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Qui non è che ci passi più molta gente, ma quei quattro lettori affezionati sono quasi certa si ricorderanno del mio amico dei bigliettini.
Beh, proprio lui (che non ve lo avevo detto ma ha una libreria antiquaria, scrive e viaggia).
Sì, viaggia, e il giorno 20 febbraio è partito indovinate un po’ per dove?
Esatto: Cile e Argentina.
Infatti avrei dovuto tenere un diario del suo viaggio e aspettavo le prime foto e il suo rendiconto.
Sabato f. mi chiede se so dove sta il mio amico. Io che sono molto fatalista, dico tranquillo, sarà già più a sud. Domenica mattina sempre f. comincia ad agitarsi sulla sedia sino a che mi fa venire il dubbio: cominciamo a girare in internet e quando mi trovo davanti le immagini di una strada che non c’è più, comincio ad agitarmi pure io. Guardo in facebook, in twitter (che non conosco) per cercare qualcosa che mi dica che sta bene.
E’ strana la concezione che si ha delle catastrofi: ero certa che fosse stato lontano chilometri dall’epicentro.
Mando tre sms tutti uguali nel cercare di inserire la ricevuta di consegna, e poi mi viene in mente che abbiamo una conoscenza in comune della quale possiedo il numero di telefono. La chiamo e mi dice che sono scampati al terremoto (i viaggiatori sono due) ma niente altro, che le comunicazioni sono difficoltose.
Ieri mattina trovo una mail di poche righe:
 
Sono finito nell’epicentro del terremoto e solo ora riesco ad avere un pc per comunicare e’ stata un’avventura allucinate e mi sono calato un jolly perchè pensavo davvero di morire questa volta, le prossime puntate spero di poterle raccontare piu’ serenamente ho lasciato il Cile e ora sono In Argentina, il viaggio continua.
 
Ieri pomeriggio alle 18, 10 ore italiane mi ha chiamato. Una telefonata anche tranquilla, nonostante tutto. Solo in quel momento mi sono resa conto del pericolo che aveva corso.
“Ero a Concepcion. Sveglio e ho cominciato a sentire muovere tutto. So di aver cacciato un urlo. Me lo risento nelle orecchie e ancora mi chiedo come mi sia uscito. Mi sono alzato e ho svegliato il mio compagno di viaggio che dormiva. Il pavimento sotto i piedi si muoveva di decine di centimetri. Cercavo di tenermi alle pareti, mentre prendevo colpi nel letto che si muoveva nella stanza. Ho i lividi in parecchie parti del corpo. Ho pensato: è finita. Poi siamo riusciti ad uscire. Il palazzo a fianco era caduto su una macchina. In giro urla, pianti, sirene, vetri infranti, scoppi e fiamme. E polvere, tanta polvere. La fortuna è stata di aver alloggiato in un albergo che diversamente da quello che facciamo di solito, non era il solito da poche lire. Essere arrivati lì stanchi ed aver scelto un buon albergo ha fatto sì che ne scegliessimo uno che casualmente fosse stato costruito con norme antisismiche. 3 piani e noi alloggiavamo al secondo”.
Quando gli ho chiesto se avesse avuto paura, mi ha detto “mi sono giocato un jolly, non so dirti se ho avuto paura, nella stanza pensavo che non ce l’avrei fatta, poi la sera dopo ho dormito vestito, l’unica cosa che ho fatto per esser pronto.”
Poi riprendono il viaggio e trovano solo strade interrotte. Chilometri di strade che si fermano. Mi racconta di strade alzate, in piedi.
Queste non sono le sue parole precise, ma quello che ricordo io. Lui è un buon raccontatore, e sono molto contenta di averlo sentito.
Ieri era a Zapala e come dice lui, il suo viaggio continua, con qualcosa in più da raccontare, dico io.
 
ALLA RICERCA DEL POPOLO INVISIBILE
(passando indenni attraverso un terremoto 8.8 Richter)
 
20 febbraio 2010 – 12 marzo 2010
 
Claudio Ceotto e Gianni Tolozzi, da Genova a Santiago del Cile, e poi lungo la panamericana fino a Temuco Valdivia e poi in Argentina da Epuyen a Leleque dove Benetton ha allargato il proprio impero industriale, dal lago Rosario a Neuquen.
Un viaggio per ritrovare un popolo che cerca e vuole riconosciuta la propria identità: i Mapuche. La loro terra è la Patagonia cilena e argentina, dove i grandi spazi deserti hanno impedito una colonizzazione controllata e duratura. I Mapuche, gli antichi Araucani, a differenza di molti altri popoli nativi del Nord e del Sud dell’America, si sono salvati dall’estinzione e dallo sterminio proprio grazie alla loro capacità di resistenza nelle condizioni più estreme.
Hanno tentato di sterminarli, poi di segregarli ma alla fine i governi delle due nazioni che si dividono l’Araucania hanno dovuto riconoscere l’esistenza di questa etnia ancestrale, di questo popolo disperso e diviso da deserti e montagne. Dopo secoli di persecuzioni, l’affermazione della loro identità è stata ratificata da trattati ufficiali negli anni Novanta.
Ancora oggi, però, la loro condizione sociale è quella di una silenziosa emarginazione. I due governi centrali di Santiago e di Buenos Aires affrontano il problema in maniera diversa e complessa.
Questo viaggio, il secondo a distanza di qualche anno, si propone di portare una testimonianza, di dar voce e dare la mano a un popolo invisibile. I Mapuche esistono, non sono estinti, questo dicono a chi li chiude nelle bacheche dei musei; i Mapuche portano sulle loro spalle la storia di un continente riaffermando la loro tradizione di attaccamento alla terra e ai cicli della natura, conservando una loro identità politica e religiosa.
Claudio Ceotto e Gianni Tolozzi affrontano questa esperienza con uno spirito di umiltà, alla ricerca di una comunicazione con coloro che vorranno parlare di sé e del proprio popolo. Incontreranno rappresentanti di associazioni non governative che si occupano di commercio e turismo equo solidale, eco agricoltura; parleranno con le “Machi”, rappresentanti religiose, disponibili; si spingeranno fino alle riserve turistiche di Villa Pehuenia, dove il cacique responsabile gira con telefonino e una quattro per quattro. Cercheranno di essere parte, anche se per un breve periodo, di una realtà così diversa anche se così simile ad altre.
 
Sul Secolo XIX di oggi in edicola, il resoconto con le sue parole.
 
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