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<<Hanno buttato giù il vecchio “Capitol”. Doveva succedere, prima o poi. Voglio dire, guardate cos’è successo all'”Alba”. Guardate cos’è successo al “Diana”. E guardate che fine ha fatto il “Supercinema”. Il “Supercinema”. Non sembra poi così super ora che le insegne magnetiche rosso ruggine ripetono ogni giorno: V.M anni 18. SE SIETE CONTRO LE LUCI ROSSE NON ENTRATE.>>
Inciampo in queste parole, che sono le prime dell’ultimo racconto della raccolta “Gioventù cannibale” che ho acquistato l’altro ieri da Mondadori, dove ho accompagnato con F., Michele che cercava un manuale chissailcazzo. Mentre sono lì che aspetto il responso del commesso simpaticoecompetenteunacifra (che si era andato ad informare se avevano L’ottava vibrazione di Lucarelli in sconto), lo vedo sugli scaffali vuoti e tristi. Era dai tempi in cui incontrai A.G.Pinketts che sentivo parlare di questo libro, anzi di questi autori, definiti “cannibali”.
L’ho divorato (d’altronde visto l’argomento che  altro potevo fare?) : belli i racconti, tutti belli e cattivi, come piacciono a me (a parte uno che mi ha annoiato).
Insomma tornando a quelle parole lì sopra, sì che il Capitol, l’Alba, il Diana e il Supercinema ci sono in tutte le città, ma il caso vuole che le sale si trovassero tutte tra Marassi e San Fruttuoso: casa!
E il racconto si svolge proprio a Genova, e si parla di San Fruttuoso (che non è quello di Camogli, mooolto più famoso e rinomata meta turistica).
San Fruttuoso è un quartiere sfigato, –  mai come quello di Marassi (che è il quartiere della mia gioventù), ma insomma, un tempo se la  battevano.
Quando dovevo dare l’indirizzo di casa  al tassista, o a chi mi chiedeva dove abitavo, era abituata a dire “Via Masina…” aggiungendo subito dopo allo sguardo interrogativo dell’interlocutore di turno “…da Via Biga…” e aggiungendo ancora  – dopo aver scorto quel sorrisetto appena accennato che significa “mi spiace… forse dovrei saperlo, ma… non mi dice niente…” – ed io – “… da Via Fereggiano, presente? In fondo a Corso Sardegna” A quel punto qualcuno diceva “Ah… dal Capitol!!!!” Qualcuno diceva “Ah, io ho una zia che abita in Via Amarena”, o via Bellotti, o via Carmelo Onorato, o degli amici in via Pietro Fessia, o salita dell’Orso, ma mai un cazzo di nessuno che conoscesse Via Masina.
Ecco perché, quando ho cominciato a leggere di Via Ferretto, credo mi si sia disegnato un sorriso ebete sulla faccia.
Via Ferretto è una di quelle strade sconosciute ai più, forse adesso assurta alla gloria tra i lettori di Paolo Caredda, ma io la conoscevo bene perché (quando ancora negli anni subito dopo la comunione andavo a messa in Via Amarena e la chiesa era in un garage, in seguito diventato un Genoa  Club), dopo la messa (durante la quale continuavo a distrarmi) con le amiche prendevamo l’ascensore che all’altezza del capolinea dell’84 ci portava con 10 lire (sì! si dovevano mettere 10 lire per salire) al condominio del sole. Così lo chiamavano, secondo me era intorno agli anni 70, anno più anno meno, e per noi che venivamo dall’altra
parte del versante della Madonna del Monte era un posto fichissimo. Tanto ci batteva davvero sempre il sole e poi credo che si vedesse il mare. Ecco la grande differenza tra via Biga e via Amarena: da Via Amarena si vedeva il mare. Lontano, ma era il mare.
Ce ne sono voluti di anni per capire che nonostante il mare anche San Fruttuoso era un posto da sfigati, esattamente come Via Biga.
Perché il vero gioiello che divideva i due quartieri era appunto il Monte, con il suo Santuario e il parco dei frati.
Torno dal mio viaggio nel tempo al bel racconto di Caredda.
Il racconto e cattivo come  appunto piace a me, e si, c’è pure questa sorta di malinconia per il quartiere, ma è pulita, non è come la Genova raccontata da Morchio, che secondo me  strumentalizza le vie della città per far dire ai suoi lettori, ci sono stato, lo conosco.
La descrizione che fa Caredda di questi luoghi è un’analisi, quasi da studioso, quasi da urbanista: non cade mai nello stucchevole, si capisce che sta raccontando un luogo sconosciuto ai più, non parla dei vicoli, di Carignano, di Boccadasse, parla di una zona probabilmente a lui familiare (cercando un po’ con gugol, ho trovato tracce di Caredda come regista del video di Elisa, girato proprio a San Fruttuoso, e altre robe interessanti).
Adesso per non fare la campanilista, ribadisco che Gioventù Cannibale è da leggere t-u-t-t-o. Se invece siete di stomaco debole o non sopportate lo splatter, lasciate perdere e leggetevi Don Camillo e Peppone.
 
N.B.: in questo post l’italiano è stato molto maltrattato, ma volevo scrivere tante cose e ho perso l’uso della scrittura (e forse anche un po' del cervello).


Gioventù Cannibale

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