“Una sera fui invitato a cena, a casa del mio amico Buck Henry. La tv davanti  a noi, era accesa, ma muta. Sullo schermo passavano immagini di gare di pattinaggio sul ghiaccio. Dopo un po’, ci accorgemmo di guardare ipnotizzati quelle immagini, tutte mossette e mascelle snaturate da sorrisi irreali: una delle ragazze, dopo una caduta rovinosa, si era rialzata e voleva a tutti i costi terminare la sua esibizione, pur sapendo comunque di essere già stata penalizzata in fatto di voti. La caduta non doveva essere stata indolore, si intuiva dalla fatica che traspariva nelle espressioni che non riusciva a nascondere, ma nonostante questo manteneva il sorriso fisso, indirizzato alle telecamere.

“Cosa dice il vocabolario alla voce ambizione?” chiesi al mio amico.

Lui si alzò, si avvicinò alla libreria e tornando verso di me, con un vocabolario in mano, recitò:

“AMBIZIONE:
1. forte pulsione (e volontà) di avere successo personale, potere, di sopravanzare gli altri negli affari, carriera, ricchezza

2. in senso positivo è il desiderio (moderato) di migliorare le proprie condizioni e le proprie conoscenze allo scopo di vederne riconosciuti i meriti e di realizzarsi nella società, nel lavoro, nella professione o nelle arti”

Ci guardammo con la febbre negli occhi:  “Facciamo un film sull’ambizione!” dissi io,
“… sull’apparire…” riprese lui
“… sul cinema… “ continuai io…
“… su una bella donna ambiziosa che vuole fare cinema…che non vuole rivali… e che è pronta a tutto…ma poi un giorno arriverà una più giovane e le farà le scarpe…”
“…Buck, l’hanno già fatto”, dissi io ridendo “ ricordi,  vecchio rincoglionito, Eva contro Eva, Joseph L. Mankiewicz, 1950, Bette Davis, Anne Baxter…la Monroe…?”
“…oh, cazzo…” rispose lui.

Non passarono molti giorni che Buck mi telefonò e mi diede appuntamento per la sera stessa: aveva trovato la nostra storia.
Arrivò a casa mia con il libro di Joyce Maynard: “To die for”; Buck mi raccontò di aver sentito parlare della Maynard negli anni 80, (quando lei aveva 18 anni) perché si diceva fosse l’amante di Salinger (strano caso, no? dopo anni realizzai Scoprendo Forrester proprio ispirandomi a Salinger).
Non perdemmo un solo attimo, contattammo la Maynard che trovammo entusiasta all’idea che ricavassimo un film dalla sua storia; Buck, passò subito all’azione e si mise a scrivere, il pattinaggio uscì dalle nostre teste, restando a cornice e solo come ambientazione. La storia piacque, ma in realtà ci fecero effettuare qualche cambiamento, la ragazza avrebbe dovuto fare televisione e non cinema: ai giganti del cinema non piacque l’ambizione smodata della protagonista.
Eh, sì pensammo Buck ed io, siamo lontani dai tempi in cui i produttori rischiavano…
“In America non sei qualcuno se non compari in TV” facemmo dire alla nostra protagonista, pensammo di girare il film usando in modo prepotente le telecamera: è il mezzo con cui Suzanne appare al mondo; lei stessa la usa per coinvolgere gli amici nella sua scelta delittuosa; la userà infine  per raccontare al mondo la propria innocenza.
La usammo noi per legare la storia attraverso le dichiarazioni dei protagonisti.
La telecamera divenne insomma la protagonista della storia, o meglio il perno sul quale tutto sarebbe ruotato attorno.
Far ricadere la scelta sulla Kidman, fu quasi del tutto automatico: aveva interpretato con Tom Cruise, cinque anni prima, Giorni di Tuono e nel 92, Cuori ribelli, dimostrando che non si sarebbe certo accontentata di ruoli all’ombra dell’interprete maschile.
Il ruolo ricoperto in Malice, tra aspetto innocente e perfidia celata, ci convinse che sarebbe stata l’interprete perfetta a rappresentare un sentimento, che nell’accezione peggiore del termine, avrebbe potuto — a nostro modo di vedere — essere considerato come  l’ottavo vizio capitale.
Infine, Buck — che in vita sua non si è mai tirato indietro quando si tratta di mettersi in gioco — si ritagliò una parte, sostenendo che un film sull’ambizione non avrebbe potuto ritenersi tale, senza almeno una sua apparizione!”

Dalle memorie assolutamente inventate, pubblicate nel libro mai esistito se non nella testa di ziacassie, “… di come nacque il film “Da morire” di Gus Van Sant

nella foto Buck Henry, in una scena del film

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