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5 gradi segna l’orologio-barometro digitale della farmacia in via XXV Aprile.
Poi 14:43, e poi ancora 30-01.
Il vento mi schiaffeggia i pochi centimetri di faccia lasciati nudi da sciarpa e cappuccio.
 

(E’ nevicato questa notte, ma qui in centro non ne è rimasta traccia della neve notturna.
E’ venuta giù con il vento, ma in questa mattina di fine gennaio, sul tetto del palazzo delle suore già si sta preparando a scendere, seguendo il disegno della lastricatura: da lontano si formano righe sempre più larghe tra un mattone e l’altro e l’impressione è quella che si stiano gonfiando questi rettangoli, prima di dissolversi o cadere a terra. Sono le 9.30 e sta riprendendo a scendere dal cielo: a nord pare un inferno, i fiocchi vengono sospinti dal vento da levante a ponente, come se qualcuno li tirasse a raffiche irregolari; a sud, scendono regolari, lievi e oltre al leggero strato che continua a formarsi sui tetti delle auto, la strada è pulita. Il meteo de La 7 dice nuvole al nord, ma possibili schiarite: mi domando dove sia questo omino che non accenna alla neve a basse quote.
Le informazioni autostradali segnalano traffico regolare e – lo noto per la seconda domenica consecutiva – possibili concentrazioni presso i centri commerciali (!), nuove mete delle gite domenicali fuori porta)

 
Ho percorso pochi metri per vedere se un negozio che vende pizze e focacce, fosse per caso aperto, ma tutti i negozi della strada sono chiusi, a parte il tabacchino. Torno indietro e sfido il vento, in senso contrario. Lo leggo, nel cielo bianco e gonfio, il freddo. A me non
piace il freddo e neppure chi mi dice che adora sentirsi sferzare il viso dal vento gelido, ma questo momento vorrei fermarlo. E’ un momento, ed è mio. La città è quasi vuota. Giro a destra e comincio a scendere Vico Casana perché voglio arrivare alla latteria per un dolce: ho appuntamento, dopo, davanti al cinema “…alle 3 e 10, che c’è sempre coda e ci conviene arrivare un po’ prima…”. Sono in largo anticipo.
Davanti a me c’è un ragazzino, sembra che sappia dove stia andando, ma di colpo si ferma e mi chiede “mi scusi sa dov’è il cinema City?”, gli indico la direzione e lui mi ringrazia e mi dice buon pomeriggio (buon pomeriggio????), mi sento rispondergli “buon pomeriggio a lei”.

 
(Mi viene alla mente il film “Tutto in una notte”, quello in cui il tizio stanco perché non riesce a dormire, al lavoro viene consigliato di tornare a casa a riposare e trova la moglie con l’amante: ha detto all’amico che la moglie al mattino lo aveva salutato con un ”buona giornata caro”, e lui si chiedeva se buona giornata caro fosse una frase da dire a un marito: no, a un postino forse, ma non a un marito.
Ecco perché quel buon pomeriggio mi è suonato buffo, anche se il ragazzino non era mio marito…)

 
Arrivo alla latteria e chiedo alla signora dietro al banco “Un krapfen con la panna e… tanta cannella”, e mi sento felice per quel tanta cannella, anche se penso, adesso mi manda a cagare. Mentre chiedo quanto devo per la brioche, una bottiglietta d’acqua gasata e una cioccolata amara, e cerco i soldi per pagare, la signora posa il piattino con il krapfen davanti a me e io non vedo la cannella, ma quando tiro su la mia brioche, mi accorgo che è marrone da quanto la panna è coperta dalla cannella.

Mi allontano dal locale con l’idea che sarà un buon pomeriggio.

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