, in cuor tuo sai che sarà un film “carino” (notare la parola film e non filmetto).
Arrivi al cinema, al secondo spettacolo un po’ prima, e ti siedi sulla scala a leggere.
La maschera ti dice “attenzione prego, sta finendo, adesso scendono”, e tu ti alzi e ti piazzi vicino alla porta della sala per vedere di nascosto l’effetto che fa.
E cominci a vedere uscire gente col sorriso stampato sul viso, con l’espressione soddisfatta.
Una signora dice “un po’ buio, però” il signore che l’accompagna risponde “l’energia elettrica costa poco solo negli spot in tv…”, un signore che esce avvisa i futuri spettatori di non entrare se sono astemi e ride … gli altri, tutti hanno quel sorriso stampato, ti guardano, tra “io l’ho già visto” e il “beato te che lo devi ancora vedere”.
Beh, una bella premessa, sapendo che il 90% di questo pubblico non è il pubblico di Zalone, mi preparo con spirito magnanimo alla visione.
E parte il film, ed è vero è un po’ buio, ma non so se sia voluto, se il proiettore non sia a posto (succede spesso oramai che qualcosa non vada, dall’audio alla lampada), o forse qualche diaframma in più ci sarebbe stato bene, ma non mi fermo a questi aspetti.
Entro nella storia ed è come se ci fossi sempre stata, ci sto bene, come nella poltrona morbida del cinema.
Mi riporta alle atmosfere degli Album di Marco Paolini, ai racconti piccoli, veri della provincia del profondo nord.
Mi ci sento come a casa. Mi riconosco in un tipo di umorismo che mi fa”ridere forte”(che per me vuole dire rido ma anche piango, si chiama commozione).
Ad un paio di battute, rido talmente tanto che il pubblico mi viene dietro (la mia non è una risata convulsa, è dentro, ma poi continua anche dopo la battuta e ad alcuni, si capisce, è arrivata proprio con la mia risata.
Le piccole micro storie che formano la storia ti portano in un mondo che noi di città non conosciamo, fatte di uomini, dove anche l’aggressione verbale non è fine a se stessa, ma un modo per dirsi le cose, ognuno con i mezzi che ha.
Meglio che il silenzio, se hai dei mezzi, usali.
L’amico che vuole il tuo bene, può darti consigli non chiesti, e creare un distacco, ma poi se ti fermi a pensare, torni.
E’ delicato questo film, usa un linguaggio che oramai si è perso, quello dei rapporti umani.
Si ride, molto, ma non ci si dimentica per un attimo dell’inadeguatezza di stare al mondo di Paolo Brescian , grande testadicaaaaaazzo dal cuore d’oro.
Si comincia ad amare Zagor (cit), scusate, Zoran Špacapan, anzi lo si ama da subito, poi lo si vede crescere, in poco tempo.
Si beve in questo film, tanto che si esce dal cinema un po’ piegati.
E poi in questo film ti spiegano 3 cose: la differenza tra alcolizzati e alcolisti, a stare muti, e a bere dopo le 18.00.
Infrango una regola con questo scritto: mai recensire un bel film, ma massacrare solo la merda. In genere di un bel film basta dire : mi è piaciuto molto, è bello, devi vederlo, ne vale la pena, e con queste parole in genere passi il messaggio. Il brutto lo demolisci pezzo per pezzo ed è una cosa divertentissima da fare.

Ma Zoran, ti resta attaccato agli occhi e alle orecchie.
E perché no?, anche un po’ al cuore.

P.s.: quando sono uscita dico alla cassiera “pensavo di venire a vedere un film carino…” lei trattiene il respiro, spalanca gli occhi, sembra responsabile della mia visione, si riprende il respiro e mi domanda “… e invece?” “… e invece è un film bellissimo” rispondo io.

Lei si rilassa, io apro la porta, esco e sorrido.

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