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Io non so come i nostri vicini di casa avessero convinto i miei ad andare lassu’, ma c’erano riusciti.
La signora  M. era originaria di  Piazza in Val di Vizze (Pfitsch, cosi’ la chiamavano loro). Oggi trovo che "il toponimo è attestato come Phize nel 1186 e come Vitsch nel 1288 e deriva probabilmente dal latino ficta ("palo infitto") su cui ha influito il tedesco Pfutze ("pozza"); secondo un’altra ipotesi deriverebbe direttamente dal termine germanico pits ("pozzo")", ma la versione degli autoctoni era molto piu’ romantica: sostenevano che in tempi remoti li’ vi fosse un lago, e visto che il rumore che le scarpe emettevano a camminare in quell’acquitrino fosse “pfish pfish”, i nonni dei nonnni avessero dato questo nome alla valle… nel sentire queste storie mi tornava alla mente Vineta, la citta’ sommersa e fantasticavo, fantasticavo… immaginavo chiese e mondi da scoprire.
Partimmo.
Devo fare una premessa: era il 1961 e io non so se alcuni di questi ricordi siano i miei o quelli della mia mamma o merito delle foto che mi hanno parlato per anni.
Comunque partimmo.
Treno e pullman. Un viaggio infinito. La mamma ed io. Non saremmo andate a Piazza (che nonostante il nome erano quattro case). La signora M. ci aveva trovato  sistemazione in una famiglia che ci avrebbe affittato una stanza a San Giacomo.
La casa era in mezzo a un prato. La stanza della stube al piano terra sulla destra e sulla sinistra la cucina.  Andando avanti nel corridoio si arrivava a un lavatoio che aveva l’uscita sul lato posteriore della casa e da li’ si arrivava alla stalla. Al piano superiore le stanze, dove dormivamo praticamente solo noi. Dalle camere si passava al sopra stalla, dove c’era una bugigattolo con una porta e  una tavoletta di legno col buco in mezzo: un super mega bagno accessoriato. La pipi’ di notte si faceva nel vaso, che se si provava ad avventurarsi oltre la porta che divideva la casa dalla stalla si seccava dal freddo. Mica esistevano le calde estati  in montagna a quei tempi. Era raro in agosto togliersi il maglioncino a quasi 1000 metri.
Ed e’ proprio il maglioncino rosso uno dei ricordi .
La mamma aveva fatto confezionare dalla maglierista per me e per lei, due maglioncini identici rossi, a maglia rasata e con la scollatura a V.  La mattina dopo il nostro arrivo la mamma mi vesti’ e non so come (non era sua abitudine, era apprensiva e chioccia a dismisura) mi fece uscire. Ed io uscii dalla casa e mi avventurai in quel gran prato colmo di fiori davanti a casa.
Mentre la mamma si preparava guardo’ fuori dalla finestra e vide un puntolino rosso in mezzo al verde del prato e al giallo dei fiori. E non lo dimentico’ piu’. Forse l’emozione di vedermi allontanare da sola per la prima volta (sino all’anno prima ero entrata ed uscita dall’ospedale e le mie gambe non erano ancora a posto), forse la consapevolezza che potevo camminare e correre da sola.
Continuo a sentire le sue parole, e ricordo di essere stata in quel prato, ma e’ come se il mio ricordo si fosse sdoppiato mi vedo nel prato e vedo la mamma davanti a una finestra che mi vede.
E la sento  tirare una madonna (che la mamma non piange mai: bestemmia).

(per Search e la Capitana)

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