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Non e’ un paese per vecchi mi dicevo sabato mattina dopo aver accompagnato Ecuba a comprarsi le scarpe, e ripensando ai suoi passi insicuri e alla sua risposta quando le chiesto, dove vuoi andare: "me ne torno a casa".
Non e’ un paese per vecchi mi ripetevo vedendo solo persone anziane per strada, camminare trascinando i piedi, guardando bene, o meglio, cercando di vagliare le insidie dei marciapiedi sconnessi.
Non e’ un paese per vecchi mi dicevo salendo sull’autobus e vedendo la fatica che fanno.
Non e’ un paese per vecchi perche’ non ci sono luoghi di incontro dove fare quattro chiacchiere.
E mi domandavo: e come sarebbe un paese per vecchi?
Non lo e’ certo questa citta’ fatta di scale e salite, di croxe sdrucciolevoli, di semafori che scattano in un nano secondo, e che li lasciano in mezzo alla via a rischiare la pelle, mentre fanno lo slalom tra le auto e le moto che hanno premura.
Perche’ tutti devono correre a casa, o a prendere i bambini, o a mettere su una pasta, per poi correre in piscina e a fare la spesa per la settimana, che poi lunedi’ si lavora. Tutti di corsa. Tutti pazzi.
E loro, i vecchi, sempre piu’ fuori, soli e di peso.
La nonna di giuliano se ne e’ andata vecchia vecchia, non riusciva molto a muoversi, ma aiutava la nuora a pulire i fagiolini, davanti al fuoco, asciugava le stoviglie e se arrivava il gatto gli tirava le bucce del formaggio, o un pezzo di pane, dalla finestra, nell’aia. Faceva quel che poteva, sentiva poco ma parlava con tutti, poi mangiava e con l’aiuto di una sedia si muoveva autonomamente nella casa sull’Appennino. Usciva dalla porta e si sedeva sotto il noce. Una vita piccolina, ma dignitosa. E quando e’ arrivata Laura lei era l’unica a capirla: la traduceva alla mamma e alla nonna.
Non e’ un paese per vecchi, e neppure per giovani.
E’ un mondo infame che riduce soli.
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