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“Ecco finalmente la guerra di Troia veduta da un americano. Il campo di battaglia è come un campo di calcio; i guerrieri la sera fanno la doccia e discorrono con l’allenatore; i tassì arrancano alla volta del locale notturno dove suona l’orchestra dei “Myrmidon Boys”; la radio sbraita nelle case e sulla piazza le ultime notizie di ciò che succede fuori mura; i Greci stringono il blocco; gli economisti crollano il capo e uno di loro, il dottor Calcante, passa al nemico, avendo letto nei suoi grafici che la partita è perduta. Tutto ciò, e ben altro ancora, ci è narrato in uno stile da ripresa cinematografica: a sequenze rapide, a primi piani e dissolvenze, a sbalzi netti e coloriti, che un dialogo spumeggiante d’immediatezza e d’estro accompagna come una musichetta sincopata. E i casi dei personaggi sono in carattere: ci sono gli amanti che si abbandonano a poetici duetti e che nemmeno la separazione e la morte rendono tragici; c’è l’attempato protettore di questi amori, che sostiene, non senza brio, la parte del “brillante”; c’è il rivale grosso e antipatico che allunga sulla donna la mano villana; ci sono le amiche mondane che ciaramellano e spettegolano; c’è il servitore negro, fedelissimo e cuorcontento; non manca nulla. Ma il lettore tradizionalista che volesse indignarsi al sacrilegio, si risparmi la fatica: questo libretto non è una parodia. L’autore ha preso il caso di Troia molto sul serio, tanto sul serio che si è detto: “Perché lasciare che quello specchio di così ghiotte passioni che è l’assedio e la caduta di Troia, si vada appannando sotto l’azione dei secoli e della ruggine, come una vecchia armatura in un museo? – Buttiamo la panoplia arrugginita, detergiamo lo specchio, e sotto gli occhi avremo, disinvolti e contemporanei, coloriti appena d’un’impalpabile trasparenza d’eternità scanzonata, quegli stessi felici mortali di tremila anni fa”. Così ha fatto. Nulla di diverso insomma da quanto hanno fatto, ai tempi loro, il Boccaccio, Goffredo Caucher e lo Shakespeare, su questa stessa cavalleresca storia dei due amanti che la fantasia medievale ha innestato sul tronco greco. Nulla di diverso da quanto faceva la pittura italiana dei grandi secoli vestendo alla quattrocentesca e alla cinquecentesca personaggi biblici o greco-romani. Siamo nella migliore tradizione dell’arte.
Da parte nostra avvertiamo che s’è fatto il possibile per rendere in tutta la sua spregiudicatezza questo malizioso ammodernamento della storia famosa. Tocca ora al lettore giudicare se l’insolito libretto che abbiamo tradotto e’ soltanto una farsa o, secondo che a noi sembra, è riuscito davvero di vena. Osserveremo tuttavia che non sappiamo quanto l’inevitabile opacità della versione abbia conservato del sottile sapore di nostalgia shakespeariana che le sparse appassionate scene in versi recano con si il testo. Della nostra fatica ci riterremmo compensati se questo Cavallo di Troia italiano invogliasse il lettore – specialmente quello tradizionalista – a rileggersi il Troilo e Cressida dello Shakespeare e anche, perché no?, il Filostrato del nostro Boccaccio. Un simile raffronto potrebbe mettere, come si dice, a fuoco le fantasie e forse non sarebbe per dispiacere nemmeno al nostro irriverente americano. Che è persona più letterata che di prim’acchito non paia.”
Cesare Pavese.
Questo i lettori leggeranno sotto la dicitura “Avvertenza” a prefazione della prima edizione (marzo 1967) de Il cavallo di Troia, uscito nella collana Garzanti per tutti su licenza temporanea Bompiani.
The Troyan Horse, 1938, di Christopher Morley, traduzione dall’inglese di Cesare Pavese (1941) Casa editrice Valentino Bompiani.
L’edizione Einaudi nella collana Scrittori tradotti da scrittori si trova qui

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