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Rushdie lo ha attaccato ferocemente dicono i giornali.
Riporto quel che ho letto: The Millionaire” ha una trama assurda e il libro da cui è tratto, “Le 12 domande” di Vikas Swarup, è alla base della sua incoerenza” e “trova "improbabile" che un ragazzo di strada, che parla una lingua locale, possa esprimersi in un inglese perfetto, fino a vincere al gioco televisivo Chi vuole essere milionario. "Il problema dell’adattamento cinematografico inizia con il volume di Swarup. Un libro con delle pretese ridicole, con fantasie letterarie che macchiano la reputazione", dice Rushdie, contestando che i due protagonisti del film possano finire al Taj Mahal, a mille miglia da dove si trovavano nella scena precedente, senza parlare della maniera in cui riescono a procurarsi una pistola.

Adesso, sinceramente, se fosse un documentario potrei anche essere d’accordo, ma visto che e’ un film  tratto da un romanzo (e non da un saggio sull’India) e cacchio su, sono veramente scuse flebili quelle adottate per vomitare parole piene di tanto livore.
The millionaire è un bel film.
Uno di quei film che mi ricorderò tra vent’anni (se sarò viva).
Non fatevi fottere pensando che sia incentrato sulla partecipazione
 al quiz: quello è solo un pretesto per far partire la storia
E si capisce che è bello da quando il protagonista dice durante l’interrogatorio “io le conoscevo”, riferendosi alle 12 risposte.
E io le conoscevo vuole dire, non che gliele hanno rivelate prima, ma che per ognuna delle 12 domande conosce la risposta, perché ognuna è un pezzo della sua vita.
Sara’ un trucco, anche letterario magari, ma che avvince.
E partono immagini che riempiono gli occhi, inseguimenti all’interno delle baraccopoli, con sequenze piene di movimenti di camera che la maggior parte dei registi, oggi, si sono dimenticati di usare.
Verso la fine dell’interrogatorio il commissario dice al protagonista “non pare ti interessino i soldi” e infatti in uno dei tanti flashback, si capisce perché abbia voluto partecipare al quiz: per farsi trovare dalla donna che ha amato sino da bambina.
Il fratello, che è cresciuto un po’ tanto merda, si riscatta, salvando la vita alla ragazza.
Non mi interessa se il Taj Mahal è lontano da Mumbay, non mi interessa come si sia trovata una pistola, o se Jamal parla solo una lingua locale.
E non mi interessa la diatriba sulla versione italiana. Il protagonista dice appena subito dopo la frase incriminata “se non fosse stato per Rama o Allah, – ma comunque il senso è senza divinità o dei – mia madre sarebbe ancora viva”.  
E’ un film da vedere (e da sentire).
La colonna sonora è trascinante e si torna a casa contenti: pieni gli occhi, piene le orecchie e, perché no, pieno il cuore.
E sui titoli di coda un bel balletto in stazione.
E fanculo ai disfattisti.

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