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Soul kitchen mi ha divertita, ma non convinta sino in fondo.

E’ una commedia piena di musica, luci, colori, buoni sentimenti, cibo, condita con un pizzico di sesso e una spolverata di droga.
E’ da quando sono uscita dal cinema, che cerco di capire cosa non mi abbia fatto dire “che bel film”, ma “film carino, con qualcosa che stride”
Gli elementi della commedia ci sono tutti: il protagonista bravo ragazzo goffo e sovrappeso, che con il mal di schiena strappa sorrisi; la fidanzata bella, ricca, algida e un filino mignotta; il fratello ladro, galeotto, buono e coglione; gli amici del fratello, una sorta di gatto e volpe; il capitano con la faccia da russo e dal vaffanculo facile;  il vecchio amico con la faccia da bastardo, che ritorna dal passato – e torna immobiliarista, arrivista e infido -, la cameriera dallo sguardo duro e dal cuore puro; il cuoco pazzo, tutto d’un pezzo e lanciatore di coltelli; la donna del fisco, repressa e vendicativa.
Non mancano le situazioni comiche, un buon ritmo, la musica prende per mano e accompagna, ma certe trovate sono al limite del buon gusto.
Per giocare col grottesco forse si sarebbe dovuto osare un po’ di più, fare il salto di qualità, da Fantozzi a Una poltrona per due (e sia chiaro io amo Fantozzi).
La commedia degli equivoci è un po’ moscia, non succede mai nulla che faccia presagire a una catastrofe (che è alla base della commedia): tutto fila via e anche quando si mette malissimo, torna il sereno.
Forse il film è una strizzata d’occhi al grande pubblico.
Peccato, un pizzico di cattiveria e cinismo in più non ci avrebbero sfigurato.

Un po’ di pepe insomma (per tornare in cucina a ritmo di soul).

 
 
* D’accordo che le sale sono piccole, ma non ricordavo – al primo spettacolo – di aver fatto  lunghe file, come in questi giorni.
 
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