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Basta che funzioni è un film paraculo: ma in un mondo che del paraculismo ne abbiamo fatto un dogma, chi se lo domanda?
Basta che funzioni è una grande verità: ci fa comodo.
Basta che funzioni finisce così come ci  avevano promesso e spiegato all’inizio: con la messa in pratica del titolo.
Basta che funzioni parte bene e va filato, dritto come un treno sino ad un certo punto.
Poi il macchinista tira una brutta frenata, si rompono i freni e il treno corre a rotta di colle verso il baratro, con cadute di stile e verso il finale amarognolo-buonista che mette tutti d’accordo.
Nella prima parte ricorda l’Allen cinico e sarcastico, intelligente e innovativo degli anni 70, per i dialoghi, le situazioni, le inquadrature, e persino per la colorimetria della pellicola.
Poi, all’inizio di quella corsa verso il basso, è come se Allen cercasse di mischiare l’ieri e l’oggi, mascherare il surreale (vero) col paradosso (finto) , truccare l’invenzione con la banalità .

Trama.

Un matematico quantistico divorziato, zoppo a causa di un suo fallito suicidio – messo in atto per emulare il padre il quale invece era riuscito nell’intento -,  spiega ai suoi amici il concetto di basta che funzioni, poi dimentica gli amici e si mette a spiegarlo a noi spettatori (e qui vai con la trovata geniale che non l’ha mai fatto nessuno).

 
Spettatori felici, che  gratificati dallo sguardo dell’attore, dopo aver lanciato risolini estatici,  – dimenticheranno il torcicollo provocato dallo schermo posto troppo in alto, in una sala di merda, ricavata da una enorme e confortevole  – che ha lasciato spazio ad un supermercato o a una banca – nella quale Allen ci faceva davvero ridere e pensare, eccolì lì, dicevo, stesi dall’ammiccamento,  pronti ad accogliere con benevolenza la prossima alzata di genio del maestro.

Il matematico raccatta una 21enne tanto bella quanto cerebrolesa, che gli racconta che ha partecipato a tutti i concorsi di miss qualche cosa del suo paese.
Se la sposa.
E sino a qui , anche se potrebbe sembrare banale è strepitoso (i dialoghi sono talmente divertenti che a volte si perde la battuta seguente per lo strascico di risata in sala alla battuta precedente).
Arriva la madre cattolica (e qui comincia lo scivolamento verso il baratro) e dice che il marito l’ha lasciata per l’amica del cuore.
Vuole indietro la sua bambina.
Poi si accorge che la grande mela non è niente male.
Si tromba un paio di amici del matematico e va a vivere con questi due.
Si trasforma in una 50 enne figlia dei fiori e professa l’amore libero.
Diventa una grande fotografa e sforna mises improbabili ai suoi – di se stessa – vernissages.
Incontra un attore cerebroleso e bello come la figlia e decide che è l’uomo per la sua bambina.
I due si incontrano e si innamorano.
La bambina lo confessa all’anziano marito.
Nel frattempo arriva il padre cattolico della ragazza, per riprendersi la madre, la incontra , e trovandola leggermente cambiata,  va in un bar ad ubriacarsi.
Incontra un gay che è appena stato lasciato dal fidanzato e scocca l’amore.
Non ricordo a che punto il matematico ritenti il suicidio e atterri su una medium che sta passando di lì, lui naturalmente ne esce illeso e lei finisce all’ospedale: scoppia l’amore.
Ed eccoci al capodanno: il matematico con la medium, la mamma della ragazza coi suoi due boys, il padre con il nuovo fidanzato, i due ragazzi felici e forse già in attesa.
 
A me sta bene tutto, e se mi si vuole far vedere che basta che funzioni è la regola generale per far girare il mondo, mi può anche star bene, (come a dire accontentiamoci che tanto di più non si può fare), però per cortesia con un pizzico di eleganza e intelligenza in più, e se surrealismo deve essere che lo sia per davvero.
 
Ma in fondo ha ragione Allen alla fine, “basta che funzioni” e sicuramente al botteghino, ha funzionato.
 
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