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… anche se io da ragazzina i capelli rossi li avrei voluti avere, ma invece li avevo castani come l’85% delle ragazzine, ed ero un incrocio tra l’isterica Lucy e il maschiaccio Piperita Patty.
I capelli a carciofo come una a caso dei Peanuts; il naso a patata come Snoopy.
Il mistero si infittisce.
Sono andata a trovare il bambino dei bigliettini.
Dopo un primo momento di imbarazzo, colpito e tramortito dal mio fiume di parole e domande, l’uomo che oggi è davanti a me, si scioglie.
E qui il giallo.
Il bambino dei bigliettini va a cercare nei ricordi, comincia a parlare.
“Ci siamo conosciuti a una gita scolastica…” dice
“Io ne ho fatte solo due, Salice Terme e …
“no” fa lui “e?…”
“…Santo Stefano d’Aveto”
“Era quella. Ci siamo conosciuti sul pullman nel viaggio di ritorno. Abbiamo scherzato e riso”
A me viene in mente un episodio di quel viaggio. I ragazzini si erano messi a giocare “alla bottiglia” ed io ero disperata, che se toccava a me, io ero certa che nessuno avrebbe voluto baciarmi, neppure per fare una buona azione e farmi diventare principessa, e pregavo "gesù, fa che non tocchi a me, fa che non tocchi a me, ti prego gesù" (all’epoca gesù lo invocavo, almeno per farmi fare un favore ed avevo di me una grande considerazione, come si evince dell’aneddoto).
Ma questo non gliel’ho detto, sarà per un’altra volta.
Ha continuato “E’ cominciata questa storia dei bigliettini ed io non ero nel tuo banco, ma avevo una complice che me li passava e li metteva, e mi ha detto dopo tanti anni che l’ho ritrovata all’università, che non ne aveva mai letto nemmeno uno”.
Io lo ascoltavo e mi pareva di essere finita nella macchina del tempo.
“Poi ci siamo visti una seconda volta. Eravamo alla Standa, di piazza Carloforte,  tu con la tua mamma ed io stavo comprando un paio di pinne. Eravamo fermi alla cassa. Ci siamo guardati e nessuno di noi ha detto una parola, io me ne sono andato con le mie pinne, tu con la tua mamma. Poi, sono finiti i bigliettini e non ci siamo mai più visti. Ma questa cosa è rimasta nella mia memoria. Negli anni avevo perso i nomi, i volti, ma lo scambio di bigliettini è rimasto. Ne ho anche scritto tempo fa in un libro che non ho ancora pubblicato”.
“Ma tu ce l’hai ancora un bigliettino?”
“Io no, perché tu sì?”
“No, ma mi sarebbe piaciuto…”
“Anche a me…”
Mentre parla, mi pare di vedermi: la piccoletta mi chiamava la prof di italiano, sempre inadeguata, a tirar su calzettoni e mutande. Sgraziata, con la voce chiara e forte, sempre beccata a parlare.
E mentre lo ascolto, mi pare di ricordare un incrocio di sguardi tra due nanetti.
Chissà se è solo suggestione, o qualcosa che affiora dal passato.
Sono rimasta un po’ lì, nella macchina del tempo, il bambino dei bigliettini fa un sacco di cose interessanti e curiose, e mi ha raccontato di se.
E allora forse ho capito cosa era successo.
Era vero che ci eravamo conosciuti sul pullman, ma io non sapevo che fosse lui, quello che in seguito avrebbe scritto i bigliettini.
Ci sarà stata sicuramente qualche compagna che avrà fatto da tramite, ma io sono sicura di non averlo mai identificato, perché ricordo quanto lo avrei tanto voluto incontrare, e, allo stesso tempo, ricordo il timore di potergli non piacere.
Mi ha detto “grazie, per questa tenerezza. Hai fatto cominciare con un sorriso la mia giornata”.
Grazie a te bambino dei bigliettini, di questo tuffo nel passato.
Grazie di aver incrociato i miei occhi 40 anni fa, alla cassa della Standa.
Anche se non consapevole ieri, oggi, quello sguardo, mi riscalda il cuore.
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