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Uscire dalla visione di questo film e pensare di tornare alla vita frenetica, rimontare in auto e metterla in moto, sentire litigare sul bus, o solo fare la coda alla cassa del supermercato, è un pugno alla bocca dello stomaco.
Quando questo film finisce si avrebbe bisogno di un quarto d’ora di silenzio per pensare, e non di vedere tutti scattare verso l’uscita.
E’ un film capace di dare pace, non eterna: una pace interiore.
Ho letto da qualche parte che è un film che non da risposte, ma crea domande, e penso che per ognuno siano domande diverse.
Il ragazzo che si avvicina a questo lavoro con riluttanza e anche un po’ di  fastidio – dichiara di non aver mai visto prima di quel momento una cassa – finirà, attraverso l’insegnamento del suo capo, con l’amarlo per le sensazioni che il risultato dello stesso lavoro suscita negli altri, ma anche in se stesso.
Occuparsi degli altri per renderli belli e quasi vivi nel momento in cui stanno per partire per il loro ultimo viaggio, nel momento del commiato dai propri cari, è un arricchimento che il protagonista non ha messo in conto: sarà quello il modo in cui, quelli che restano, ricorderanno il loro caro che parte e saranno riconoscenti di poterlo ricordare così.
Forse sì, c’è qualche momento, per noi occidentali, troppo lento, ma persi in questa atmosfera di calma, se ne gode.
Scatta la lacrima sull’ultima scena e non c’è da sentirsi retorici ne melò: ritrovare un padre dopo trent'anni, e poterlo vedere solo morto, e sapere che anche se non era presente ti ha sempre pensato fa scattare, secondo me, più di una lacrima anche al più spietato dei serial killer.

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