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Ci sono cose che non piacciono e si tollerano, cose che si odiano
Io odio il carnevale.
Così come odio il luna park e le rape rosse.
Parto dall’ultima.
La rapa rossa non potrei mai assaggiarla per l’odore che emana.
Mi viene da vomitare solo a vederla in un piatto.
Il luna park l’ho sempre condiderata la festa dei poveri di mente.
Ci sono andata qualche volta a camminare lì in mezzo col freddo della fine dicembre alla foce, col vento di mare che ti taglia la faccia.
Tra l’odore del fritto e tutte queste coppie vestite da pine e pini:
tanto trucco, tacchi alti, capelli neri neri lisciati, e in mano un bombolone puzzolente, o lo zucchero filato che fa così bambina, lei;
gel nei capelli tagliati cortissimi tutti in piedi sulla testa, faccia rossa dalla lampada appena fatta, sopracciglia curate, camicia aperta e giubbotto di pelle nonostante la tramontana e i 2 gradi, lui.
Odio queste immagini, me le sento addosso come una patina schifosa.

E nel carnevale ritrovo le prove per questo mondo.
I vestiti tutti uguali, una manciata di coriandoli in una mano, l’altra nella mano di papà. Se possono se li tirano negli occhi o in bocca, ecco a cosa serve il carnevale: a legittimare la stronzaggine.
A carnevale ogni scherzo vale, si diceva, e da ragazzina e anche dopo, per le strade del centro il martedì grasso, avevo paura a girare: ti prendevano in gruppo e ti schiaffavano la schiuma da barba in bocca e ti prendevano a manganellate, e non coi manganelli giocattolo. E questo era il meno che ti potesse capitare, che tanto era carnevale e si sa…
Non parliamo poi dei bimbi piccolissimi dai quali non parte certo la richiesta di mascherarsi, che vedi piccole api di tre mesi, e tigrotti di sei. Figli di genitori che come retaggio del costume cucito dalla mamma e la spadina di zorro di legno, mortificati da quella di plastica del figlio del capo ufficio di papà, comprano i vestiti ai bambini.
Ed ecco bambine orrende di 80 chili, con facce tristissime con vestiti da fate; strati di acrilico rosa a coprire miliardi di merendine e big- merda ingurgitati all’ora della merenda.
Vorrebbero sentirsi delle principesse e appaiono come l’ippopotamo pippo.
E’ proprio lì, nel non sapersi vedere allo specchio, che si annida, la prossima partecipazione al grande fratello o  l’attitudine alla velina.
E’ l’anticamera di quello che da grandi poi faranno mettendo tutte le loro aspettative nel capodanno, nella mutanda  rossa, nello sperare in un po’ di fica almeno quella notte.
E’ il gioco dell’essere e dell’apparire.
Non ho mai sentito un genitore giocare con un bambino che si voglia mascherare e spiegargli che se si vuole essere un altro, si deve anche entrare nel personaggio, giocare a fare teatro, e giocare è una cosa seria.
Poi c’è il carnevale dei grandi ed è ancora peggio: si noleggiano vestiti costosissimi e si va a qualche festa molto elitaria.
E si fa finta di divertirsi un mondo. Una canna, un acido, un po’ d’alcol, e che ci vuole? l’allegria si vende a buon mercato oggi.
Chi non sa cosa sia l’immaginazione, chi non gioca, non può sperare in un vestito per trovare l’sola che non c’è.
Sono anche convinta che alcune tradizioni del carnevale così come i calcinculo o gli autoscontri del passato e in provincia abbiano tutto un altro sapore. Arrivava la novita’ in posti dove magari l’unico diversivo era il bar del paese o il cinema del parroco, e questa era un’occasione per incontrarsi.
Oggi è sanremo, il grande fratello, il gossip, la ruota della fortuna, l’inattivita’ del cervello a farci arrivare dove siamo.
Ieri qui a Genova, hanno raccolto le firme per allontanare un gruppo di suonatori di strada da una via del centro storico. Hanno firmato in molti. Credo gli abbiano creato una fascia oraria.
Ecco.
Adesso sì, che ci siamo.

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