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Diego De Silva mi prende a schiaffi continuamente. E poi mi colpisce, spesso violentemente, alla bocca dello stomaco. Mi fa piegare dal dolore. Poi mi prende dolcemente. Si avvicina da vero bastardo, e mi sussurra qualcosa sul viso – non sento le parole, solo l’alito tiepido – e poi mentre io divento morbida (mi rilasso, sto pensando alla sua lingua sulla mia), mi sento tirare la testa indietro – mi ha presa per i capelli e mentre sono tesa in questa posizione innaturale, sorpresa, ancora spero che cambi idea e la sua lingua aperta lecchi il mio viso con forza – mi sento arrivare una ginocchiata sulla fica. L’osso e’ dolorante, vorrei urlare, ma non ci riesco “lo faccio per te” dice, proteso su di me, davanti alla mia bocca, “devo farti male se vuoi vedere. Se tu non provassi dolore, saresti un’anima persa e non servirebbe a niente raccontarti.” So che ha ragione. Io non posso piu’ fare a meno di questo gioco.
Io me lo vedo l’avvocato che si butta la giacca sulla spalla e facendo questo movimento gli si gira la cravatta e gli resta piegata sulla spalla (Voglio guardare) e me la vedo quella porta del frigo immaginata dietro alle finestre, con su gli adesivi dei formaggini (Certi bambini).
Io sono cieca, ma vedo tutto. Lui riesce a farmi vedere quello che i suoi occhi sanno vedere.
“Guarda – mi dice – vedi attraverso i miei occhi, fidati di me. Impara”
E’ questo che mi dice quando mi sussurra nelle orecchie.
Io mi fido e ancora una volta la sua voce, nelle mie orecchie, mi fotte.
E ancora, una mano alla gola, come a soffocarmi.
E nonostante tutto questo, continuo a cercarlo.

[Lo so che potrei farmi convincere a camminare sui carboni ardenti,  o sulla pizza appena sfornata come grillo,  io che non riesco neppure a camminare sulla sabbia fine, se mi promettessero, per una volta, una volta soltanto, di riuscire a  trasmettere qualcosa, la milionesima parte di come sa far lui.]

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