Tag

, , , , ,

 
Ieri un’amica mi ha detto “Adesso capisco la tua frustrazione, quando io sono tornata a commettere errori”.
Mi ha colpito quella parola: “frustrazione”, ma era la parola giusta per descrivere quel che ho provato io l’altro ieri quando qualcuno mi ha raccontato un qualcosa di se.
Ho sempre cercato di spiegare come mi sentivo quando vedevo cadere e ricadere le persone negli stessi errori, facendosi male volontariamente, sapendo esattamente quel che stavano facendo, verso che baratro si stessero buttando.
Ieri qualcuno mi ha anche detto “E’ come cadere dalla moto due volte. Ci sali una terza ma lo sai che ti potrebbe accadere di nuovo”, forse mi voleva solo dire, impari a guidare in modo diverso. Io non ci credo, ma è solo un problema mio. Vorrei proteggere gli altri da loro stessi, non tanto da terzi, proprio da se stessi: è un problema mio.
Frustrazione, non ci avevo mai pensato, come fosse un fallimento mio, il non essere riuscita ad indicare l’uscita del tunnel, ma anzi vedere che qualcuno tornava ad arredarselo.
La mia esperienza al posto di quella degli altri non serve a nulla, lo so. Non serve vedere da fuori lucidamente, perché quando sei tu ad essere dentro non vedi nulla. Ieri ho anche detto all’amica che quando è accaduto a me di aver gli occhi offuscati, solo una persona ha detto “forse è un abbaglio”, ma anche io in questo caso ho trovato una giustificazione. Mi resta il dubbio di come avrei reagito se più di una persona mi avesse urlato è un abbaglio, e se mi fossi fatta convincere dal coro a strofinarmi gli occhi.
Ieri tornando a casa ho incontrato una persona che mi ha chiesto se io avevo poi fatto una certa cosa, ed io l’ho guardata incredula, perché non ricordavo di averle detto di volerla fare, e neppure di volerla fare realmente, e sono andata in confusione perché mi sono resa conto di aver rimosso un sacco di scorie radioattive cerebrali e questo mi fa capire quanto fossi fuori strada.
Stanotte ho fatto un sogno, è stata anzi, quasi un’apparizione. L’ultimo sogno della notte, quello del mattino appena prima di svegliarmi. Ero seduta, non so dove, nel corridoio di una casa forse. Ho avvertito un rumore e alzandola testa in quella direzione, ho visto arrivare dal fondo del corridoio, come se uscisse da una stanza, una fanciulla, poco più di un’adolescente, in camicia da notte. I capelli lunghi scuri appiccicati al viso grondavano sudore e con la mano destra si cingeva la vita. Nei i suoi occhi lucidi una supplica, non ci posso fare niente, ti prego, non mi sgridare, ci sono ricaduta.
Non so quale sostanza avesse assunto, ma era chiaramente sotto l’effetto di droga.
Mi sono svegliata e mi sono resa conto che la parola frustrazione ha risvegliato qualche cosa di sopito dentro me.
Nel sogno ho mischiato situazioni mie, immagini, storie raccontate e devo averle sintetizzate in un’unica immagine, quella che mi fa più tenerezza e che ritengo più vulnerabile in assoluto: l’adolescente.
 
Ieri al mare, abbiamo parlato di un’altra adolescente, magari abbiamo sbagliato tutto ma l’impressione era che fosse stata ferita, considerata come un’adulta sabato, neppure salutata ieri. La sua voce squillante, che sabato si raccontava, non smettendo un attimo, ieri non ci è arrivata. Aveva il broncio.
Ed io ho volato con la mia immaginazione infilando tutto nel mixer, stanotte poi ho bevuto il risultato.
 
Sabato notte si è parlato d’amore sino al mattino: si cercano ricette, ma come si sa non ce ne sono.

Sabato pomeriggio ho detto avrei un po’ fame: salirò a prendermi un pezzo di pizza al bar. E la mia piccola amica bionda, ha detto ci penso io: devo fare un salto a casa, ti porto un pezzo di focaccia al formaggio, ti va anche se è fredda? Certo, ho risposto sei molto gentile. E da bere? Cosa ti porto? Acqua grazie.
La piccola amica bionda è arrivata col cestino della merenda che stava tra quello di Yoghi e Bubu e quello che ti confeziona l’albergo quando stai fuori a pranzo.
Ti ho portato quello che avevo, e acqua proprio non ne avevo.

La focaccia in un vassoio rigido con sotto un tovagliolo grande di carta , una monodose di formaggio, creakers, succo di frutta e biscotto al cioccolato. Quel cestino era un atto d’amore: perché io so quanto poco a lei interessi il cibo e invece preparandolo per me abbia pensato a non farmi mancare neppure il dolcino.
Una merenda come atto d’amore, dove dentro c’erano tutte le parole che non dice.
Non ha colpito solo me, questa merenda perché ieri qualcuno mi ha chiesto: com’è la tua amica bionda veramente, perché ho l’impressione che faccia vedere di se nulla in confronto a quello che ha dentro.
Un angelo, ho risposto.
Annunci