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Non so come, ma sono finita nella mailing list della Berio, la Biblioteca Civica di Genova.
La posta la apro sempre, che sono inviti a manifestazioni, incontri e iniziative varie.
Oggi ho avuto un tuffo al cuore, quando ho aperto l’immagine che corredava il messaggio: era il cortile del seminario.
Io non sono mai riuscita ad entrare in biblioteca, un po’ per gli orari un po’ per pigrizia, forse, un po’ per paura di un fantasma.
La vecchia sede era in piazza De Ferrari, nel centro della città, nel palazzo che ospita anche l’Accademia ligustica di Bella Arti.
Dal 1998 ha sede in un secentesco seminario.
E la mia storia riguarda le rovine di questo seminario e un gatto. Il mio primo gatto.
Credo fosse l’ottobre del 1967, e in casa arrivò Chicco.
I miei genitori lo “vedevano bene”, erano loro che me lo avevano regalato. Era uno dei cuccioli della gatta di una vicina di casa.
Il gattino stava bene, io lo amavo, lui mi amava (forse esagero, comunque sui coglioni non gli stavo).
Nella primavera dell’anno dopo, i vicini di casa coi quali andavamo sempre in campeggio, decisero di passare qualche giorno in Val d’Aosta.
Per farla breve, riuscirono a convincere i miei a “mollare” questo gatto che era di impedimento alle nostre allegre vacanze.
Il vicino di casa, aveva la gestione del cantiere di questo seminario.
Non so dire perché, ma il seminario restò chiuso per anni.
Portammo il gatto in questa colonia felina all’interno dell’area del cantiere.
Io ero disperata ma mi assicurarono che il padre anziano andava tutti i giorni a dare da mangiare ai gatti e lì, il mio, sarebbe stato bene, molto meglio che a casa mia.
Mi opposi con tutte le mie forze, ma come si può immaginare contavo come il due di picche e quindi il gatto traslocò.
Per la festa della mamma, (alla quale mamma nel mio cuore avrei regalato un bel sacchettino di merda), dopo circa un mese, andammo nel giardino del seminario a raccogliere rose selvatiche.
E io rividi il gatto.
Lui venne a girare intorno all’auto. Mi guardava e non si allontanava. Avevo le lacrime agli occhi, ma non potei fare nulla per riportarmelo a casa.
Mi raccontarono in seguito che giravano dei gattini identici a lui. Io volli credere a questa storia, anche se non era facile da credere: Chicco era un comunissimo gatto grigio con striature, uguale a miliardi di altri gatti, riconoscere i figli sarebbe stato assolutamente impossibile.
Non tornai mai più a rivederlo, ma mi dissero che aveva vissuto tanti anni ancora.
Anche a questo volli credere.
Adesso, –  anche dopo tanti anni e dopo tanti gatti che hanno vissuto con me – io chiaramente non l’ho mai dimenticato, ma la cosa che mi consola, è che in quel seminario, oggi completamente ristrutturato e dove dal 1998 appunto ha sede la biblioteca, viva un gatto.
Si chiama Berio (come la biblioteca), è bianco e nero, non l’ho mai visto e con Chicco non ha nulla a che spartire, però per me è come se in lui vivesse un po’ lo spirito del mio piccolo amico.

nella foto: il gatto Berio.

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