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La location, per restare in tema, e’ uno di quegli happy hour offerti in occasione della campagna elettorale. Il colore non conta che da oggi, lo sappiamo, siamo tutti uguali: neri (non neri d’africa, neri neri, nel senso che i neri ci hanno fatti neri, e quindi adesso non si distingue chi ha fatto da chi e’ stato fatto).
L’ambiente vorrebbe essere raffinato. I vestitini sono a sottoveste, scollati, corti, ma non troppo, la calza velata, la scarpa a punta; il mignottone in caccia.
Il maschio adocchiato e’ sui 35, camicia azzurra, capello corto, piacevole se non fosse per quell’aria da zerbino che ha nei confronti del “suo” candidato e del leggero alone che si intravede sotto l’ascella.
Lui pensa di no ma e’ visibilmente agitato. Si e’ tolto la giacca da una mezz’ora per muoversi meglio. Tutto deve funzionare, se lo e’ ripetuto da venti giorni, non puo’ permettersi passi falsi. Lui ancora non lo sa, ma la sua vita sta per cambiare.
Il mignottone non lo perde di vista un secondo. Lo segue tra teste che continuano a muoversi negli spasmi delle risate. Minchia, quanto si ride a questi incontri. Le mascelle sono contratte. Hanno tutti i denti fuori. Il mignottone si accorge dell’agitazione e decide che e’ il momento di entrare in azione. Si avvicina con un bicchiere pieno, finge di incespicare (se tutto questo si fosse svolto a Genova si sarebbe detto: “a piggia ‘nu schincape’”) e rovina addosso al nostro rampante. Il rossini si spiaccica (si spantega in genovese) sulla camicia azzurra di lui :“scusa, scusa, ma dove ho la testa?” lui, la guarda, e con tutta la signorilita’ acquisita negli anni da portaborse gli sussurra all’orecchio “… dove ce l’hai non lo so, ma dove starebbe bene si’…”. Lei alza gli occhi radiosa, e …”andiamo in bagno, che ci diamo una pulita?”.
Lui sveglio come una volpe delle campagne londinesi capisce al volo e la segue.
Arrivati alla porta dell’antibagno, lei la spinge con foga e lo trascina dentro, lo butta contro il muro gli sbottona i pantaloni e si avventa sul sorbetto. Il mignottone e’ un pochetto irruente. Il nostro eroe si spaventa e conseguentemente anche il suo sorbetto. Lei, capisce l’errore e diventa materna: si alza, gli parla dolcemente all’orecchio, lui si rasserena ma non ci siamo ancora. Lei accarezza dolcemente il sorbetto, lui comincia a rilassarsi e il sorbetto a riprendersi.
Lei si inginocchia, si avvicina al sorbetto e lo sfiora con la punta della lingua. Lui, il rampante, sente che si’, ci siamo e mentre sta urlando “SI-PUO’-FARE-…” si spalanca la porta e si affaccia il suo candidato: “Bravo, bello slogan, lo sapevo che non mi ero sbagliato scegliendoti".
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