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Mi si dice che dovrei scrivere un po’.
Avendo qualche idea lo si potrebbe pur fare, ma come spiegano i grandi scrittori ai giovani scrittori, – cioè no, quelli che scrittori lo vorrebbero diventare, ma ancora sono in erba – non basta un’idea, ce ne vogliono tante.
A parte che sono impegnata nella stesura delle prime righe del più grande capolavoro di tutti i tempi, ho un sacco da fare, che vuol dire cercare di sopravvivere al quotidiano, trovare un paio di scarpe che mi mettano in grado di camminare senza bestemmiare, e far si che quando mi chiedano come va, io la smetta di cominciare con la solfa del piede che fa male, un po’ di qua, un po’ di là, che racconti tutta la storia delle nike con mezzo numero in meno, dei birkenstock che han fatto il loro tempo e soprattutto che la faccia breve che quando ho finito il racconto, il dolore è uscito da qualche altra parte.
Un paio di Salomon super mega iper tecnologiche potrebbero funzionare e così sino alle prime piogge si sorvolerà – forse- sull’argomento gambe (e questo sarebbe già un gran risultato).
Le cinque settimane di luglio sono volate via tra scogli, mare, sole, amici, libri: tutto come sempre che non cambia mai un cazzo.
Così, esattamente come ieri sera che abbiamo ripetuto la sagra dell’anno passato.
Che ci sono punti fermi nella vita e cose che se non le fai, pare ti manchi un braccio.
E allora, eccoci nuovamente a percorrere, poco prima del tramonto, la riviera ligure di levante (che non so se l’ho mai scritto, ma è un’esperienza). 
Basta un piccolo tratto, come quello che percorriamo noi per raggiungere Vexina, che si trova a poche curve da Avegno, che sta a pochi chilometri da Recco, e si arriva. E in genere  ci sono già tutte le auto posteggiate lungo la strada, ma noi ieri sera, furbi come faine, siamo arrivati un poco prima, e abbiamo trovato un posteggio comodissimo, vicino alla meta, e chi guidava non ha neppure dovuto bestemmiare.
“Noi” eravamo: il Trap e fidanzata Marò (in moto), R. amico di spiaggia, C. una nuova amica, la Miczingara ed io.
Alla sagra, ci aspettava un’intera famiglia di camerieri nostri amici: mammut, papput e figliutt che volteggiando attorno ai tavoli con leggiadria, ci servivano ogni ben di dio.
Poi , come al solito, siamo andati a fare la pipi’ e a bere il caffè al solito bar, poi Trap e Marò hanno – come al solito – tirato su i biglietti della lotteria, C. ha ballato cantato e recitato tutta la sera senza smettere un solo momento di agitarsi, R. ha mosso qualche passo di danza, e la Mic ha, come al solito, pianto lacrime di coccodrillo per essersi scofanata l’inverosimile.
La zia, dopo aver ballato come una belina, ha partorito il titolo del post di oggi (ma siccome ha memoria di merda non lo ricorda più).

La più lunga a fare la pipì è stata Marò.

La focaccetta era in realtà uno gnocco fritto che si è piantato sullo stomaco, bloccando a tutti la digestione.
Ho scoperto che Treno portami lontano è un gran pezzo.
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