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Caro Prof.,

è stato terribile venire a sapere che non ci sei più –  e come è già successo per un’altra persona a me cara – l’ho saputo solo ieri ma che tu non ci sei, è dal 29 settembre scorso.

Ti ho scritto qualche mail e non mi hai risposto, ma non mi sono preoccupata: mi rispondevi dopo un po’ “dicendomi, scusa, non è che io non voglia, è che sono sempre indaffarato: l’università, la barca, la politica, i libri da presentare, ma vedrai che prima o poi ce la faremo, e con mia moglie ed il tuo F. combineremo una cena”.

E io mi dicevo, devo muovermi io, venirti a trovare e poi, via una merda sotto l’altra, e si rimanda.

E poi non avevo nessuna premura: ti avrei rivisto e parlato, e raccontato, e questa volta oramai grande, quasi vecchia, avrei potuto dirti quanta importanza hai avuto nella mia vita.

Avevo 15 anni quando ti ho incontrato per la prima volta, e tu 27. Eri il mio Prof., e lo sei rimasto per sempre, anche quando negli anni, ci siamo incontrati a Sori un capodanno per me tristissimo, e poi sul treno (facevamo i pendolari, tu da Rapallo, io da Chiavari), e poi un paio di cene (la prima volta che sono stata in un ristorante cinese mi ci hai portata tu ed io avevo paura che mi tagliassero le dita come a Fantozzi), e poi dalla Maria, e mi dicevi che ti era sempre piaciuto Alan Ladd ne “Il cavaliere della Valle solitaria”, e mi pare dicessi che il film era una mezza cagata, ma Alan Ladd,  in quel ruolo, insuperabile. E poi ti sono venuta a trovare con un amico a casa, e poi ti ho riperso di vista e poi ritrovato, e poi riperso, sino a un giorno di ottobre del 2008 dove ho deciso di cercarti e scriverti. E da lì queste promesse di farmi conoscere la tua seconda moglie e passare qualche ora a raccontarcela. Volevo leggere il tuo libro prima di vederti, per parlarne con te.

Poi domenica sera, davanti alla tv con la filosofa a Che tempo che fa, una merda di brutto pensiero mi ha attraversato la mente, e quel cazzo di soprannome che mi sono data, quella sensazione orribile che non è la prima volta che mi arriva, mi ha colpito come una fucilata, come se leggessi a caratteri cubitali in cielo, un qualcosa che improvvisamente si fa avanti, un fatto al quale non ho nessun motivo di pensare.

Avrei milioni di cose da dirti, ma la cosa che mi dispiace di più è di non averti fatto sapere quanto bene ti ho voluto, però lo so, ne sono certa – anche perché me lo hai scritto, e tu non eri un bugiardo- che mi ricordavi con affetto e che nei momenti che ci eravamo persi ogni tanto ti chiedevi dove io fossi finita.

Adesso siete in due su tre ad esservene andati, e con voi dei pezzi di me.

Grazie per aver creduto in me, quando nessuno pensava io esistessi.

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