Nella mia malvagità quando i fatti mi danno ragione, pensare “io lo sapevo”, fa aumentare in modo smisurato, per un attimo, il mio ego (anche se dentro di me – e per questo dico, per un attimo – di questo non sono contenta, che in genere le mie previsioni  quasi sempre sono per fatti che finiscono a schifìo, e quindi, mi spiace ancora una volta non essermi sbagliata).
Ma quello di aspettare il cadavere lungo il fiume, no, non mi arreca nessun sollievo.
Quando arriva il cadavere puzza ed è putrefatto, e con il corpo marcio, il fiume,  porta solo liquami schifosi.
Non mi interessa veder passare il cadavere, o che i nodi arrivino al pettine, preferirei non accadessero i fatti per i quali pensi poi, di dover stare lì, ferma sull’argine del fiume per trenta o quarant’anni al solo scopo di alleviare un po’ il dolore.
Non mi interessa tornare a parlare, facendo finta di niente, con persone che mi hanno fatto male, in buona fede o deliberatamente.
Non mi importa.
Il passato è passato, mi porta dolore sapere che certi fatti sono andati come sono andati, ma tanto per restare in tema di luoghi comuni, del senno di poi sono piene le fosse e se mio nonno avesse avuto le ruote, sarebbe stato un carretto.
Non mi importa.
E’ andata così, andrà ancora così chissà quante volte, per colpa mia, per colpa degli altri, per colpa  di Alfredo, che cazzo ne so?
Andrà così perché io non posso fare nulla per oppormi al destino, che sempre secondo me, è già scritto.
Vorrei solo che il passato non tornasse sotto forma di sogni a rompermi il cazzo di notte.
Tutto qui.

(*) Il giorno di dolore che uno ha – Ligabue

l’ho già usato come titolo, ma mi rimbomba nella testa

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