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Conobbi ennedici nell’ottobre del 1968 all’Istituto Media Statale Lomellini di piazza Galileo Ferraris di Genova.

Mentre il resto del mondo studentesco manifestava il suo dissenso, noi, ignare di tutto quel fermento, frequentavamo la prima media.

La mia amica ennedici stava nel banco dietro a me e vicino a lei ci stava l’amica doppiavuesse.

La mia amica ennedici ha una memoria che fa schifo, ma poi a volte ricorda storie che conosce solo lei (come ad esempio quella che doppiavuesse ed io per poco, un giorno,  ci menavamo per una sedia).

La mia amica ennedici, diciamolo và, da ragazzina era un vero pompino.

La mia amica ennedici era di quelle che dicevano a tutti, quello che avrebbero dovuto fare (come per esempio all’amica doppiavuesse che non avrebbe dovuto portare le calze di nailon, che non stava bene, oppure alla mia compagna di banco emmebi, che non doveva stare fuori dalla scuola a parlare con i ragazzi, che non stava bene. Ad ennedici non stava bene mai niente (come se del resto le fossero stati bene quegli orrendi calzettoni a losanghe che portava sotto le gonne al ginocchio).

Nonostante questo, ennedici, era proprio la mia amichetta tanto, che quando lei si ruppe una gamba entrando in un edificio scolastico passando per una finestra – per far cosa, non chiedetemelo perché lo devo sapere ancora oggi – io subito la imitai e mi ruppi un braccio, perché il gesso all’epoca faceva fico assai.

Ci perdemmo un po’ di vista terminate le medie.

Cominciammo a frequentarci assiduamente nell’estate del 1976.

Ed ecco lì: ennedici ed emmecici in campeggio a Sestri Levante.

Con gli zoccoletti uguali. Patetiche. Le dita di ennedici erano magre magre, lunghe lunghe e scivolavano fuori dalla sottile striscia di vernice nera, e così lei sfoggiava, invece che un capriccio per ogni riccio, un cerotto per ogni dito.

Col passare degli anni, ennedici non era cambiata per nulla: era sempre un pompino.

Tutti, dico tutti, e sfido chiunque a dire il contrario, a 19 anni, in campeggio da sole, avrebbero mangiato le peggio schifezze.

Lei no. Tutti i giorni faceva bollire le bietole, che, diceva, le avrebbero fatto fare la cacca.

E possedeva anche una grande prerogativa: quella di farsi male da sola.

“Attenta ennedici, ti tagli con quella scatoletta!”

“E, dai, non sono mica sce… mi daresti un cerottino?”

In seguito (con me non presente, onde fugare dubbi che fossi io a portare sfiga) ennedici si tagliò con un coltello un dito cercando togliere la capsula da una bottiglia di Martini, e anni dopo cadde di culo dalla moto dove stava come passeggera fratturandosi il coccige. L’ incidente la tenne immobilizzata al letto 40 giorni e quando si rialzò, non si reggeva in piedi. Fu peggio la convalescenza che la malattia: un pompino vivente.

Già ti sento “… ma dai… Cri… su… non è vero… stavo male… e poi non era colpa mia… dai su…”.

1968-2008: sono passati 40 anni.

Quasi da non crederci, vero? Eppure eccoci qui, ancora assieme.
Buon compleanno nico, ti voglio proprio tanto, ma tanto tanto bene.

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