Ci sono momenti in cui ti trovi davanti ad una scoperta che ti cambierà la vita, ma tu ancora non lo sai.
Tu non lo sapevi ancora,  quando ti sei attardata all’uscita da Palazzo Ducale, reduce dall’incontro  con Marcello Fois e Bruno Morchio, e hai detto loro “scendo con voi”, che ti avrebbero chiesto di fermarti per una birra al volo, lì al Capitan Baliano.

E poi, un discorso tira l’altro, e dissertando di scrittori –  uno permaloso, quello con  spiccato senso dello humor, uno intelligente, uno piacione, – Fois ti butta lì tre nomi, e tu e le altre due signore a prendere nota come scolare il giorno del dettato: “come ha detto? Michele Mari? E quale per primo? Tu, sanguinosa infanzia? scritto” e “Aspetti, che sono rimasta indietro, Bariani?… ah no ripeta…Pariani (che ho già sbagliato e gli ho detto Goliarda Pazienza, invece che Sapienza, e lui ha riso… io mi sono sentita piccola, piccola, poi ho detto, – no, è che ci vuole Pazienza per leggere la Sapienza , e si è sentito forte il rumore delle mie unghie sul vetro, ma lui, che è un gran signore, ha fatto finto di nulla e ha continuato a ridere),  Laura Pariani?… e quale per primo? La valle delle donne lupo?… parla di streghe? mi piace.“ e poi ancora “Antonio Moresco, Gli incendiati. Questo è facile. Benissimo. Preso nota”.

Una di noi tre, “Gli incendiati” l’aveva letto, mentre io mi sentivo all’esame di seconda elementare.

Quello in cui, la notte prima nel sonno sono rotolata sotto il letto, e l’ho conclusa  lì.
Sul pavimento.
Sotto il lettone dei genitori, senza che nessuno se ne accorgesse, che ancora dormivo in camera con loro.
Poi ti dicono i traumi infantili, la sindrome dell’abbandono e le domande che ancora ti fai.

Continuando a fare la furba gli ho pure detto che come stava osservando, stavo prendendo nota, li avrei comprati e letti, ma se non mi fossero piaciuti, lo avrei cercato e spezzato un braccino.

Morchio ha detto a Fois, “no, il braccino non te lo spezza, ma ti spacca tanto la minchia … non giurerei che abbia pronunciato proprio il termine minchia,  ma se non era minchia, la evocava, e ha continuato con la sintesi di un episodio epistolare, accaduto tra lui e me.

Chissà perché tutto questo girare intorno al fatto: il libro di Michele Mari, “Tu, sanguinosa infanzia” è un miracolo, un capolavoro, un’illuminazione.

Non mi capitava da molto tempo di leggere un libro e, durante la lettura, sentire i brividi e il groppo in gola alla fine di ogni racconto.
Oggi quando, sull’autobus,  l’ho chiuso dopo l’ultima parola, prima ho riso e poi mi sono salite le lacrime. Ho faticato a trattenerle, e non so neppure poi perché le abbia trattenute, che tanto non è che qualcuno se ne sarebbe accorto.
Adesso, sono a un terzo della mia strada, e sino qui mi ha ricordato la strada di mattoni gialli.
Quella che porta alla città di Smeraldo, al meraviglioso mondo di Oz.

(*) Alta marea – Antonello Venditti

Annunci