Tag

Per come intendo io il cinema, Sherlock Holmes – Gioco d’ombre è un film straordinario.

Bravissimi gli attori, ognuno nel proprio ruolo.

Sicuramente, come ho già scritto in occasione del primo, fa digrignare i denti ai puristi di Sir Doyle. Ma questi, mi spiace, sono una seconda volta in errore. Ho letto di gente che si annoia, che una volta uscita dal cinema (prima della fine del film, ma non tanto un quarto d’ora, quando oramai la storia è tratta) si sente liberata (chissà come si sarebbe sentita  il 25 aprile 1945 se ci fosse stata cazzo…).

Vedere un film come questo è ritornare al cinema, alla ripresa intelligente, all’azione, all’avventura, condita da buona recitazione, uso di lavorazioni in post produzione (senza dimenticare che un film così bisogna costruirselo e pensarselo, non lo si aggiusta in post produzione). Ma a qualcuno piace urlare che questo non dimentichiamocelo è il marito di Madonna, come Tom Ford era un modaiolo, e allora “a noi” puristi del cinema, ci fa schifo, perché amiamo Bergman e solo qualche regista minore, possibilmente di etnia diversa, che così ci fa sentire tanto giusti e pure  “cool”.

Che tristezza!

Non si sa più riconoscere chi il cinema lo sa fare.

Noooo, ci ha ucciso il mito Sherlock!

Il riflessivo mito…

Sherlock era un drogato, un depresso, un misogino con tendenze forse omosessuali mai rivelate neppure a se stesso. Sherlock è un presuntuoso e un iroso. A leggerselo tutto, Sir Conan Doyle, e non solo a guardare i film con Basil Rathbone, forse si capisce che questo di Guy Ritchie è molto più vicino al personaggio di quanto lo sia mai stato sugli schermi. Vediamo ogni giorno massacrare classici, portati sullo schermo e sentiamo difenderli dicendo “ma il libro è un’altra cosa”! In questo caso, che c’è un vero lavoro di “ricostruzione” e “reinvenzione del personaggio”, beh… no non ci va proprio giù!

Ma come siamo strani!

A me vedere un film come questo mi fa assolutamente l’effetto di leggere un libro di Chandler: non ci capisco un cazzo della storia (esattamente come diceva lui stesso delle proprie storie), ma è puro divertimento, è gioia della messa in scena, così come si gode leggendo le pagine di Chandler, per la descrizione minuziosa, per i particolari, che portano fuori dalla storia, ma ci fanno lavorare d’immaginazione.

Questo è…

non mi viene la parola….

ah sì, la parola è… cinema!

E che si fottano gli Anton Ego de noiatri!

 

(*) Thats entertainment – dalla colonna sonora di The Band Wagon (Spettacolo di varietà)

Annunci