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Scrittore e giornalista. Come non ce ne sono piu’.
Penso fossimo in terza media che la professoressa d’italiano scelse un suo libro da leggere.

L’anno prima la scelta era caduta su un libro famosissimo all’epoca, ma ricordo, criticatissimo, per gli errori e le licenze che l’autore si era preso nello scriverlo, diventato negli anni seguenti un successo televisivo per ragazzi e la sua sigla (terribile) un tormentone: Orzowei, di Alberto Manzi.
Si’ proprio quel maestro che nei primi anni 60 in tv insegno’ a  scrivere agli italiani analfabeti con una trasmissione che si intitolava “non e’ mai troppo tardi”. Io me lo ricordo bene. Mi mettevo davanti alla tv e come drogata seguivo le sue mani che tracciavano lettere col gesso sulla lavagna o disegni su grandi fogli bianchi, o forse anche con l’ausilio della lavagna ottica, ma di questo non sono certa.
Mi piaceva starlo a sentire: aveva un tono pacato e gentile, parlava lentamente scandendo bene ogni parola. Ne ero affascinata. Non me ne perdevo una puntata. Mentre ne scrivo mi pare di sentire ancora la sua voce. Mi pare andasse in onda nel tardo pomeriggio.
Come al solito mi perdo per strada.
Divago.
Come se parlassi… (non potrei mai tenere un comizio, prima di arrivare al dunque, se ne sarebbero gia’ andati tutti).
Non so come funzioni oggi nelle scuole, ma all’epoca le scelte erano un po’ guidate… diciamo, per questo, quando la scelta del libro di lettura della prof. G.C.S. cadde su “L’uccisione del drago ed altri racconti” di Dino Buzzati, gli ohhh… di sorpresa salirono al cielo.
Buzzati all’epoca (anche se aveva gia’ scritto da molti anni tutti i suoi romanzi piu’ famosi)  era forse conosciuto piu’ come giornalista del Corriere della Sera che non come scrittore.
Per lo meno in quell’ambiente un po’ ristretto dove vivevo io.
Nella periferia del mondo, quella vicina alle carceri e allo stadio, a fianco della valle del Bisagno che nel 1970 tanto fece parlare di se.
Quella periferia fatta di operai e casalinghe, dove i figli (se) finite le medie sarebbero diventati muratori, meccanici, parrucchiere, commesse, mentre i fortunati,  quelli che avrebbero potuto continuare a studiare, non avrebbero avuto dai genitori un consiglio sull’indirizzo scolastico non per cattiveria o trascuratezza nei confronti dei figlioli, ma per l’ignoranza che impediva loro di darlo.
Quella periferia che sfornava centinaia di segretarie d’azienda, ragionieri e geometri, che finivano, i primi,  in studi di commercialisti, notai, avvocati senza scrupoli  e i secondi a sperare nell’impiego in comune.
Divago.
Ricordo mia madre, che proprio capra non e’ mai stata, incuriosita da questi racconti,  non riusciva a capire. La sua razionalita’, la sua assenza di fantasia, la sua voglia di tenere sempre i piedi piantati a terra la rendeva cieca di fronte alla poesia di questi scritti.
E ricordo il Colombre, e il racconto del bambino terribile, il racconto di Natale, i sette messaggeri (che mi pareva un po’ lungo per la verita’, allora), la bomba, i sette piani.
Mi sono rimasti addosso. Ricordo i disegni che corredavano quel volumetto (che ancora possiedo), tutto smembrato per le millanta volte che l’ho sfogliato.
Sto rileggendo l’ennesima raccolta di racconti, Le cronache fantastiche, Delitti, (oscar mondadori).
Qualche giorno fa scrivevo in un qualche commento che i libri in genere non mi fanno scendere la lacrima, mi piacciono, appassionano, annoiano, mi fanno sognare, immedesimare, ma la lacrima me la provoca solo l’immagine. Mentivo.
Ieri stavo leggendo un racconto, che avevo gia’ letto perche’ mi pare sia anche nella raccolta Le notti difficil.
Al solito posto
, racconta di un cane imprigionato per errore (o incuria) in una casa e condannato a finire i suoi giorni dimenticato. Lo spirito della casa raccontera’ alla persona che torna dopo molti anni gli ultimi giorni del cane.
E il finale e’ lieve e consolatorio.
Toglie il fiato.
Non per il cane, e per la sua fine, come si potrebbe pensare,  perche’ toccando le corde della pieta’ sarebbe facile arrivare a quel risultato, ma per l’umanita’ contenuta nel racconto.
L’umanita’ delle parole della casa
L’umanita’ che possiede una cosa creduta inanimata vedendo la sofferenza e non potendo far nulla per fermarla.
Dira’ lo spirito della casa “… avrei anche lasciato che queste mura bruciassero…”
Non e’ poesia questa?
E dove e’ finita quell’umanita’ che oggi si fatica cosi’ tanto a trovare negli unici esseri che dovrebbero possederla per dote naturale?
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