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Io per conto mio ho deciso.
Martedì sera Francesca Izzo (promotrice e firmataria della mobilitazione delle donne Se non ora quando?, del 13 febbraio) nell’intervento durante la trasmissione L’infedele, ha detto, (giuro l’ho sentita con le mie orecchie):
“in quella occasione non metteremo la sciarpa bianca”.
Mercoledì sera (ieri) Susanna Camusso, Segretaria Generale della CGIL (tra le prime firmatarie e sostenitrici della mobilitazione delle donne del 13 febbraio) alla trasmissione Parla con me ha detto:
“scenderemo in piazza con la sciarpa bianca”.

E allora ziacassie ci ha pensato a lungo e dopo aver sostenuto in una discussione con f. che lei avrebbe messo la sciarpa bianca, perché era un’idea che univa tutte, anche se noi con il lutto islamico non ci azzecchiamo una minchia, ecc. ecc. ecc., ha deciso che in piazza – visto che in piazza scendono le donne – ci va con la persona più vicina a una donna che lei conosca: se stessa.
Non gliela menate con fischietti, triccheballacche, cartellli, sciarpe, gomitoli, ombrelli, coperchi, aghi da maglia, paioli della polenta o ferri da stiro.
Non si porta dietro una beata fava, e non si mette nessun distintivo, neppure quello della CGIL, pur essendo un’iscritta.

Ziacassie in piazza ci va da donna a manifestare lo scontento, lo schifo, lo sdegno che prova per un vecchio di 75 anni
che si contorna – anche solo a cena – di giovanissime ragazze, ma che si scandalizza per le unioni di fatto, etero o gay;

che aiuta giovani donne in difficoltà ma solo se fiche;
che distribuisce il suo numero di cellulare come fosse un paparazzo negli anni 60 in un film sulla dolce vita romana;
che non crede ai sondaggi di Pagnoncelli, ma che se una con una quarta di reggiseno è nei guai e gli dice che è la nipote di un capo di stato (basta che sia straniero) una telefonata per lei, lui la fa;
che con la sua televisione sguaiata ha contagiato il modo di fare televisione, e ci ha portati ai grandi fratelli, alle isole dei famosi, ai milionari, alle risse verbali, all'assenza di professionalità, ai pubblici divisi tra destra e sinistra, agli yes man dietro ai politici, che muovono il capo assentendo,  come i cagnolini di peluches, nelle 600 degli anni '60.

Non ho scritto minorenni, anche perché a vent’anni non è che sai molto come sei messa, e se qualcuno ti dice che sei bella e che la tua bellezza ti aprirà le porte dello spettacolo, della notorietà, della politica e di tutto quel che vorrai, magari non stai lì a vedere se è etico o no.
E vorrei anche far notare che in alcuni casi, non sempre quel qualcuno è il lupo cattivo, ma a volte sta pure dentro casa, madri e padri che spingono le figlie a far qualcosa che sanno come comincia – magari con un concorso o un provino – ma che non sanno come possa finire.
Quello che sanno, probabilmente, è dove finisce il denaro che arriva: nelle loro tasche.
E allora, credetemi, io non ce l’ho con nessuna di queste ragazze, ce l’ho con chi promette o fa credere loro che il guadagno e la vita possono essere facili.
Ce l’ho con tutte queste trasmissioni fatte di bocche, culi, fianchi e tette, magari rifatte e pagate a rate, come ci raccontano i giornali.
Ce l’ho pure con certe giornaliste che invece di ripassarsi la dizione, passano ore nel camerino trucco.
Ce l’ho anche con L’unità diretto da Conchita De Gregorio che per rilanciare il giornale se ne uscì con questa immagine.
Ce l’ho con chiunque, uomini, donne, gay, sinistra, destra, sopra, sotto, chiesa, si permetta di trattare la donna come fosse un sottoprodotto del genere umano, buono solo a tenere in ordine la casa o al caldo una manciata di centimetri di carne.
Scendo in piazza fiera di essere me stessa, con i miei umori, la mia testa di cazzo, la mia onestà intellettuale e una buona dose di coerenza.

e come dice Jovanotti
"o madonna mia, come la realtà che incontra la mia fantasia"

nel tubo: brano tratto – scusate – caduto come il cacio sui maccheroni
 In nome del popolo italiano, Dino Risi, 1971

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