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“Sono qui nel mio ufficio. Questa mattina sono arrivato prima. Ho la porta chiusa e tu non ti sei accorta che sono arrivato. Senti i tuoi passi e immagino i tuoi movimenti. Ti stai levando il cappotto e lo stai appoggiando sul portamantelli. Sento che muovi la sedia. Tra qualche minuto sentirò il rumore dei tasti della macchina da scrivere, vedo le tue dita che si muovono. Te l’ho mai detto quanto mi piace vederti scrivere a macchina? vedere muovere le tue belle mani veloci sui tasti? Te lo dico ora: mi piace. Tra un po’ ti accorgerai della mia presenza e sentirò i tuoi passi avvicinarsi alla mia stanza. Aprirai la porta e mi sorriderai. E per me inizierà un’altra giornata con te. Non te ne andare mai”.

Io non me ne sono mai andata. Tu sei andato via. Tanto tempo fa. O meglio, me ne sono andata io ma tu mi hai costretta a farlo. Adesso e’ passata. Il tempo aggiusta tutto. Ti vedo quasi tutti i giorni, ma oramai sei un estraneo. Da tanti, troppi anni. Anche se ogni tanto torni a trovarmi in sogno e la tenerezza, e solo quella,  è la stessa di un tempo. “…Lui è entrato come un elefante in una cristalleria. Non e’ stato attento a nulla, non è riuscito a chiarirsi, ne a crescere. Ti ha cambiata. Non doveva farlo. Ha fatto un casino allucinante. E’ un cretino. Lo odio.” Così diceva di te AB, incazzato nero. Sapeva tutto di noi. Ci conosceva bene. Non ce la faceva a vedere i nostri occhi sempre tristi. Aveva ragione. Tu da quella cristalleria sei uscito, continuando a dare colpi di coda, distruggendo tutto quel che era rimasto intatto.
“Così è se vi pare”, e tra un teatro, un film, una marmellata al limone, due fiocchi di neve, una passeggiata in montagna, una critica cinematografica, le ruote alla ruota, una Astor blu, una R4 rossa, ti sei dissolto come il fumo della pipa.

E’ notte alta e sono sveglio,

sei sempre tu il mio chiodo fisso
insieme a te ci stavo meglio,
e più ti penso e più ti voglio
tutto il casino fatto per averti,
per questo amore che era un frutto acerbo,
adesso che ti voglio bene, io ti perdo.
 
Ancora, ancora, ancora,
perché io da quella sera, non ho
fatto più l’amore senza te,
e non me ne frega niente, senza te
anche se incontrassi un angelo, direi
non mi fai volare in alto quanto lei.
 
E’ notte alta e sono sveglio,
e mi rivesto e mi rispoglio
mi fa smaniare questa voglia,
e prima o poi farò lo sbaglio
di fare il pazzo e venir sottocasa
tirare sassi alla finestra accesa
prendere a calci la tua porta, chiusa, chiusa.
 
Ancora, ancora, ancora,
perché io da quella sera, non ho
fatto più l’amore senza te,
e non me ne frega niente, senza te
anche se incontrassi un angelo, direi
non mi fai volare in alto quanto lei.“Ancora”, 1981, Edoardo De Crescenzo
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