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Non ci è dato sapere se Laure da grande si scoprirà lesbica oppure femme fatale.
Non ci interessa.
Quello che vediamo è una ragazzina in età pre-adolescenziale, che non si riconosce nel proprio corpo.
Non è colpa sua: il suo corpo non sa di femmina e non sa di maschio.
Ma la sua testa le dice che si diverte di più a giocare a pallone che con le bambole.
Laure è una bambina come tutte le altre, di fronte a una crescita che non sa ancora dove e se mai la porterà a fare un percorso diverso da quelle della maggioranze delle ragazzine.
Mentre assistevo ieri alla visione di questo film, e mi dicevo quanto era garbato, mi chiedevo pure come sarebbe difficile cucire vestiti addosso, indicare sessualità diverse alle proprie come malate (pensavo principalmente a nostri certi politici) se si assistesse più spesso a film come questi: al contempo ho sofferto per e con lei, chiusa in un corpo che non sente suo.
Tomboy è un piccolo gioiello, un ritratto tracciato con grazia di un’età in cui tutto diventa un problema.
Un tuffo al cuore quando ripone il suo piccolo fallo di pongo, servito per fare un bagno assieme agli altri, nella scatola dei dentini: appendici da cambiare a seconda dell’età.
Non è casuale.
Laure forse non si sentirà mai più Michaël, ma non importa: per un’estate lo è stata.

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