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e’ quella che un giornalista dovrebbe essere in grado di interporre tra sé e gli avvenimenti di cui si trova a riferire: non tanto lontano da suggerire indifferenza, ma neppure così vicino da lasciarsi coinvolgere. 

Così spiega il caporedattore di un giornale della provincia del nordest ad un giovane che vuole scrivere, in un film di Mazzacurati (che non mi ha convinto più di tanto).
Però l’idea della “giusta distanza”, quella sì che mi è piaciuta.
Peccato che io non ne conosca la misura.
La giusta distanza che si dovrebbe tenere nel vivere, io non so cosa significhi.
E' l'assenza della conoscenza di quella misura che mi fa amare e soffrire come un cane; che mi fa apparire ai più, una folle; che non mi fa ragionare; che mi fa buttare a capofitto in situazioni dalle quali non riesco più ad uscire; che mi fa rispondere come un cane a chi credo mi stia offendendo anche se in realtà non lo sta facendo, o lo sta facendo solo involontariamente); che mi fa stare sulla difensiva quando invece mi dovrei fidare; che mi fa vedere lucciole per lanterne; che mi fa scrivere lettere piene di insulti che son contenta di aver scritto; che mi fa odiare chi mi racconta bugie e chi se le racconta; che mi fa incazzare al pensiero che quel che mi fa star male non è il fatto, ma il non saper tenere "la giusta distanza" dal fatto.
 
Non ha una chiusa questo pezzo (sto peggiorando: ho disimparato anche quel poco che avevo imparato…)

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