Nella fredda sera del sabato 4 febbraio affettando le cipolle, mi sono piantata la punta del coltello nel polpastrello del dito indice sinistro.
Dopo neppure 12 ore, tagliando lo spago del salame mi sono affettata lo stesso dito all’altezza del primo falange , tra il prossimale e il media (col cazzo che lo sapevo come si chiamavano, l’ho cercate con gugol).
E’ seguita una sequela di bestemmie (mie) e ingiurie (sue di f.), “ma sei scema”, “stai un po’ attenta”, “non ti puoi tagliare due volte nel giro di 12 ore” “che cazzo fai”.

Nella, molto meno fredda, sera di lunedì, mentre aspetto la cottura della torta di carciofi, propongo due acciughine (senza burro, che ho il colesterolo altino).
Mi accingo a tagliare il pane abruzzese – che al secondo giorno è bastardo dentro, – e già mi sta slittando il coltello, quello col quale mi sono tagliata la seconda volta (tondo in punta, ma seghettato assai).

Interviene f., dicendomi “dai, taglio io, che ti vedo in difficoltà”.
Prende il coltello, si accinge… io gli giro attorno, gli do la schiena, non sono ancora arrivata al lavandino che lui:
“… Acqua ossigenata, mi sono tagliato”.

Evito la chiusa.

(*) Con le mani – Zucchero

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