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… sono al capolinea del bus e da un’auto ferma al semaforo esce “la nostra canzone”. Ti mando un sms scrivendoti quanta malinconia mi metta ascoltarla. Ma come quella malinconia sia una malinconia buona, che mi avvolge e mi culla. Mi rispondi, forse ero io nell’auto che la ascolto spesso e mi mette pace. No, non eri tu.
Ce l’hai su con FB, che in azienda ti hanno messo le restrizioni e così per colpa dei facebucchi non puoi più neppure venire a dare una letta veloce a me e agli altri amici.

Delle elezioni non ne parlo che tanto è inutile: lo fanno già tutti, chi ha vinto, chi ha stravinto, chi ha perso ma però, chi si straccia le vesti.
Il solito copione che oramai fa venire anche più di un conato.
Il risultato è che la destra avanza, e questo la sapevamo da un po’, non mi meraviglia, non mi scandalizza è un dato di fatto come l’insorgere delle ciocche nei piedi la prima volta che ti metti i sandali o le scarpe da fica senza calze.
 
Ieri son diventata zia un’altra volta.
Mi piace questo mestiere. Ho visto piano piano distendersi i tratti del tuo viso e quando sei andata via, con il tuo bambino in braccio, ridevi. Gli occhi che nella notte avevano versato lacrime erano lucenti: due more nere, come quelle del tuo piccolo.
Ieri è salita sull’autobus una ragazza, forse rom, con un bambino e si è seduta dietro a una pazza furiosa, che stavo osservando con attenzione. Poi mi sono distratta un attimo e deve essere stato in quell’attimo che il bambino ha toccato i capelli alla pazza furiosa. Ne è venuta fuori una lite: la pazza inveiva, la ragazza si difendeva. La pazza, non solo era pazza (che questo sicuramente non dipendeva da lei) ma pure stronza e razzista (e questo non ci son cazzi, dipendeva da lei). Dopo aver urlato che il suo bambino, che oggi ha 38 anni, non ha mai rotto i coglioni a nessuno, ha detto alla ragazza di tornare al paese suo, lei e tanti tanti altri, e che era maleducata, che non era colpa del bambino, ma sua colpa che  non lo sapeva tenere. La ragazza ha risposto che non era che essere italiani fosse sinonimo di educazione, visto come si stava comportando la signora. Alla fine, l’autista ad una fermata ha fatto salire due carabinieri che sono intervenuti non a sedare la rissa verbale, ma a far smettere la pazza.
Il carabiniere abbastanza allegramente, che non era cosa seria e si capiva alla prima occhiata, a parte la frase razzista che però lui non aveva colto, ha chiesto alla ragazza di fare cambio di sedile facendo alzare un altro (che tanto in botta non era nemmeno lui) per mettere fine alla diatriba. Poi ha chiesto all’autista se voleva che portasse via la pazza. L’autista gli ha risposto di no, ma rivolgendosi alla pazza che continuava ad urlare, le ha detto “basta, signora se è razzista è un problema suo”.  Sono andata dalla rgazza e le ho detto di lasciar perdere che la signora non c’era tutta. Mi ha salutata quando sono scesa e ne sono stata felice. Tutto questo non vorrebbe dir nulla se non che facendo un passo indietro alla salita della ragazza, non ho potuto fare a meno di essere contenta che si andasse a sedere, pensando che così sicuramente non sarebbe riuscita a sfilare portafogli. Appena formulato questo pensiero, mi sono vergognata come una merda, ma so comunque di averlo pensato. Dopo, quando la pazza, stronza e razzista la insultava, pensavo a quanto doveva essere difficile sentirsi trattare a quel modo, e chissà quante volte le poteva essere accaduto.
Fanno schifo i condizionamenti, le idee preconcette e quello che abbiamo dentro nonostante tutto.
Ieri ho capito perché poi facciano breccia le destre o la lega.
Mi sono sentita una merda, ma mi sono piaciuti sia il carabiniere che l’autista, che nonostante avessero capito che la signora era pazza, hanno difeso quella che in quel momento aveva la peggio.
Non è retorica questo pezzo, non mi sarei mai aspettata che l’autista si mettesse a urlare quella frase, e ho pensato che se ogni volta ci sfiorasse anche un solo piccolo pensiero di merda e subito dopo ce ne arrivasse uno contrario, sarebbe cosa fatta.

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