Tag

, ,

Jim è morto da otto mesi e George sta sognando: Jim è lì morto, nella neve, accanto alla sua auto e a uno dei loro cani. George si avvicina in abito nero, da cerimonia funebre, quella cerimonia alla quale non ha potuto partecipare – riservata alla famiglia – gli ha spiegato il cugino di Jim quando gli ha telefonato per avvisarlo della disgrazia.
Si sa i sogni son sogni, e gli incubi son sogni cattivi.
Si avvicina al cadavere, si inginocchia e lo bacia. Gli occhi di Jim sono velati dalle ore passate sulla neve, o dal freddo della morte, o forse solo da una trovata cinematografica. Non lo so.
George si sveglia dal suo incubo e comincia la sua giornata, che deve essere come tutte le altre, negli ultimi 8 mesi.
Non gli piace iniziare la giornata, ce lo dice, ma poi compie tutti i suoi gesti per affrontare la vita fuori, quella di tutti i giorni.
Come un attore che si presti a un ruolo, svolge tutte le sue attività mattutine, dalla doccia alla cacca, e adesso è pronto a buttarsi in pasto al mondo.
Ho letto le peggior stronzate su questo film: patinato, leccato, solo glamour, spot alla Lynch, senza calore, una vetrina senza anima, senza emozioni e, per finire, che ai gay sarebbe piaciuto perché tengono molto all’estetica.
A single man è un film potente e il trailer è una merda che lo massacra (e io ho come l’impressione che certi critici guardino solo i trailers, e poi sputino le loro sentenze, dure come macigni).
Direi, abbastanza diverso dal libro di Christopher Isherwood,che sto quasi finendo, ma non nella sostanza.
Tom Ford ci ha messo del suo.
E ben ha fatto.
Ha voluto tutti ricchi e con case bellissime nell’america degli anni 60, con la paura della guerra nucleare, e l’idea del rifugio atomico in cantina.
Ha voluto Charley ancora bella e con vestiti optical, ma non per questo meno patetica, nella sua paura degli anni che passano, con le sue ore dedicate al trucco e al parrucco, con la bottiglia di gin a farle compagnia nella sua casa lasciata vuota da un marito che se ne è andato e da un figlio che ha preso la sua strada.
Ha voluto Jim omosessuale da sempre, senza esperienze etero, e
sicuro, come lo definisce George.
E adesso George è solo senza Jim.
George è solo, come soli siamo tutti.
Ma George si sente più solo, perché per sedici lunghi anni vicini a lui c’è stato Jim, e non riesce a vivere un momento della propria vita, senza sovrapporlo ad un altro vissuto con Jim.
Non è un film sull’omosessualità, (che si affaccia in qualche momento, come i diritti negati, l’invisibilità, e in modo nascosto, in una lezione sulle minoranze) è un film sull’amore, sul vuoto, sulla solitudine, sui 50 anni, sull’esistenza, sull’amicizia, sulle occasioni che si possono anche lasciar perdere e sulle opportunità che invece vanno colte.
Sui piccoli momenti vissuti, che quando si vivono, sembrano insignificanti, ma solo a ripensarli accendono la vita.
E’ vero è tutto molto elegante, di buon gusto, ricercato, ma non per questo manca di emozione: George che affonda le labbra nella testa di una cagnolina che gli ricorda la loro (della quale non se ne sa più niente) e dice sanno di toast imburrato, sotto gli occhi imbarazzati e incuriositi della padrona, è un pugno nello stomaco, è tenerezza e disperazione.
George ha la consapevolezza dell’essere oltre il giro di boa, e che oltre a quella maschera che gli serve a tener duro ed affrontare un altro giorno, non serve giocare altri ruoli.
Contro corrente il film, – soprattutto se girato e sceneggiato da un regista, conosciuto come stilista e che per il quale l’apparire dovrebbe essere parola d’ordine – che ci fa vedere un George, bolso, stanco, ma in grado di godere, alla fine, di quel che la vita può offrire, senza fingere di essere altro, o senza pensare che debba durare in eterno.
Trascinante la colonna sonora.
Annunci