qui ci sarebbe stata una mia foto, ma vedermi mi innervosisce…

Ieri mi era venuto alla mente un pezzo che avrei potuto scrivere.
E quando mi viene alla mente qualcosa, dovrei buttarlo giù, che poi, non solo le trame dei libri dimentico, ma anche i miei pensieri.

E già questo è preoccupante.
Questo fatto di formulare dei pensieri che non trovino poi una collocazione lì, in un cassetto della memoria, ma si disperdano o dissolvano, e diciamolo su… non è bello.

(Stamattina una collega – che ha 5 anni meno di me – voleva parlarmi di un autore e di un libro letto, e non le venivano alla mente né l’uno, né l’altro. Dopo essersi concentrata senza arrivare alla soluzione, ha concluso con  “Ti annuncio ufficialmente di essere entrata nella senilità”).

Tenendo anche conto che io oggi compio ufficialmente 55 anni, e quindi esattamente mezzo secolo e un lustro, una roba che in romano si scrive LV, e che mi fa sentire decrepita (e il primo che dice, come ha già fatto mia madre stamattina al telefono, hai una vita davanti, si becca una capocciata in fronte), mi sembra arrivato il momento di sforzarmi e farmi venire alla mente il pezzo che avevo pensato ieri, che poi era un bilancio.
Ci provo.
Allora, era partito da cosa non ho mai avuto e da quello che vorrei, e dopo aver esaminato quasi tutto quel che mi viene alla mente, ho scartato quasi tutto.
Quello che non ho mai avuto: una sorella, un fratello, un figlio, un nipote, un nonno da adorare.
Quello che non ho più: un padre al quale chiedere di portarmi la macchina a fare il tagliando (non per il favore, ma per avere un padre che fa qualcosa per te).
Mi domandavo inoltre perché mi ostini a parlare con tutti, a cercare di tessere rapporti, e perché io mi meravigli quando mi si chiudono porte in faccia.
So per certo però, che quando le chiudo io, è perché le ho tenute talmente tempo socchiuse, per permettere le eventuali entrate, che è entrato tanto freddo e tanta polvere che non so più come riscaldare e pulire l’ambiente.

Veniamo adesso al lato allegro.
Vorrei, una bella casa al mare dove vivere, ma poi penso che vivrei con l’incubo dei ladri.
Vorrei, una casa in campagna, ma poi penso che vivrei con l’incubo delle bestie:
la volpe che mi mangia il gatto;
i vicini merda che mi avvelenano il cane;
la capra che mi muore come a Devis Bonanni è morta la pecora, perché non ho pensato al vaccino;
le galline che mi muoiono per la malattia che viene solo alle mie galline;
gli insetti che mi divorano l’insalata, le olive, e le mele. E vaffanculo.
Vorrei, tornare in campeggio d’estate, ma il gatto dove cazzo me lo metto, e a far la fatica che facevo non ce la faccio più, i soldi per il gabbiotto di legno, non ce l’ho, la manutenzione per l’inverno mi stressa.
Vorrei, avere la casa in ordine con tutti i miei libri in ordine, ma di farlo io neanche a pensarci, e poi comunque l’ordine va mantenuto. E io ne ho per il cazzo.
Vorrei scrivere un libro, ma poi che cazzo me ne frega di scrivere un libro, che lo scrivono tutti e se non hai scritto per tutta la vita, anche se diventassi famosa, sarei come un fenomeno da baraccone, e comunque alla fine, avrei scritto un libro e questo non vorrebbe dire che sarei stata in grado di scrivere.
E soprattutto scrivere bene.
(e da questa frase appena terminata, già si evince…).
Vorrei essere stata bella, per sapere cosa si prova a non farti il culo tutta la vita per tenerti uno straccio di fidanzato, e saperne di calcio, boxe, automobilismo, conoscere tutti i numeri delle chiavi inglesi e l’uso che se ne fa, cosa cazzo sono i carri a stanti, le bisarche, come funziona un elicottero o come si smonta un rubinetto, per dare conforto nei momenti di vita a due.
E poi vorrei, forse aver fatto altre scelte – ma secondo me, non sempre siamo completamente padroni delle nostre azioni –  perché c’è una cosa che mi dispiace non aver continuato a fare, nonostante la fatica e la fame che avrei fatto se avessi deciso di farlo sul serio e non solo per divertimento: recitare.
Sì, ho pensato che questa è la cosa che avrei voluto fare in assoluto. E non per diventare un’attrice famosa, non per andare a parlare dei miei spettacoli o dei miei film in tv, o per vincere una menzione o un premio, ma proprio per recitare.
Per stare sopra un palco, e studiare, inventare, lavorare, sudare sino a che dalla tua faccia, dalle tue mani, dal tuo corpo non esca un personaggio.

Va beh, credo che per oggi, possa bastare (mi sono fatta due coglioni tanti a rileggere, non posso immaginare cosa succederà ai vostri)

(*) Quello che non ho – De Andrè

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