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1971.
Estate.
Che non c’era proprio verso.
A me le tette non crescevano.
C’erano ste due noccioline, e un giorno mia mamma dice: “compriamo un reggiseno.
magari un po’ imbottito che così sotto i vestiti fa la sua porca figura, e non sembri più un bacco, magra come sei, e i bidelli la smettono di dirti dove credi di andare che da quella parte c’è solo una classe femminile"
(mia madre ha sempre lavorato molto alla mia autostima…)
Ed eccolo lì. Un arnese infernale. Io me lo ricordo come se lo vedessi.
Ma uno oggi non se lo può neppure immaginare cosa era un reggiseno imbottito ieri, che ha davanti agli occhi quei reggiseni tutti pizzi, lunette con l’olio, rigidi e strizzati, che anche se le tette non ce le hai te le fanno venire.
Come se lo vedessi: rosa carne, con la coppa di gommapiuma, con le spalline larghe un dito.
Un vomito.
Però, con un poco di cotone sotto la tetta, lo riempivo tutto.
E sotto la mia maglietta a righe rosa antico, rosa tea e viola, con la scollatura a madonna, ci stava dadio.
E c’era anche il panettiere nuovo della via sotto casa, che era bello come il sole, sembrava Tony Cicco della Formula Tre, e io una sera sotto casa lo guardavo e dicevo tra me “ma questo è bello come il sole” e poi mi vergognavo come una merda del mio cotone sotto la tetta.
Che metti il caso, lontanissimo e futurista, che il panettiere ed io ci fossimo appartati e avesse scoperto il cotone, sai che razza di figura di merda ci facevo?
Il dilemma si risolse da solo, perche partii per le vacanze, ma finì per diventare durante le stesse vacanze un vero e proprio problema: un articolo su un giornale femminile raccontava che quelle puttane delle femministe avevano deciso di bruciare i loro reggiseni in piazza proprio in quel momento.
Mi colse un momento di panico: mi unisco alle femministe, o aspetto – che mi crescano le tette  tanto da riempirlo tutto sto merda di reggiseno – prima di bruciarlo?

 
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