Tag

, ,

Nonostante sia in ritardo decido di fumare una sigaretta. E intanto leggo ancora due pagine. L’ho cominciato stamattina. Avevo l’urgenza. Ogni tanto mi capita. Ieri ho telefonato ad f. “se vai in centro compralo per favore, che sono senza soldi”. C’era, ed era pure con lo sconto 30 (se ne compravi tre) da feltrinelli.

“non avevo capito niente” di Diego De Silva, Einaudi. Me ne ha parlato g., martedi’ sera, prima delle prove. Il nome qualcosa mi diceva, ma siccome non sapevo cosa, me ne sono stata zitta che pareva lo dicessi tanto per dire. Se non ti ricordi, taci che fai la tua porca figura.  Ieri mi imbatto in un commento su un post che cita il protagonista. Faccio un giro in internet. Certo che lo avevo sentito nominare: e’ l’autore di un bel racconto nella raccolta Crimini, Il covo di Teresa; ci hanno tratto anche uno sceneggiatino interpretato da Lina Sastri e Pietro Taricone. Caruccio. Lo avevo anche visto quando e’ passato in tv.
Chiudo il libro, spengo la sigaretta – nell’ordine inverso – nel posacenere messo li’ da quando non si fuma piu’ dentro, nel  posteggio davanti all’entrata. Prendo il borsellino (quello fatto di cerniere che ho comprato a Londra, ma e’ americano) che tengo in tasca e cerco il cartellino magnetico: e’ in mezzo a tutti gli altri e non lo trovo. Stamattina – era  solo stamattina, mentre f. si lavava i denti –  sul tavolo della cucina, ho detto lo metto qui, per primo, cosi’ lo trovo subito. Ho pure buttato via qualche scontrino, tre ricevute, ho rimesso dentro due indirizzi e-mail conciati male e il numero del barista che da domani lascia il bar qui davanti e forse prende il bar sotto casa mia. Forse. Non lo sa ancora. Chissa’ perche’ ti scambi il numero con certe persone, tanto lo sai che non ti capitera’ mai di sentirli. E’ una febbre. Una volta delle persone conoscevi il nome, il cognome, l’indirizzo. Li ritrovavi se non in caso di terremoto o inondazione. Oggi col cellulare ce l’hai nel culo. Della maggior parte della gente che hai sul cellulare non sai un cazzo. Trovo il cartellino e mi esce un rumore dalla bocca, tra lo sbuffo e il sibilo. E mi vergogno. Mi fa schifo questo rumore che ho emesso. Ci penso mentre aspetto l’ascensore per salire al mio piano. Ci penso come quella sera, circa un mese fa che con C. abbiamo fatto le 3,30 in macchina a parlare dopo le prove. Penso a quanto mi sto sui coglioni in certe situazioni, e so che se mi vedessi da fuori mi manderei a fare in culo senza possibilita’ di nemmeno un gesto col braccio, tipo, aspetta, io non sono proprio cosi’. Vaffanculo e basta. Rideva C., anche a lei succede, e dice, si darebbe mazzate sulla testa quando si accorge di fare la maestrina, cosa che tra l’altro le riesce bene, che e’ pure il suo lavoro. Lei rideva, io continuavo a parlare. Poi scesa dalla macchina, tiro fuori il cellulare dalla tasca e mi rendo conto che la tastiera e’ sbloccata. Si’, ha registrato la nostra conversazione: mi agitavo in macchina mentre dicevo “ma quanto mi sto sul culo, eppure non riesco a fermarmi e poi sai quella volta che f. ha ripreso a. e me in studio, e io avevo i capelli gialli e sembravo il bambino stronzo, quello de Il villaggio dei dannati, nell’edizione originale con George Sanders, e poi ci siamo riviste e sembravamo due mestrine isteriche”. Ho riascoltato, e poi ancora nelle scale, furiosamente ho pigiato il tasto elimina.
E poi, stamattina,  ho pure pensato domattina vado in banca e prendo un po’ di soldi, ricarico il telefono – che non ho mai un cent – e ordino la "crema per la faccia" – come la chiama mia mamma – quella che mi ha regalato per natale e pensa possa compiere miracoli, e che tutte le volte che la sento per telefono mi chiede "e la crema come va?".
Annunci