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Non saprei dire quante volte mi sono innamorata.

Non saprei dire quanti fidanzati o amanti ho avuto.
Non saprei dire quante sole ho dato.
Ma ricordo esattamente quante volte sono stata rifiutata o cagata di striscio.

E una è memorabile.

Lui si chiamava MG. Si proprio come la mitica auto, ma girava con una vespa 50 e con l’850 azzurra di suo padre.
Io avevo 15 anni, lui 18.
Lui non mi vedeva proprio.
Per un piccolo periodo avevamo anche frequentato la stessa scuola, anzi credo proprio sia stato lì che mi sono innamorata.
Lui non abitava nella via dove vivevo io, ma veniva a trovare il cugino (che abitava nella mia via) e piano piano cominciò a frequentare i miei amici.
Io lo amavo.
La prima volta che salii su una vespa era la sua: miodio, mi tremavano le gambe.

Lo avevo incontrato in via Fereggiano e mi aveva offerto un passaggio sino a casa.

Pochi metri. Quattro curve. Anzi tre va’, che lo feci fermare prima di arrivare al bar all’imbocco della strada di casa, dove probabilmente mi avrebbe visto mio padre che frequentava quel bar.

Io lo adoravo.

Lo sentivo arrivare con la sua vespetta gialla che produceva un rumore come di caffettiera.

Correvo alla finestra di camera mia e lo vedevo per 10 secondi mentre lasciava la strada che sbucava nell’altra strada che poi portava a casa mia.

Se mi sporgevo un po’pericolosamente, dalla finestra, riuscivo anche a intravvedere il suo palazzo, lassù, a Largo Merlo.
Io avrei fatto follie per lui.
Quando andavo in giro mi giravo ad ogni 850 azzurra (e non ce n’erano poche) sperando almeno di vederlo di sfuggita.
Il 25 aprile del 1972 i ragazzi decisero che avrebbero giocato una partita a Sant’Olcese.
Pioveva che pareva la versassero. Noi ragazze eravamo a seguito, non come ragazze pon pon ( che il fisico non era dalla nostra), ma insomma, un po’ di supporto a sti 4 sfigati ci voleva, no?

Io, in auto, ero seduta dietro a lui.

Continuavo a guardare le 850, sperando di vederlo. Quando mi resi conto che la nuca che vedevo davanti a me, era la sua, non pensai a farmi vedere da uno veramente bravo, ma che quello era AmOre.

Tornammo indietro marci scoli, subito dopo la partita, prima dell’una, (incazzati neri, che per giunta, avevano anche perso).

Lui era bellissimo, nel suo metro e settanta scarso.

Suonava la chitarra, in strada insieme a noi che cantavamo Battisti.

(Lui, a pensarci bene, aveva una voce del cazzo, un po’ in falsetto).

A lui piaceva tanto suonare Anna e a me un po’ stava sul culo, perché era il nome della sua ex.

Ex che lo aveva lasciato e che lui non aveva ancora dimenticata: bellissima, disinvolta, un po’ hippy ma non troppo, con delle minigonne vertiginose e due gambe da urlo.

Fosse stata almeno un po’ stronza: no era pure simpaticissima.

Io la odiavo.
Poi un giorno arrivo lei.

Claudia.

Viveva sola con il suo papà pittore.

Lei che ci invitava tutti a casa.

Lei che faceva una vita diversa dalla nostra.

Lei che era libera di muoversi.

lei che mi insegnava a dare due mani di mascara a distanza, per fare seccare bene la prima.

Lei, che cazzo,

“Ma lo sai quanti anni ha?”
“No, quanti?”
“VENTUNO!”
“VENTUNO, ma figurati…?”
“Sì, davvero è maggiorenne”
“Ma dai, non li dimostra…”
“Sì però li ha…”
E il più grande di tutti, quello già navigato “…oh… ma allora la da…”
Diomiono.

Fai che non la dia.

Già non mi guarda nemmeno, proprio non mi vede, e io aspetto che le esca dalla testa sta cazzo di Anna e, adesso arriva la ventunenne e gliela da.

E no, non è giusto… e prima Anna, bella da morire, e adesso arriva questa… questa che gliela da.?

Io non ho potuto fare a farcela.

Ho provato a farmi amica la sorella, mi pareva una buona strada, magari la andavo a trovare, e a forza di vedermi in casa, seduta su un sofà, un’occhiata, così come la dava al portafrutta, me l’avrebbe pure data.

Niente.

Nemmeno con la sorella aveva funzionato: doveva essere una roba di famiglia.

A distanza di un anno, verso la fine di settembre, subito dopo il suo onomastico e scartato il suicidio, mi dissi che se non mi voleva, non mi meritava, e mi innamorai follemente di un altro. 

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