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Come ho già scritto varie volte da una trentina di anni circa, da quando cioè ho letto i romanzi di Chandler, ho cominciato a pensare che se lo scrittore riesce a catturare la mia attenzione per tutto il libro, di capire poi tutto sino in fondo, per me non è poi così importante.
Chandler è così bravo a raccontare storie che alla fine poi sapere come è andata passo per passo è l’ultima cosa che mi interessa.
Seguirlo in quella confusione di nomi che si sommano, appaiono, muoiono, tornano, è quasi impossibile, mi lascio andare all’ambiente, alle atmosfere, alle apparizioni di donne bellissime e quasi sempre pericolosissime, e poi mi lascio portare dalla corrente.
La stessa cosa vale per i film.
 
(altra cosa, è per esempio il caso de Il nastro bianco, ne avevo già scritto, dove si mette in piedi una storia, basandosi solo su una serie di avvenimenti e solo su quelli, e poi non si arriva al dunque, lasciando presagire che potrebbe essere tutto e il contrario. Alla fine della proiezione ho sentito dire a molti: e allora?)
 
Gli avvenimenti che non hanno spiegazioni, secondo me, vanno bene solo per le storie di fantasmi, case maledette, vampiri ed altri eventi sovrannaturali.
 
Tornando al film.
Io non sono riuscita a farmi interessare la storia della Cia e del primo ministro, perché ho seguito da subito una meravigliosa storia all’interno della prima: il rifacimento de L’inquilino del terzo piano da parte del regista.
Ho giocato tutte le due ore e dieci con le analogie, pensando a un Polanski maturo che si divertiva a far rivivere al suo ghost writer la stessa esperienza di Trelkovsky, all’interno di una storia odierna, al posto che una storia grottesca:  vivere in una stanza dove ha già vissuto un’altra persona che è morta, cercare di uscire da quel luogo ma vedersi riportare nella stessa stanza, trovare le foto così come Trelkovsky trova nel muro un dente, o toccare i vestiti dentro gli armadi, restare da fantasma a sua volta stregato.
A quel punto del giallo, della cia, della moglie, del primo ministro non me ne è importato quasi più nulla: mi sono lasciata portare: da  quel luogo bellissimo e angosciante al tempo stesso, una prigione su un’isola, da quell’omino che continua a spazzare inutilmente foglie che si accumulano senza tregua, al viso del vecchio incontrato per caso, alla vetrata sul nulla.
La prima inquadratura, l’auto col nulla dentro, ed ecco si è già dentro al film.
The ghost che seguirà l’auto, la stessa che lo porterà dove vuole, così come Trelkovsky ordinerà delle sigarette e gliene porteranno delle altre.
Ho letto molte recensioni perché mi pareva impossibile che descrivessero questo film hitchockiano, e nessuno vedesse l’analogia con il grandissimo se stesso dei tempi andati (ne ho trovato solo una).
Nei film di Hitchcock c’è sempre un lieto fine, il cattivo paga e il bene arriva: niente delitti perfetti, niente ladre che la scampano, niente figlie che non guariscono. Polanski non ha nulla di Hitchcock, non ha mai avuto nulla ne è mai stato un regista di trhiller, di film grotteschi se mai, di storie piene di cattiverie gratutite (e bellissime). Dal finale del paradossale di Per favore non mordermi sul collo a quello di Chinatown e di Frantic.
Polanski non risparmia il dolore.
Nessun finale consolatorio nei sui film, così come non sono consolatorie le storie che ha scelto per tramutare in film.
Morirà il fantasma, così come Trelkovsky: era già scritto.
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