Prendendo spunto da uno scritto su un blog, vorrei cimentarmi nel primo capitolo di un romanzo che prima o poi scriverò e del quale ho già in testa il titolo “Cessi in doppiosenso”, che contemplerà, in tutti e due i sensi, i cessi che ho frequentato nella mia vita.

Oggi, parlerò di cessi come luogo fisico, e particolarmente di cessi pubblici.
Quello che quando ci si deve andare si usa:
“scusa un attimo” (se si è al telefono, che tanto non ti vede nessuno e puoi raccontare quel che vuoi);
“scusi, dov’è la toilette?” (che cazzo lo chiedi che tanto è sempre in fondo a sinistra);
“mi direbbe se c’è un bagno?” (sottovoce, con una voce flebilissima, come se il resto degli avventori non lo usasse mai).
Dalle persone anziane si sente ancora usare il termine “ritirata”.

Io, per esempio, che sono una bestia, quando vado in bagno faccio l’annuncio, e mi sono resa conto di dire “vado a pisciare!” se vado a fare la pipì, e invece “vado in bagno” se devo fare la cacca.
Ho sempre sofferto, sin da piccola di cistite, o meglio – questo è quello che mi hanno sempre raccontato – secondo me era una reazione nervosa.
Una reazione allergica alle menate.
Ricordo il primo giorno di scuola, mentre la voce della direttrice, diffusa dalle casse amplificate in aula, ci dava il suo benvenuto, io mi alzai e dissi alla maestra “devo uscire a fare la pipì”.
La maestra gentilmente mi disse se almeno potevo aspettare la fine del discorso.
Le risposi “non posso” e uscii.
O quando mia madre mi diceva metti tavola “un attimo che devo fare la pipì” o ancora l’ultima, ultimissima cosa che dovevo fare (e ancora faccio) prima di uscire da qualsiasi luogo.
Ergo, sono una grande frequentatrice di bagni: non c’è casa, bar, ristorante, cinema, stazione, centro commerciale, grande magazzino dal quale io sia uscita senza aver visitato il bagno.
Sin da piccola (tenendo anche conto che mi portavano in campeggio, e lì o ti adatti, o rischi lo scoppio della vescica o il blocco intestinale) ho imparato a pisciare (e di conseguenza, non solo) in qualsiasi bagno e in qualsiasi condizione in modo completamente autonomo, senza l’amichetta, la mamma, il fidanzato.
E  qui vorrei dare qualche piccolo consiglio per rendersi autonome nell’espletazione della funzione in un cesso pubblico:
– accertarsi di avere sempre un fazzoletto di carta (che i bagni pubblici anche se si presentano bene sono infidi);
– entrare nel bagno e tirare rapida occhiata (trattenere il conato di vomito);
– non cercare di appoggiare la borsa alla maniglia della porta (che tanto quando arriva qualcuno e prova ad aprire, la vostra borsa finirà per terra di sicuro), ma infilarla al collo, assicurandovi che sia chiusa;
– controllare di avere già in mano il fazzoletto di carta o provvedere allo srotolamento della carta igienica;
– non provare a sfilare il cappotto ma alzarlo (inutile guardarsi intorno alla ricerca di uno straccio di minchia di gancio che tanto non c’è, e se mai ci fosse forse non converrebbe usarlo);
– prendere i due lembi del cappotto in bocca,
– tirare giù i pantaloni,
– alzarsi più che si può (in questo momento penserete a quanta santa ragione abbia avuto ad urlare con voi affinché eseguiste bene gli esercizi, la vostra insegnante di pilates e di Stretching);
– dopo aver allargato le gambe (per fortuna in genere i bagni pubblici sono piccolissimi, oltre che puzzolentissimi), allungarne una (quella più vicina alla porta per tenerla chiusa (che la chiave, già lo sapete non c’e’), e se non c’è e’ per non far fare le pere ai tossici, che ve lo ha detto il barista, anzi vi ha detto “se no ci vanno a farsi le punture i drogati”.
In tutte queste manovre sarete più libere se come me, avrete eliminato i collant da almeno 25 anni. Rendendo così un grande favore alla vostra fica e ai vostri mariti, amanti, semplici conoscenti.
Unico problema resta la montagna, ma io ho eliminato il problema, non andandoci  più,  in montagna.
Passiamo ora  ai grandi quesiti sui cessi.
Perché i  bagni delle donne sono sempre pieni?
Perché le donne se la menano delle ore appena trovano un specchio, tipo autogrill, grandi centri commerciali, ecc.
avete mai osservato? escono dal bagno e cacciano un’occhiata allo specchio che in genere è situato davanti alle porte dei bagni. si avvicinano ai lavandini sempre guardandosi allo specchio. aprono il rubinetto (a pedale o meno) tirando una veloce occhiata a dove sta il pedale per poi riposare lo sguardo su loro stesse (e anche un’occhiatina alla mora dietro pensando chissà chi le avrà fatto quel taglio che le sta così bene, guarda qui, gliel’ho chiesto uguale  a quella zoccola della Miranda, e mi ha conciato una merda), schiacciano il bottone del sapone liquido senza guardare se hanno la mano sotto perchè si stanno guardando allo specchio (e questo e’ il motivo per il quale i distributori di sapone liquido sono sempre vuoti ma la porzione di lavandino sotto, sempre pieno), poi finita l’operazione mani, se c’e’ il phon a muro mettono le mani sotto, sempre continuando a guardarsi da lontano, e a questo punto tirano pure un’occhiata schifata alla bionda in minigonna con le tette dure come il marmo che è entrata solo per lo specchio e per rifarsi le labbra, poi passano un’altra volta davanti all’agognato specchio tirando fuori la spazzola e il gloss, si avvicinano alzandosi sulla punta dei piedi (tutto questo sempre con la borsa attaccata al braccio), ripassano le mani sotto l’acqua, poi, prima di uscire danno un’ultima occhiata allo specchio, e  strappando la carta dal distributore, quello proprio vicino alla porta d’uscita, finiscono addosso all’altra che sta entrando (e che non hanno vista perchè girate verso le specchio).

Una volta fuori, si rivolgono al marito incighialito, (al quale nel frattempo e’ cresciuta l’unghia al cazzo) dicendogli ” c’era una coda…”

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