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O signore aiutami.
Sì lo so dovrei essere più tollerante.
O dio del cielo mantienimi calma.

Lo so, non ci riesco. E’ più forte di me.

“Lei restava incantata a guardare la pioggia battere sui vetri. Un rumore curioso, una goccia dopo l’altra, la teneva lì inchiodata. Dietro la finestra il vento faceva muovere forte le fronde dell’albero in giardino. Le era sempre piaciuta la pioggia,  sin da bambina. Le ricordava l’odore dell’erba bagnata in estate, quando, dopo l’acquazzone chiedeva alla mamma di poter uscire, per vedere le goccioline sui fili d’erba, sui fiori e li toccava tutti uno per uno, sperando che non svanissero, perle trasparenti a formare collane colorate al primo raggio di sole…” STOP. 

No,  no, un momento… Mi alzo. Ha piovuto tutta la notte. Ho dormito un cazzo. Guardo fuori. Puttana eva, piove ancora.
(Ma quella che cazzo fa nella vita che può stare tutto il giorno a guardare la pioggia? Boh!).  Mi lavo, mi vesto e smadonno.
Perché già so che cosa mi aspetta.
Esco dal portone, apro l’ombrello, arrivo in fondo al palazzo, ed ecco il vento mi rovescia l’ombrello, e un fiume d’acqua viene giù dalla salita. Cerco di tenere, con due mani, quello che resta dell’ombrello, ma so già che non avrò ancora fatto duecento metri, che gli stivali, alla faccia del cuoio grasso, faranno acqua da tutte le parti, i pantaloni saranno fradici al ginocchio,  e mi aspetterà una giornata di merda.

“Lui, alla macchina del caffe’, la vide entrare nel bar. Quando si scostò il cappuccio del mantello, una cascata di riccioli rossi le incorniciò  il bell’ovale. Lei scosse con grazie la testa, e alcune goccioline le finirono sul viso. Lui non riusciva a staccare i suoi occhi da quelli viola di lei. Lui le sorrise, lei rispose al sorriso, rivelando minuscole perle perfette….” STOP

L’ombrello è oramai un ammasso di ferraglia e tela rotta nelle mie mani. Ho tirato su il cappuccio dell’orrenda palandrana tipo darth Fenner (ma quello di Balle spaziali, non l’originale), in pura plastica, e quando entro nel bar e me lo tiro giù i capelli sono tutti attaccati alla testa. Un’orribile frangia mi fa colare sugli occhi tutta l’acqua che ho raccolto da casa a qui (e dire sono solo a metà strada…) e non ci vedo. La matita nera mi si è sciolta sino alle guance e il barista indovinando il mio umore mi dice “ehi, vuoi un caffè o una camomilla stamattina, bambola?”

Io la letteratura la odio.

Fanculo te, gli angeli e gli elementi.
Ecco.

Aggiornamento delle 13,30: si è messo a piovere, io stamattina ho steso (F. me lo aveva detto, ma io “c’è tutto azzurro, fidati…”) e adesso devo attraversare la città per un appuntamento.
non ho l’ombrello e neppure la palandrana da lord Fenner.
ecchecazzo.

 

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