La sentivo piangere come una pazza, mentre scendeva le scale.
Quel pianto terribile pieno di dolore intervallato da urla e veri e propri singhiozzi.
Quel pianto che dal vero, per fortuna, ho sentito poche volte.
La porta di casa era chiusa, e non vedevo, ma sapevo perché piangeva e sentivo il suo pianto svanire piano piano mentre scendeva a piedi i tre piani di casa.
Era stata da me nel pomeriggio, con suo cugino, avrà avuto una dozzina d’anni credo.
Sua mamma stava morendo, e mentre loro erano in casa mia, la zia era venuta a chiamarla, dicendo venite di là.
Pochi istanti e poi, tutto quel dolore giù per le scale.
L’ho incontrata dopo, con una zia che l’accudiva, ma non si capivano.
Il padre, dal bere un po’, era passato all’alcolismo.
Aveva cominciato a passare periodi in case di parenti in Veneto.
Poi l’ho incontrata ancora, una sera, sull’autobus, nel 1975, io avevo 18 anni, lei tre di meno, mi ha detto “torno adesso da un aborto”.
Era piccola, poco più di una bambina, bella, bionda e piena di droga sino agli occhi.
E altri viaggi, assieme ai suoi, comunità e inferni dentro.
L’ ho incontrata ancora, in questi anni, un giorno che andava per metadone, un giorno nel centro storico, sempre con la lattina di birra in mano, coi pochi capelli rossi appiccicati alla testa, gli occhi vuoti, i tatuaggi sbiaditi sulle mani gonfie, ma non mi ha mai più “vista”.
Mi guardava, ma non mi ha mai riconosciuta.
L’ho incontrata due domeniche fa, sotto casa mia.
Aveva la birra, e parlava con un uomo anziano col cane.
L’ho superata.
Mi ha guardata.
Io l’ho guardata, poi sono tornata indietro, mi sono avvicinata, le ho detto “mi riconosci?”
mi ha detto “certo!”, ma non sono sicura l’abbia fatto.
L’ho abbracciata e baciata, le ho chiesto come va, mi ha risposto “sono viva”.
Mi ha detto “sempre rosse, eh!”
“Eh sì – le ho detto – sempre”

L’ho salutata.

Era viva.

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