Tag

,


 

Da quel che leggo, questo film, (che mi sono precipitata ad andare a vedere il 16 gennaio a due giorni dall’uscita), prende lo spunto da una storia vera.
Una clinica dei suicidi, tanto che il titolo del film doveva essere il nome della clinica, ma per motivi – che forse avrebbero creato qualche problema di carattere legale – è diventato Kill me please.
Ci ho messo un po’ a  scriverne, perché finito il film mi sono detta  “e aloooooora???”, non volevo fare la solita scassacazzi, e ho dovuto digerirlo.
Devo raccontare un po’ il film per spiegarmi.
C’è questa clinica per aspiranti suicidi, per l’appunto, dove si fanno ricoverare persone stanche di vivere.
Il direttore ci prova a dissuaderli, poi quando non se ne fa più niente, somministra un potente veleno: nessun dolore, e l’aspirante cadavere si addormenta felice, in pochissimii minuti, vedendosi, in genere esaudito un ultimo desiderio e per restare in tema di attualità, magari scopandosi una giovinetta (ma si sa, che il pelo ieri, come u pilu oggi, tirava e tira, più che un paio di buoi).
Tornando al film e lasciando da parte le divagazioni, di aspiranti cadaveri ce ne sono per tutti i gusti: l’attore oramai non più in voga che fa finta di avere un cancro per sparire, la cantante per davvero ammalata di cancro ai polmoni, una ragazzetta costretta a farsi fare migliaia di iniezioni per poter continuare a respirare e come conseguenza ai fori di ago, un’allergia al metallo che le copre la pelle di migliaia di puntini rossi, e poi una serie di fuori di testa che nemmeno la cinematografia di Tarantino è mai riuscita a raggruppare in un unico film.
Chiaramente la clinica non è vista di buon occhio dai villeggiani ed i rapporti tra vicinato non sono idilliaci.
A complicare le cose,  c’è pure una signorina mandata dal ministero delle imposte per indagare .
Su cosa di preciso non è dato saperlo, perché sarà la prima a morire senza aver chiesto di volerlo fare.
Insomma per farla breve, un suicidio assistito, qualche quadretto divertente e sopra le righe (non per questo discutibile), di vita in clinica, e poi si scatena l’inferno su questa villa isolata, dove per drammatizzazione scenica, nevica continuamente.
Muoiono tutti come mosche, uccisi da uomini-tiratori-infallibili che sparano prima nei dintorni della villa e poi spingendosi sempre di più attorno alla villa, sparano ancora, tenendo in assedio pazienti e infermieri all’interno, e tirandoli giù  tutti come birilli al tiro a segno della fiera di paese.
I pazienti reagiscono in modi diversi: chi di fronte alla morte, decide di vivere, chi decide di dare una mano alla sorte uccidendo i propri compagni.
Il direttore terrà un discorso a uno degli sparatori (l'unico ancora in vita, perchè nel baillamme, un paziente leggermente disturbato, si è tramutato in Rambo e ha spazzato via anche gli assalitori),  spiegando lui perché la clinica prenda contibuti dallo stato, e poi si suiciderà anch’esso. Se perchè con sto casino, non prenderà più un cent, o per mancanza di materia prima, è da stabilirsi, con calma, a casa, davanti a punch al mandarino.
Davanti alla villa la cantante, che come ultimo desiderio aveva di cantare la marsigliese, la canterà.
Nero, titoli di coda muti.
In sala, il gelo.
Quelli che si solito si alzano di scatto, sono rimasti basiti sulle loro poltroncine a chiedersi: chissà che cazzo avrà voluto dire sto minchia di film, e perchè invece non sono andato a vedere La versione di Barney – che fa tanto sì, pubblico di massa, ma mi sa che almeno non mi alienavo.
La sala è una di quelle ultra piccole dove danno solo film “di niccccchia” (come dice Balasso), e gli spettatori in genere sanno cosa sono andati a vedere.
Ma questa volta è troppo.

Gli spettatori non sono schifati dallo splatter (che sono abituati ad altro), sono… sono… interdetti, ecco, la parola giusta.
 
Il film è girato in bianco e nero (che nella sala suddetta diventa un bianco e blu, non chiedetevi il perché: l’ho già fatto io ma non sono arrivata alla soluzione).
E’ girato in bianco e nero, probabilmente perché tutto quel sangue rosso sarebbe stato troppo e insopportabile, vedere inchiostro sgorgare da dei corpi, non fa sicuramente lo stesso effetto.
Non è girato in bianco e nero perché costa meno, come ho visto scritto da qualche scienziato del cinema. Se fosse girato in pellicola, il bianco e nero, usato pochissimo verrebbe a costare infinitamente di più, perché a  sviluppare il bianco e nero oramai sono pochissimi e farlo e per un solo film è comunque un bagno di sangue..
Se fosse girato in analogico o digitale, colore o bianco e nero sarebbe assolutamente ininfluente.
Dopo le prime inquadrature un po’ traballanti e modaiole, il seguito del film è girato in modo dignitoso, interpretato in modo magistrale, il grottesco conduce gli appassionati del genere a godere per mezzo film, poi la piega che viene a prendere è assolutamente inqualificabile.
L’angelo sterminatore che punisce chi osa aiutare a togliere quello che dio ha donato? E’ un film contro il suicidio? Il direttore con il suo pistolotto sul fatto che un suicida sia un peso sociale vuole farci pensare che il suicidio assistito sia una via da percorrere? Lo dice per farci sorridere? O per davvero?
E’ un vero peccato di presunzione questo film, un’occasione sprecata.
L’argomento trattato, il modo in cui è stato sviluppato potevano essere un motivo per ragionare su questo problema etico.
La piega che prende non si spiega, neppure mettendosi sottosopra e cercando di accondiscendere la critica “letterata”, che lo ha decretato un film assolutamente da non perdere. Film che al Festival del cinema di Roma ha vinto come miglior film.
Non riesco ad immaginarmi la platea a sperticarsi in lodi e scorticarsi le mani in applausi dopo la visione.
E’ una commedia nera, dove non si ride come si dice: si sorride amaro, amarissimo, e ci starebbe tutto, ma è purtroppo anche un film nel quale, il regista non è riuscito ad arrivare alla fine.

Annunci