Tag

,

Ho guardato velocemente che film c’erano nelle sale che di solito frequento e a che ora iniziavano i film e… è morto il mouse. Erano le 15.00 e i due che mi ispiravano iniziavano alle 15,30.
Nessun margine di tempo per pensare. Vado al Sivori a vedere Il nastro bianco. Non ne so praticamente nulla. Arrivo in sala di corsa prima che si spengano le luci, mentre due rompicoglioni arrivano a titoli iniziati. La sala è piccola, piccolissima. Lo schermo arriva per terra. In seconda fila vedo bene. Piego il piumino e me lo metto dietro la schiena come un cuscino. Cerco di accoccolarmi sulla sedia, e scivolare verso la sedia davanti, ma quella è troppo lontana per le mie gambe corte. Son scomoda che levati ma va beh. Di questo film mi ha detto P. sabato che gli è piaciuto molto, forse mi ha anche detto, crudo o qualcosa del genere.
Io me lo guardo tutto, e mi piace. Due ore e mezza vanno via in un attimo, a parte un paio di sequenze lente da morirne.
Succedono strane cose in questo villaggio della Germania attorno al 1910, e non  è sicuramente perché sono una patita di gialli che vorrei sapere come finiscono, per esempio almeno 5 persone che spariscono, o perché un padre che lega le mani al figlio per non farlo masturbare, non muova ciglio, anzi lo muova un secondo appena, quando scopre che la figlia gli ha sventrato l’uccellino e glielo ha lasciato sulla scrivania con le forbici infilate nel corpicino.
Voglio dire, che non vorrei essere tacciata di faciloneria, che mi tocca di mandarvi a fare in culo, ma se una storia parte in un certo modo deve arrivare alla fine.
Non per giustificarmi ulteriormente ma per far capire ai miei lettori, tanto per dire, ho ingurgitato tanta letteratura gotica ed esoterica, e non cerco la spiegazione a tutti i costi, che se così non fosse non sarebbe il genere che fa per me, ma a maggior ragione se una serie di atteggiamenti delittuosi sono perpetrati da ragazzini che mi ricordano nei movimenti e nella fissità di certi sguardi Il villaggio dei dannati, e no, mio caro regista, ti spingi sino in fondo e non fai melina ad un passo dalla fine.
Non solo, me lo spieghi.
Che è troppo comodo, girare un film in bianco e nero (o chissà, forse a colori e virarlo… non mi sono ancora documentata su questo), imitare i grandi registi del passato (Bergman) e  suggerire con una voce fuori campo la soluzione della storia.
Non voglio togliere nulla al bel film, perché è un bel film (belle le inquadrature che si affacciano nelle stanze, dandoci la visuale che avremmo veramente restando sulla soglia senza entrare), ma non è un capolavoro come ho visto scritto dovunque, perché un film, che narra una storia che non finisce – non che lascia aperte soluzioni – ma che proprio non viene risolta, non può essere definito un capolavoro. Il messaggio, che viene dalle letture della critica è che questi saranno i ragazzi che esporteranno la loro violenza sino a sfociare nel nazismo. Non so se lo abbia raccontato il regista  durante la proiezione al festival di Cannes, non so se lo abbia raccontato tanto da farlo diventare la chiave di lettura del film. E’ tirato per i capelli. E’ la violenza che può sfociare in qualsiasi momento in un mondo che deve sottostare ai padroni, dove per padrone si intende il barone – padrone di tutto quel che intorno da lavoro, ma anche padre-padrone che arriva  all’abuso, sia psicologico, che fisico, dei propri figli. La contrapposizione tra i ricchi, il ceto medio e i contadini è molto forte e viene raccontata molto bene anche solo nelle poche immagini dei tre luoghi dove cenano i personaggi. Il nastro bianco a guardia della purezza messo a confronto con la stella gialla cucita sui vestiti degli ebrei mi pare forzata come lettura.
Direi guardate questo film che merita di essere visto per quello che è e sputate tutti assieme sui critici che come sempre ci vogliono insegnare a guardare, chiudendo gli occhi, e non ragionando con le nostre teste.
Annunci