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E’ sempre il caso a decidere le mie letture. A volte la lettura di una pagina ha deciso per me  gesti che non avrei mai pensato di poter compiere.
Ma questa è un’altra storia.
E’ bello. E’ brutto. E’ triste. E’ deprimente. E’ malinconico. E’ una cagata. E’ il successo letterario del momento. E’ negativo. E’ scritto male. Mi ha deluso, e così avanti. Ogni persona che ho intervistavo su questo libro aveva un parere  discorde da quello precedente.
Ed così ho deciso di non leggerlo.
Ma poi, come dicevo, il caso si mette sempre in mezzo.
Venerdì ho letto Un sabato, con gli amici, l’ultimo libro di Camilleri. L’ho letto d’un fiato (son poche pagine, ci vuole niente). E sono pagine diverse quelle scritte da Camilleri. Diverse dalle storie di Montalbano, ma diverse anche dal recente Il tailleur grigio e dai romanzi storici. Sono pagine sulle quali scorrono storie di bambini che diventeranno adulti e adulti che dimenticheranno di  essere stati bambini. Quello che non dimenticheranno, comunque non completamente, saranno i traumi, piccoli o grandi (in questo caso, grandi) che hanno vissuto negli anni in cui ci si forma. Pagine crude, che partono dal passato, arrivano al presente per poi tornare al passato e prendere per mano il lettore ed accompagnarlo alla comprensione di ciò che ha determinato il comportamento dei protagonisti.
Ieri un’amica, si è allontanata dagli scogli per mangiare un boccone, e ha lasciato il suo libro li’. L’ho aperto e ho letto le prime 50 pagine. Ci sono finita dentro dalle prime righe. Tanto che sono corsa a comprarlo e l’ho letto tutto.
Lo avevo immaginato completamente diverso questo “La solitudine dei numeri primi”.
Ecco il filo che lo lega al libro di Camilleri: i bambini e i traumi dell’infanzia.
Ho rivissuto delle situazioni, magari addormentate, ma mai perse.
Lo avevo sempre immaginato una pippa, un arrotolamento su se stessi, uno sviscerare dolori e riversarli addosso al lettore, per arrivare allo stomaco.
Così lo avevo immaginato.
Mentre lo leggevo speravo non si arrivasse a un lieto fine o a una fine consolatoria. Speravo non ci fosse neppure una fine: solo così sarebbe valsa la pena leggerlo.
E così è stato. 
La storia termina con due frasi di speranza. Una per ognuno dei protagonisti.
Non è un capolavoro, non sara’ un libro che resterà tra gli indimenticabili nel tempo, ma l’autore, forse per la giovane età, o forse per sua capacità, riesce a raccontare quello che i bambini non dicono, quello che non riescono a spiegare agli adulti.  Il disagio non deve per forza essere un trauma terribile, può essere anche una festa di san valentino da sola, così come mi ha raccontato ieri la mia amica di una ragazzina di 15 anni. Troppo spesso sento le mie colleghe, amiche, conoscenti parlare degli umori dei loro figli adolescenti come se non ricordassero i loro.
Si cresce, si passa dall’altra parte e ci si dimentica del dolore. E chi per caso lo ricorda per se stesso, non lo ammette per i propri figli.
La sofferenza per gli adulti è come un’equazione  

piccolo:piccolo dolore=grande:grande dolore.

Li consiglio ai genitori, o a chi pensa di non avere irrisolti.
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